Mio caro amore

ieri sera mentre come ogni sera tiravo giù le persiane
ad un tratto mi sono fermata
presa dal dubbio che fuori la sera fosse un errore
come quando all’improvviso qualcuno chiama
e invece il tuo pensiero è già nella quiete che rabbuia i vetri
già nello stand-by del      –un altro giorno è andato-
era sera, dov’era finito il resto che faceva intero il giorno?
e perché non ti ho pensato a parte  quell’attimo minuto
quando guardandomi allo specchio dopo aver lavato il viso
tamponavo la poca anima che restava. Read the rest of this entry »

è piccolo, è come lo spazio mobile del pulmino
quando mi porta all’aeroplano
e lo riempie fitto un balbettio
di ________________ fra… gra… all…no… eec…se…
è la frenesia babelica della comunicazione
che mi urta e mi spintona,
io metto la frequenza sull’assenza,
per non sentire la stessa paura che mi prese
quando sentii dire da un poeta
che aveva scritto migliaia di poesie
e immaginai il contorcersi infinito di quel nero
tutto intorno alla mia gola.
Assaporo il volo vuoto e candido
di non avere nulla da dire.

 

Credo di non aver mai prestato la giusta attenzione ai due quadri di Hopper conosciuti come Soir Blue e Girlie Show. Entrambi mi erano sempre sembrati anomale interpretazioni dei temi cari ad Hopper. Sebbene appartengano a due epoche diverse, i soggetti ritratti nelle due tele,  e in particolare quelli su cui l’attenzione è veicolata, la presenza di un Pierrot  in Soir Blue  fra gli avventori ai tavoli di una Parigi dei primi del Novecento e la nudità esposta della ballerina in Girlie Show , si presentano nella posa e nell’abbigliamento fuori dalla dinamica di quell’epoca che in Hopper trova il suo più malinconico cantore.

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“Gin a body meet a body
Coming through the rye;
Gin a body kiss a body,
Need a body cry?”

La punta della costa detta dell’Orso s’insinua all’improvviso
e nel finestrino il mio riflesso sfuma nella macchia scura dei pini marini.
La curva piega a destra in quel punto.
Proprio lì l’estate accende d’eterno il giallo sfrontato delle ginestre,
e lo lascia sospeso fra le raffiche salmastre. TI AMO, dice una scritta,
qualcuno ha aggiunto in rosso -per sempre- come se nel tuffo nudo e arso  delle parole
anche l’amore potesse afferrarsi al volo immortale delle ginestre.
Accendo una sigaretta mentre la punta sfila,
poi si allontana alle spalle. Anche il silenzio nella macchina cade immobile.

is a system of posture for wood.
A way of not falling down
for twigs that happens
to benefit birds. I don’t know.
I’m staring at a tree,
at yellow leaves
threshed by wind and want you
reading this to be staring
at the same tree. I could
cut it down and laminate it
or ask you to live with me
on the stairs with the window
keeping an eye on the maple
but I think your real life
would miss you. The story
here is that all morning
I’ve thought of the statement
that art is about loneliness
while watching golden leaves
become unhinged.
By ones or in bunches
they tumble and hang
for a moment like a dress
in the dryer.
At the laundromat
you’ve seen the arms
thrown out to catch the shirt
flying the other way.
Just as you’ve stood
at the bottom of a gray sky
in a pile of leaves
trying to lick them
back into place.

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La timidezza nasce soprattutto dal timore di apparire inadeguati. Alla sua base c’è un’eterna lotta fra la staticità che la condizione di timido comporta e l’agire. La vita di un timido ha come roommate ogni genere di preoccupazione, dalla più insignificante, che viene normalmente ignorata dai più, a quella più ingombrante, che solitamente è razionalmente superata da chiunque.
Di fronte alla stupidità e all’intelligenza dell’interlocutore il timido teme di dire o fare qualcosa di troppo intelligente o stupido che lo escluda almeno quanto la sua stessa timidezza.
In ogni caso il timido vive una sorta di non vita. Egli  conduce un’esistenza doppia, schizofrenica, vissuta nella propria duplice immagine perfettamente sovrapposta di chi si vede sempre ai blocchi di partenza e contemporaneamente nello slancio dello scatto, ma mai o quasi mai a concludere l’azione. Varcare la linea d’arrivo con successo  è per il timido un traguardo che quando si raggiunge viene annotato sotto la voce “evento epocale”.
A nascere timidi ci si dovrebbe augurare due cose: o essere timidi e stupidi e quindi non avere percezione della propria condizione ed essere così a questa  totalmente assenti,   o nascere timidi e intelligenti e dunque avere la consapevole lucidità e accettazione che nonostante tutto la loro sarà una vita di solitudine, che troverà l’unico riscatto in un silenzioso assistere alla stupidità altrui.
All’intelligenza del timido si associa anche una sorta di malinconico cinismo che potremmo definire salvifico poiché gli apre una serie di scappatoie che gli consentono in qualche modo di destreggiarsi nel disagio della propria timidezza.
Ma ho già detto che il timido non ha mai il conforto della certezza e dunque anche il corso della vita del timido intelligente  non è semplice poiché  ha come punto di arrivo un irraggiungibile e continuo superare se stesso nella speranza di riuscire a riscattare un giorno l’esilio in cui la timidezza l’ha costretto.
Ma l’ostacolo più ingombrante del timido è che sentirsi o riconoscersi stupidi o intelligenti, nella percezione di se stesso, si alternano irrazionalmente, in forma entropica, presentandosi in modo disordinato, imprevedibile di fronte alle situazioni. Al timido manca la noncurante leggerezza della spontaneità dell’approccio alle cose. I se, i forse scandiscono ogni suo attimo. È un inferno. Read the rest of this entry »

I have fifteen cloud stamps, it says on the back
cirrus means curl of hair, altocumulus
lenticularis look like UFOs, I have put hair,
an alien invasion, on the envelope bearing the letter
you’ll read under the sky of your living room,
crappy light fixture sky, falling plaster sky,
have snugged in the envelope fifteen pictures
of my hand holding fifteen stamps beneath the skies
from which they were born, the one inch by one inch
cumulus humilis beneath the ohmygod by ohmygod
cumulus humilis, say that again, it suggests
humility and accumulation, these are the wide
and flat clouds that disappear by sunset,
what if we called them soul clouds, what if we claimed
to be descended from the sky, I can’t stop
saying sky, how about every third word is sky,
how’s it sky there, my sky? and I’ll write
more often now that I can send you buoyancy,
these playgrounds for airplanes, I feel better
just looking at them, taller, capable of swirls
and Latin, altocumulus castellanus, altostratus
translucidus, here are the possible incarnations
of floating gathered on a little sheet
except nimbostratus, “a dark, featureless cloud
marked by falling rain or snow,” why exclude a portrait
of your dominant mood, it would have been nice
to send a picture of how you feel beside a picture
of how I wish you could feel, cirrostratus fibratus,
a transparent cloud which gives the sun a halo,
you might stick a dozen halos on your forehead,
seven hundred on the mirror, anyway I miss you
my little undulatus, sweety opacus, let’s pretend
Heaven exists in the guise of postage, and though
these are the kind of stamps you don’t have to lick,
I do. Read the rest of this entry »

 

Inseguendo il sogno velleitario di scrivere un giorno un capolavoro che mi riscatti, non c’è volta in cui uscendo non mi sia attrezzata di un quadernetto o almeno di un foglio e di una penna. Ne spargo nelle borse, nelle tasche pronta ad annotare qualsiasi cosa riesca ad attirare la mia attenzione. Parole mozze, sbilenchi asterischi, puntini sospensivi che si rincorrono, freccette capaci di sfidare tutte le leggi del movimento, le mie note sono codici che a distanza anche di poco tempo spesso neanche io riesco più a decifrare.
Il mio capolavoro, nella sua forma embrionale ed amorfa resta lì, prigioniero di se stesso. Ma aver visto, sentito, toccato instaura un rapporto così intimo con quello che nella sua effettiva sembianza non è nulla di più di uno scarabocchio, che potrei anche giurare di sapere quale sia la grazia o l’infelicità che si prova nell’averlo scritto per davvero un capolavoro.
Anche quando leggo, ma solo alcuni libri, sottolineo, traccio minuscole o enormi parentesi graffe e tonde a delimitare lunghi periodi o piccole frasi, e una quantità infinita di punti interrogativi con cui intavolo spesso animate discussioni che, nel mondo dei suoni, non avrei mai il coraggio di intraprendere, e che riassumo in microscopici appunti sui bordi delle pagine. Il grado della mia ammirazione verso un libro ha come unità di misura il segno di una matita. Anche una sola linea tracciata basta a qualificarlo un maestro. Read the rest of this entry »

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