Mulas ritrae Lucio Fontana

 

Ieri ascoltavo Erri. Lui era lì, di fronte a me
ma io riuscivo soltanto ad ascoltarlo
perché la sua faccia si spegneva e si accendeva
fra le teste di chi mi stava davanti.
Mi sembrava strana quella sua voce mite che parlava di rivoluzione,
era strano vederla arrampicare
come edera, e contorcersi sui muri a cinque stelle e antichi,
ma d’intorno tutto chiamava ad una Bellezza inerme:
l’erba del prato che solleticava i miei piedi, il suo profumo,
che è diverso perché anche qui in alto, sulle colline
le radici affondano nel mare
e ovunque pensassero di fuggire gli occhi
ovunque era precipizio e coraggio di guardare.
E allora ti ho detto, non importa tutto questo, vero?
alla Bellezza si può perdonare di non essere perfetta?
E non lo so tu cosa mi hai risposto, perché la sbavatura ,
mentre intanto cadeva a poco a poco una polvere di buio,
non era solo nel vizio che il racconto
di guerre di lotte armate e dei morti ammazzati
che non hanno trovato mai giustizia
si posasse insieme al buio fra l’upper-class e la dolcezza dei limoni
ma era nello sfregio che la tua assenza lacerava nella sera,
nei brandelli che restavano nell’aria e si facevano pensiero
e il tuo silenzio sbatteva e sbatteva dentro la mia testa

                                 alla Bellezza si può perdonare di non essere perfetta?

alla Bellezza si può perdonare di non essere perfetta?

john register-Late Afternoon Light (1994-95),

 

Questa estate brucia male.
I metereologi s’inventano strane depressioni
perturbazioni anomale,
l’anticiclone delle Azzorre che staziona altrove
o che sta lottando sull’oceano con el niño.
Io guardo le facce della gente
mentre maledice la vita, il governo ladro
e pure questa estate che la deruba.
Ma mai fidarsi della scienza, né dei numeri binari
e neanche della saggezza dei vecchi quando dicono
passerà anche questa lunga notte.
Io credo che certi respiri trattenuti,
possano decidere il destino delle nubi
io credo che quando l’aria resta ferma nel vuoto delle mie mani
possa ammalare senza rimedio l’anima delle persone
e il solo fatto che io non ti baci
possa mandare a picco l’indice Nikkei in Giappone.
Allora penso che dovrei fare un annuncio in mondovisione
chiedere scusa a tutti per i disagi, rivelare che
è solo perché tu mi manchi se sta andando tutto storto.

sardines- micheal goldberg

 

I am not a painter, I am a poet.
Why? I think I would rather be
a painter, but I am not. Well,

for instance, Mike Goldberg
is starting a painting. I drop in.
“Sit down and have a drink” he
says. I drink; we drink. I look
up. “You have SARDINES in it.”
“Yes, it needed something there.”
“Oh.” I go and the days go by
and I drop in again. The painting
is going on, and I go, and the days
go by. I drop in. The painting is
finished. “Where’s SARDINES?”
All that’s left is just
letters, “It was too much,” Mike says.

But me? One day I am thinking of
a color: orange. I write a line
about orange. Pretty soon it is a
whole page of words, not lines.
Then another page. There should be
so much more, not of orange, of
words, of how terrible orange is
and life. Days go by. It is even in
prose, I am a real poet. My poem
is finished and I haven’t mentioned
orange yet. It’s twelve poems, I call
it ORANGES. And one day in a gallery
I see Mike’s painting, called SARDINES.

Frank O’Hara,- The Collected Poems of Frank O’Hara Copyright © 1971

Perché non sono un pittore Read the rest of this entry »

 

È un paio di giorni che si ripresenta lì. L’uomo che guarda appare sempre all’improvviso. Non so da quale direzione, non so quando di preciso, so che ad un tratto me lo trovo di fronte. Io seduta sulla sdraio e pochi metri dalla riva, lui in acqua. Fermo.
Anche se è ormai già luglio, la spiaggia è ancora quasi semi deserta, e la sua presenza così statica non passa inosservata. Lui se ne sta lì e guarda. Asettico, inespressivo. Se ne sta lì, senza nuotare, con solo la testa a fuoriuscire dall’acqua, la schiena rivolta al mare alto, gli occhi verso la spiaggia. Guarda come potrebbe guardare una cosa, lo sguardo vuoto, se cambio posizione mi segue ruotando appena gli occhi. Intorno a lui l’acqua è immobile. Resta lì così anche mezz’ora, poi esce si asciuga e poi rientra in acqua e si ferma più o meno nello stesso punto. Read the rest of this entry »

olympia-manet

 

Sono le cinque del mattino. Sono sveglia già da un po’. Tanto vale alzarsi. Dopo aver fatto colazione esco sulla terrazza a fumare. Quest’ora che precede di pochi attimi l’aurora ha sempre un fascino tutto particolare. Innanzi tutto la luce, che ha una sfumatura metallica, e da questa luce le cose emergono una alla volta come in un appello di caserma : motorino, ragazzo con uno strano cappellino colorato, mano che apre una finestra, uccelli che, come guidati da un direttore d’orchestra, attaccano a cinguettare tutti insieme, il mare poi, è una lastra zaffiro, non sembra neanche d’acqua tanto è fermo e compatto, in nessun’altra ora è così. Distanti sento dei passi. Da principio non capisco perché il loro suono ogni tanto s’interrompa, poi la vedo spuntare. È una signora di poco oltre la mezza età, gonna a fiori, lunga camicia verde, capelli tinti e leggermente ricci che vanno sul biondo rossiccio. Anche lei fuma una sigaretta. Nell’altra mano ha una busta di plastica in cui con cura ripone le talee di gerani che, con destrezza e con una naturalezza disarmante, sta recidendo dalle piante dei bar del Corso. La sigaretta le pende dalla bocca mentre usa la mano destinata a reggerla. La guardo inebetita, lei continua anche se si è accorta della mia presenza, la guardo mentre spezza rapida i rametti selezionando le diverse tonalità  dei fiori. Li taglia qui e là, nessuno si renderà conto del malfatto. Pochi attimi ed è già sparita alla mia vista.
Si dice che la civiltà di un Paese si vede dalle piccole cose. Allora perché mi meraviglio? In fondo qui ad essere rubata è solo la bellezza alla mia alba. Read the rest of this entry »

bambina

 

Nei giorni scorsi ho trascorso molte ore in libreria sbirciando fra gli scaffali e sui banchi delle ultime uscite. Mi ha colpito l’enorme quantità di libri che sulle copertine riportano l’immagine di bambini: occhi di bambini, primi piani di bambini, da soli, in coppia o in gruppo. L’inquietudine dei loro sguardi mi hanno seguito ovunque.
Questi bambini non offrono mai un’idea d’infanzia. I loro volti, nella maggior parte dei casi, appaiono inespressivi, hanno sguardi intensamente fissi e vuoti, le bocche sono appena socchiuse o rigidamente serrate in una tristezza infinita. Più che bambini sembrano adulti schiacciati, sconfitti dalla vita, ormai assenti. Gran parte delle immagini sono però in bianco e nero quasi a volerle estrapolare dalla realtà, forse per renderle meno dolorose.
Non so attraverso quale processo si giunge alla scelta della copertina, né so fino a che punto e in che misura le trame di quei libri ruotino intorno a protagonisti bambini, ( volevo stilarne una lista ma poi me ne è mancato il tempo, ma vi assicuro sono veramente tanti) tuttavia non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa, a prescindere dal libro, si cercava di suscitare, quale sentimento, su quale leva dell’animo di un potenziale lettore si voleva far forza, quale messaggio gli veniva mandato e perché quella scelta e non un’altra di eguale tensione e verità?
Devono colpire, smuovere, intenerire, incuriosire, essere compresi, farsi amare o cosa? e non è questo quello che in fondo cerchiamo tutti? e l’immagine  allora, che sia la copertina di un libro o quella che di noi  stessi mostriamo agli altri, è al servizio della verità o  della strategia?

strategia

Dave_Brubeck

 

Le telefonate s’incuneano sempre fra frammenti di tempo. La voce di qualcuno si sovrappone alle tracce che in quel momento stanno scorrendo per creare un nuovo motivo  in una sorta di mixaggio simile a quello che con grande cura si realizza nelle sale di registrazioni. Ricordo che un po’ di tempo fa stavo scrivendo qualcosa, e come  faccio spesso avevo un sottofondo musicale ad accompagnare il tip-tip delle mie dita sulla tastiera. I brani si susseguivano in modo del tutto casuale quando il telefono ha squillato. Era un amico. Il tip-tip si è interrotto, sostituito dalla mia voce –ciaooo- che deve essere arrivata al mio interlocutore su una base che faceva più o meno così paraparaparapapapapa. Era “Take five” di Dave Brubeck. Che è stata anche la mia risposta alla domanda – cosa ascolti?- Il breve scambio che ne è seguito in merito si può condensare nel giudizio dell’amico che ha liquidato il famosissimo pezzo con un  secco – è musica per ascensore- . Read the rest of this entry »

hopper nighthawks

 

Usciranno prima o poi da questo posto
anche questa notte finirà, come deve.
Loro se ne stanno seduti, danno le spalle al vuoto della strada,
non aspettano nessuno
e non entrerà più nessuno ormai, solo il barista guarda fuori,
c’è d’aspettare, c’è solo d’aspettare che la luce mangi le ombre
e poi anche questo posto svanirà nello schianto dell’alba.
Loro dimenticheranno di essersi mai incontrati,
dimenticheranno il nome della strada,  il nome del bar
e anche tutto quanto si sono detti,
lui si trascinerà fino a casa, e avrà ancora la sensazione della sua pelle bianca
e la voglia stanca di passarle la mano fra i capelli,
metterla in quel fuoco, prenderne il calore
prima di infilarsi fra le lenzuola,
lei, lei vorrà cancellarla questa notte,
vorrà scordare la cenere della sigaretta sul rosso del mogano
la schiena curva dell’uomo che ha di fronte
e l’odore del caffè nel suono di una voce che continua a parlarle,
il rossetto che si asciuga sulle labbra
- dio ti ringrazio -si dirà – almeno mi ha risparmiato il suo sguardo,
non l’avrei sopportato- e poi penserà che lei meritava di meglio
di tutto questo. Lei meritava di avere un uomo che la portava a cena,
e che le accostava la sedia mentre si sedeva
e il suo viso sarebbe stato bello alla luce soffusa delle candele,
e con lui avrebbe riso senza un motivo e la sua bocca sarebbe stata un be bop
-sì -dirà lei- non li avrei sopportati i suoi occhi, quel colore che hanno,
quel colore sbagliato -come questa notte,
e continuerà  ancora a pensare a tutto questo quando
finalmente tornerà a casa, nella sua stanza al settimo piano
e si toglierà le scarpe e anche quello stupido
vestito rosso e lo lascerà cadere sulla poltrona
e, fin dal primo chiarore, il giorno
continuerà ad avere lo stesso fottuto silenzio della notte
e la sua solitudine non avrà più scuse

It's a small world- ed ruscha

 

13/6/2009. h 07.15 Poesia 3 nasce dal taglio
del volo di un gabbiano dentro un cielo già sfinito
di primo mattino e dalla luce che s’inietta nei colori
come se fosse un surrogato di felicità. Poesia 3
si trascina in questa stanchezza accesa
del dover puntare sempre in alto,
essere notizia che attraversa lo spazio,ma in fondo
cosa resta di quel gabbiano
e del suo scrivere l’aria ? Poesia 3 si ferma per un attimo
nel mio pensiero di una rincorsa e di un volo verso un punto
che nessuno ha mai raggiunto
poi si schianta fra i piatti da lavare e le corsie del supermercato,
molto lontana dalla nuova epica, e anche dalla cronaca locale.
È il 13/6/2009. h.10.33

ed ruska- I forgot to remeber to forget- 1984

 

11/6/2009 h.09.51. Poesia 2 nasce dalla pratica
del “ci vediamo”, del “ci sentiamo” e
dal tempo che frana e si accumula in un tempo che
non appartiene a niente. Poesia 2 si avviluppa fuori da ogni spazio
a questi scampoli di futuro nel baratto del non compiersi
e la dicotomia di una memoria del non ricordo che mi salva.
è l’astrazione dal corpo?
è il potere dell’essere invisibile ? Eppure
io credevo di essere già qui
sono le ultime parole di Poesia 2 prima di morire.
11/6/2009. h 23.45

ruska- the music from balconies-1984

 

10/6/2009 h 21.12.. Poesia 1 nasce dal rumore vivo
del dialetto dei bambini
nella strada. La casa vuota. Il buio sul geranio.
Poesia 1 vuole decifrare se ora questa tentazione
di dire un suono è il desiderio che quel rumore
sia lì per me, se quel geranio
brucerà di rosso anche dentro il vuoto.
Se invece resterà solo il suicidio di un giorno in un altro
e un’altra illusione che c’è dentro ogni suono.
10/6/2009 h. 23.18 . Poesia 1 muore.

ernst haas-blurred running figures

 

Metri di scale, di strade, di luci di lampioni
metri di foglie gettate in terra da metri di vento e di stagioni
metri di nuvole che cambiano
metri di cielo, di orizzonti, metri di suoni, di fiori che scolorano
metri di giorni con dentro metri di parole
confuse, complicate, metri di attese fraintese e disattese, e metri
di notti da riavvolgere dal disorientare del buio
e metri da percorrere col buio che incombe, metri
di pensieri lasciati sopra metri di altri pensieri, metri di saliva
inghiottita, e metri di respiro che capriola nell’aria
metri di rapsodie di gesti, metri in slow-motion di silenzi e di vuoto
metri di aprirsi di porte e di finestre, metri di sorrisi e di facce sfinite
metri di arrivederci, di nomi, di mani , e metri che non lasciano traccia
e metri incrostati di ricordi imprecisi, metri e metri…
e infine l’ultimo che ferma il fiato,
che finisce il tempo e l’infinito, e poi finalmente è la tua pelle.

evoluzione

 

E anche questo sei giugno è arrivato. Dopo aver assistito ancora una volta allo stesso copione di sempre, alla questua dei voti, ai guizzi satanici sottopelle mascherati da volti tirati a lucido, ai tormentoni alienanti degli slogan e dopo aver percepito la mia conseguente rarefazione d’individuo pensante, mi chiedevo se ci sia  stata una volta in cui, andando a votare, non mi abbia accompagnato la sgradevole sensazione che stessi in realtà rendendomi complice di un piano criminale per farmi sempre meno umana, sempre più bestia.

 

Luglio 2009
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Milanoanthology


Milanoantology è un'antologia di racconti curata Maura Gancitano, in uscita per Giulio Perrone editore.
Racconti di Giuseppe Aloe, Cosimo Argentina, Giuseppe Braga, Marco Candida, Andrea Castelli, Michelangelo Cianciosi, Michele de Gennaro, Lucrezia Guaita Diani, Ketty Magni, Elena Chiara Mitrani, Matteo Moneta, Jacopo Ninni, Matteo Ninni, Andrea Pettinari, Lisa Sammarco, Erminia Maria Viganò.