Ma poi come è andata a finire con “Gates”?

Gate

Era Marzo del 2012, e “Gates” lo avevamo lasciato pressappoco qui. Nell’  Aprile successivo ebbi modo di partecipare ad un workshop di scrittura con Giulio Mozzi. In quella occasione a fine di una delle giornate di lavoro, e davanti ad un bicchiere di vino,  Giulio trovò tempo per parlare  con me di “Gates”. In realtà la nostra conversazione si mantenne su un piano generico: io gli parlai delle mie esperienze con i pochi editori da me contattati, lui mi ribadì  ciò che mi aveva già accennato via e-mail e cioè che per quanto belli quei testi difficilmente avrebbero potuto trovare una veste editoriale, ma si poteva tentare, magari cercando  qualche soluzione –lavoraci un po’ e poi mi spedisci il tutto, magari  potremmo poi incontraci a Milano per discuterne.

In verità la mia idea su “Gates” era sempre stata, fin dall’inizio, quella di associare ogni testo ad un’immagine, fotografie scattate proprio a quei cancelli che li avevano ispirati. Era dunque già in partenza un’idea marziana, improponibile,  ma l’idea era proprio quella, tuttavia nei giorni seguenti la conclusione del workshop mi addentrai, in cerca della soluzione vagamente accennata da Giulio, in quello spazio vuoto che è quando non si sa bene il perché e cosa ci abbia spinti  fino a lì.

Molto poco convinta, soprattutto perché non avevo nessuna idea di cosa lui intendesse,  mandai a Giulio il mio tentativo. Dopo circa un mese non avendo ricevuto cenno scrissi a Giulio di lasciar perdere, che in fondo preferivo che la mia idea morisse così come l’avevo pensata. Ero anche stanca, stanca di non sapere mai cosa fosse giusto fare e non fare, stanca dei mesi che passavano diventando anni ( ne erano passati intanto quasi due dalla fine della prima stesura di “Gates”), stanchezza a cui si aggiungeva la vaga sensazione, come se avessi ad un certo punto frenato,  che difficilmente con Giulio avrei avuto modo lavorare senza sentirmi costretta in una logica in cui  non mi muovevo a mio agio.

Joe Brainard in “Self -Portrait”   scrive:  “ Writing, for me, is a way of “talking” the way I wish I could talk.”* (Scrivere, per me, è un modo di “parlare” il modo in cui mi piacerebbe parlare.”) Io a volte quando scrivo sento un calore salirmi su, lungo le guance,  e mi rendo conto  allora che in quel momento non sto neanche cercando le parole che invece  quasi scorrono da sole senza impedimenti e  senza forzature come se avessero preso il sopravvento su dubbi e mediazione. È una strana sensazione che non ha nulla a che fare col compiacimento,  ma piuttosto, come Brainard, col fatto che quelle volte è “il modo in cui mi piacerebbe parlare”. Ed è così anche quando leggo, a volte.

Io ho questa mia idea sui meccanismi dello scrivere, penso che le cose debbano funzionare in quello stesso modo, che debba esserci un’emozione fluida che sfascia tutto e ti faccia agire “così come si vorrebbe parlare”, che non debba essere soltanto questione di fare entrare le cose nel tempo ma esattamente l’opposto, e cioè di fare uscire  dal tempo quelle cose che veramente ci interessano e farle vibrare sennò, qualsiasi cosa si scriva o si dica o si faccia,  è solo routine, preghiera reciproca e quotidiana, l’ora pro nobis lanciato nell’antimateria di un buco nero.  Credo sia mancato questo: mostrare di crederci, comunque.

Nei mesi successivi mi sono chiesta spesso quale fosse l’esatto significato da dare a credere in qualcosa totalmente, crederci in parte, pensare là per là di crederci, non crederci affatto e  alle conseguenze che potessero generarsi da una maldestra gestione di una  qualsiasi fra queste ipotesi.

 Di Giulio Mozzi mi sono fidata. Credo che la sua esperienza gli possa dare la ragione per poter dire quasi con certezza che un testo, così com’è, non abbia possibilità in campo editoriale, le ragioni per le quali  è così sono state lasciate purtroppo in sospeso almeno quanto quelle per le quali alcuni testi  inspiegabilmente, per me, vengano pubblicati.

Ma di Mozzi mi fido e per questo motivo non ho più tentato di proporre “Gates” agli editori.

Tuttavia in quei testi, come progetto poetico, ho continuato a crederci, per qualche inspiegabile ragione che a volte rendono testardi anche tipi come me che propendono alla resa, amara ma pur sempre resa.

Sono dunque molto molto contenta che “Gates” nell’ambito del “Premio Lorenzo Montano”  abbia ricevuto il premio di una segnalazione. Ringrazio di questo l’Associazione Anterem.

* da “The Collected Writings of Joe Brainard”- Self-Portrait- 1971

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