Azzurro e Rosa

Jeanne Hébuterne- di Amedeo ModiglianiAmedeo-Modigliani-Leopold-Zborowski-4-Oil-Painting

I ritratti di Jeanne Hébuterne e Leopold Zborowski sapranno cogliervi di sorpresa. È una promessa. Due piccole tele che irradiano un tempo incalcolabile in cui irrimediabilmente  vi sentirete proiettati al vostro ingresso e che vi accompagnerà lungo tutto il percorso.

Ho visitato la mostra dedicata a “Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti” pochi giorni dopo il  suo inizio, la mostra è attualmente ancora in corso a Milano a Palazzo Reale. L’ho visitata nei modi e nei tempi a me più congeniali, da sola e libera di perdermi in quel tempo. Ne sono uscita dopo alcune ore e con la stessa nostalgia degli addii, strappandomene a fatica.

Oggi pigramente, sempre più negli ultimi tempi, ho fatto una breve incursione nei pochi blog che visito, ormai di tanto in tanto, e nel Il Primo Amore ho letto questo articolo. Bello.

Dediche: Joe Brainard- I Remember


Joe Brainard – Tuesday, February 18th, 1971 (1 )

[Note: = brief pause]
Tuesday
February 18th
[silence]
[sniff, inhalation]
being as vain as I am
I’m surprised ‘ that I’m not horrified
by all the white hairs I keep finding in my hair these days
but I’m not
I just yank them out
[audience laughter]
which means
perhaps
that I’m not going to grow old very gracefully
[more audience laughter]
& that I may go bald before I go grey
[more audience laughter]
[room falls silent]
today was a beautiful day outside
but I spent it in
doing drawings of Ted
Ted Berrigan
one is a good drawing
but doesn’t look much like Ted
and the other one
looks a lot like Ted
but isn’t such a good drawing
[silence]
then after Ted left
I worked some on the new “I Remember”
ate an apple
and began writing this
and now it is beginning to get dark already
another day gone
before you know it
and that’s the way I like it

Joe Brainard – Martedì, 18 Febbraio, 1971

[Note – Breve Pausa]

Martedì
18 febbraio
[silenzio]
[ tira su col naso]
Vanitoso come sono
Sono sorpreso di non inorridire
A tutti i capelli bianchi che mi sto trovando in questi giorni
Non lo sono
Semplicemente li strappo via
[risata del pubblico]
Che significa
Forse
Che mi sto avviando a diventare vecchio non con un bell’aspetto
E che forse potrei diventare calvo prima ancora d’invecchiare
[ risate ancora più forti del pubblico]
[cade il silenzio nella stanza]

Oggi era una splendida giornata
Ma io l’ho trascorsa al chiuso
Facendo dei ritratti a Ted
Ted Berrigan
Uno è un buon disegno
Ma non somiglia a Ted
L’altro somiglia molto a Ted
Ma non è così buono
[silenzio]
Poi quando Ted è andato via
Ho lavorato un po’ al nuovo “I Remember”
Ho mangiato una mela
E ho iniziato a scrivere questo

E ora sta iniziando già ad imbrunire

Un altro giorno è andato
prima che me ne sia reso conto
ed è questo il modo che mi piace

Ricordo una volta, all’inizio della scuola, ero una bambina, che in aggiunta al corredo scolastico, ogni anno rinnovato ma sempre lo stesso, (una penna rossa, una penna blu, una matita, una gomma, dodici matite a colori, quattro quaderni a righe e due a quadretti, un temperamatite, un righello e un album da disegno) mi fu comprato anche un album per il collage particolarmente ricco di colori. L’album aveva fogli in cui le tinte lucidissime degradavano in due, a volte tre tonalità e questo già bastava a renderlo degno di ammirazione, ma ad impreziosirlo ulteriormente era la presenza di due pagine che solitamente non c’erano in quel tipo di album.

Ricordo che di queste due pagine andavo particolarmente fiera perché tutte le altre bambine della mia classe(ricordo che le classi erano divise in quelle dei bambini e in quelle delle bambine) me le invidiavano. Ricordo che una era oro e l’altra argento.

Ricordo che ero una bambina timida e introversa e questo, per qualche motivo, mi rendeva impopolare, ma ricordo come quell’isolamento avesse un altro sapore quando passava attraverso gli sguardi colmi di invidia delle mie compagne, che a volte si spingevano, cedendo, fino alla adulazione pur di convincermi ad usarle.

Ricordo che quelle due pagine rimasero intatte per lungo tempo, un po’ per prolungare quel refolo d’ammirazione che percepivo ogni volta che nell’ora dedicata al disegno tiravo l’album fuori dalla cartella, e un po’ perché in quei disegni infantili fatti di casette con i tetti rossi e cieli azzurri e chiome di alberi verdi e perfettamente tondi, l’oro e l’argento non trovavano un posto.

Ricordo che poi fu la scoperta della notte, la luce delle stelle, l’accendersi della luna, quel silenzio tagliato d’oro e d’argento a dare a quelle due pagine il loro spazio.

Ricordo quando le forbici incisero la forma curva della luna nell’oro. Ricordo come il suo vuoto e quel momento mi erano sembrati solenni.

Ricordo questo, colori vividi e netti e mondi immaginari dove i fiori sfioravano la punta aguzza dei tetti, mondi disabitati dove le finestre avevano sempre i battenti verdi e chiusi, ma inspiegabilmente davanzali fioriti, mondi un po’ tutti uguali come se nascessero da un unico immaginario pescato chissà dove poiché nessuna delle nostre case si assomigliava a quelle che ritagliavamo.

Ricordo poi i primi tentativi di popolare quei mondi. C’erano solo buffe bambine alte come alberi. Avevano la gonna fatta a triangolo, e le trecce gialle che come due stecchi sembravano uscire dalle orecchie.

Ricordo l’odore della colla Coccoina, così buono e profumato da sembrare orzata rappresa. Ti veniva voglia di mangiarla. Non ricordo ma non è detto che non l’abbia fatto.

Ricordo la punta del naso che inevitabilmente si sporcava di colla nel tentativo di annusarla da più vicino.

Ricordo l’ebbrezza di maneggiare le forbici, strumenti il cui uso ci era di solito proibito.

Ricordo minuscole costellazioni di colori sul gres opaco della classe anche se la maestra minacciava di punirci se non avessimo fatto attenzione a non sporcare il pavimento con i ritagli.

Ricordo che anni dopo, ero alle medie, l’insegnante di disegno disapprovò l’ardire delle mie prospettive nei miei primi tentativi d’imitare le linee scomposte delle vecchie case delle paese.
Ricordo l’insufficienza che ricevetti e queste case sono tutte storte con cui l’insegnante giustificò il voto. Ricordo che non protestai ma ci rimasi molto male. Non ricordo ma posso supporre che forse sì, piansi.

Ricordo che fu quella una delle prime volte, forse la prima, in cui mi s’insinuò il dubbio che potessero esserci insegnanti piccoli e mediocri, e anche che l’età adulta era a volte soltanto un potere malriposto.

Ricordo che ero convinta che avendo avuto un bisnonno e un nonno pittori avevo buone probabilità di esserlo anch’io. E che quell’insegnante non capiva niente. Per molte notti sognai di diventare una famosa pittrice, solo per vendetta nei suoi confronti. A volte mi succede ancora. Quando mi sembra di essere una grande poetessa ingiustamente incompresa.

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E. Hopper – J.D Salinger: l’arte di andare via

Credo di non aver mai prestato la giusta attenzione ai due quadri di Hopper conosciuti come Soir Blue e Girlie Show. Entrambi mi erano sempre sembrati anomale interpretazioni dei temi cari ad Hopper. Sebbene appartengano a due epoche diverse, i soggetti ritratti nelle due tele e in particolare quelli su cui l’attenzione è veicolata, il Pierrot in Soir Blue fra gli avventori ai tavoli di una Parigi dei primi del Novecento e la nudità esposta della ballerina in Girlie Show , si presentano sia nella posa che nell’abbigliamento quasi estranei alla dinamica di quell’epoca che in Hopper trova il suo più malinconico cantore. Continua a leggere E. Hopper – J.D Salinger: l’arte di andare via

Il giallo e il nero

Monet- tavolozza

 

In certe ore estive la linea breve con cui il paese si distende verso l’interno sembra che s’inclini, e si corrughi, e allora tutto scivola ammassandosi verso il mare: la gente, i rumori, gli odori; tutto sobbolle, come un sugo concentrato d’umanità, nella sottile striscia dei pochi metri di spiaggia e del lungomare.
Sono queste le ore in cui il sole si conficca perpendicolare nella carne del paese, e chi non è al mare è nel chiuso fresco delle stanze.
Basta spingersi però poco oltre la linea di confine, allontanandosi dal mare, e il paese appare come svuotato da se stesso in tutta fretta, del suo passaggio restano poche tracce : qualche cicca di sigaretta, pezzetti di merendine cadute dalle mani dei bambini, il breve tempo che separa l’attesa di tazzine e bicchieri prima che i tavolini dei bar vengano rigovernati, le sedie lasciate nell’atto fermo e scomposto dell’abbandono.
Tutto è immerso in un silenzio che però non è puro e totale, ma è viscoso come resina e se ci entri dentro t’imbatti nei minuscoli suoni che vi sono intrappolati dentro.
Mi piace allora, soprattutto quando mi rendo conto che in fondo non ho nulla di memorabile da aggiungere, starmene lì, in questa specie di pelle di serpente, in questa cosa né viva né morta. Continua a leggere Il giallo e il nero

Chiaroscuri

jack vettriano- the temptress

Ieri i miei programmi per il pomeriggio si sono dileguati tutti con un nulla di fatto. Ho deciso allora di fare quattro passi ed arrivare in centro. Mentre camminavo mi sono accorta di farlo tenendo gli occhi bassi, tanto che non conservo il minimo ricordo di qualsiasi cosa o persona io possa aver incrociato nel tragitto. È strana questa sensazione di ritrovarmi con un buco nella memoria di un presente  in cui io stessa manco.

Ieri alla Rizzoli in Galleria c’era Jack Vettriano. Ed io non avevo programmi ed ho assistito alla presentazione dei suoi libri. Quando mi sono fatta avanti dopo aver scelto le pagine da autografare, lui, guardando le immagini che avevo selezionato, mi ha detto – I like your taste!-
Io mi sono chiesta – quand’è che iniziamo a dire balle e perché sentiamo la necessità di farlo anche quando non dirle non cambia niente ?-

L’immaginario Blurp : Mario Baldarella

C’è un mondo sospeso nei quadri di Mario Baldarella. È un mondo in cui i personaggi che lo abitano sognano la realtà del sogno trasferendola in una terra indefinita, senza coordinate,  che il pittore rende accessibile attraverso una sorta di star-gate dell’immaginifico.
Le figure si stagliano quasi senza peso tenendosi in equilibrio sulla materia che compone gli scenari che fanno da sfondo: i blu, i rossi, i verdi, i gialli si compattano in un’unica tinta, si sdoppiano e si moltiplicano, anch’essi in un’assenza di gravità, fratturando gli spazi e ricreandone nuovi. Le forme si allungano, si dilatano, si gonfiano, diventano minuscole proiezioni di se stesse. Non hanno ombra, e anche la luce sembra perdere la cognizione del tempo nei colori che, nel loro sovrapporsi in linee nette, costringono chi guarda ad entrare nel sogno, o forse, come in un dejà vu, a ritrovare quel mondo, quel sogno che si credeva perso.

Galleria Pinxi New Art
Via Savona 61, Milano
Inaugurazione della mostra
Mercoledì 25 giugno h. 18.30

Mario Baldarella:

http://www.elementosdesign.com/MarioBaldarella

http://affordableartfair.us/newyorkcity/exhibitor-profile.php?fair=20123&exhibit=658&artist=4388

La luce e il silenzio di Edward Hopper e Andrew Wyeth :The sun of this month cures all*

 

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Quando piove mi sembra che piova ovunque. I luoghi diventano universo globale, impersonale e allargato fino al limite estremo dei confini. Li immagino stesi come enormi pozzanghere appena tremolanti in superficie, indistintamente grigi e piatti, disciolti fino a formare un’unica pastetta che col passare dei giorni uniforma i colori, gli odori, e perfino la gente. I paesaggi diventano lisci, come se l’abbassarsi del cielo li piallasse. Se piove in primavera all’aria già spugnosa, gravida di umori, si aggiunge una sorta di delusione e, nei piccoli paesi come il mio, anche una patina di silenzio in cui si slarga il frangersi del mare sulla roccia e sulla battigia. Continua a leggere La luce e il silenzio di Edward Hopper e Andrew Wyeth :The sun of this month cures all*

Edward Hopper: La poesia del silenzio

     

Il breve testo che segue è stato scritto in collaborazione con Paola Lovisolo per Bombasicilia.
Edward Hopper e Mark Strand ritorneranno ancora nelle piccole cose che scrivo…e scriverò.

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Donna con ombrello #1

ombrello.jpg

Guardo in alto e lei è lì.
Bianco tagliato nel cielo fresco di vento. Prepotente di azzurro.
Precipito inghiottita dalla frenesia del mio sguardo. Lei, dunque. Una sconosciuta.
Silenziosa. Nel vacillare scomposto della primavera del prato.
Caos in movimento, eppure stranamente immobile in ogni goccia di colore
-chi sei?-mi chiedo. E temo poi che possa sentirmi.- chi aspetti?-
Lei, sconosciuta, guarda lontano, inconsapevole. Chiusa ad ogni risposta.
Inutile spiarne il viso in ombra, inutile intuire appena la sua attesa,
unirmi al tormento di quel vestito nella folata improvvisa. Penetro la brezza
cercando di varcare la barriera.
Comprendere il gesto. Il silenzio del fiore rosso che ha appuntato alla cintura.
Desiderio di indovinarne il profumo.
Percorro il limitare scuro del suo ombrello verde e
finalmente posso ignorare al suo riparo, la violenza del tramonto.
La guardo ancora.
Lei, sconosciuta e severa. Fissata per sempre in quell’attimo eterno.
Abbasso gli occhi e leggo:
“Donna con ombrello” 1886- Claude Monet