Ma poi come è andata a finire con “Gates”?

Gate

Era Marzo del 2012, e “Gates” lo avevamo lasciato pressappoco qui. Nell’  Aprile successivo ebbi modo di partecipare ad un workshop di scrittura con Giulio Mozzi. In quella occasione a fine di una delle giornate di lavoro, e davanti ad un bicchiere di vino,  Giulio trovò tempo per parlare  con me di “Gates”. In realtà la nostra conversazione si mantenne su un piano generico: io gli parlai delle mie esperienze con i pochi editori da me contattati, lui mi ribadì  ciò che mi aveva già accennato via e-mail e cioè che per quanto belli quei testi difficilmente avrebbero potuto trovare una veste editoriale, ma si poteva tentare, magari cercando  qualche soluzione –lavoraci un po’ e poi mi spedisci il tutto, magari  potremmo poi incontraci a Milano per discuterne. Continua a leggere Ma poi come è andata a finire con “Gates”?

Gates: Per ogni storia ce n’è almeno un’altra

l. ogni sera innaffia le piante del suo balcone. l. innaffia le piante del suo balcone quando è triste. La tristezza di l. è una cosa che appartiene alla sera come può esserlo la consuetudine delle stelle, e così ogni sera l. è triste e innaffia le piante che adesso sono in fiore sul suo balcone. l. per farlo aspetta che la sera entri in un’ora tarda che la fa quasi notte e la strada allora diventa una lingua muta e tutto il paese è un altrove che resta dietro le persiane serrate delle case. l. anche stasera è lì, in una di queste prime tiepide oscurità, è lì che mesce acqua sul rosso sanguigno dei gerani che il buio della poca luce dei lampioni raggruma tutt’al più in un’idea di rosso vivo, perché quello che l. in effetti vede è solo una materia di un buio più buio, finemente frantumato in piccole scaglie. A l. piace starsene lì ché le sembra di essere una nuvola passeggera, e pensa che quando tutte le piante avranno avuto la loro acqua anche la tristezza, come una nuvola, andrà a vuotarsi nella terra. Stasera però la strada stenta a stare ferma e da un vicolo ancora desto arriva un balbettio sommesso di passi, poi ecco spuntare una turista che passando sorride a l., poi con la mano saluta e l. vede che il sorriso le diventa ancora più ampio come di fronte ad una qualche meraviglia che le è stata promessa dal pacchetto all inclusive e che non è andata disattesa. l. è una nuvola che piove attenta e sottile, che sorride e che saluta una sconosciuta dal buio ché se non lo facesse rovinerebbe tutto. Poi ogni cosa ritorna pian piano alla sera che era: l. ritorna ai suoi fiori, e a quella tristezza interrotta, la strada rallenta e poi, quando la donna svanisce del tutto, resta ferma e anche l’oscurità si distende. Ecco, pensa l., forse ora resterò nella coreografia di un ricordo di questa donna, sarò tale e quale ad uno di quei suggestivi elementi di cui, tornata a casa, lei, la donna, parlerà ad un vicino così come allo stesso modo parlerà del finto pescatore che le ha cantato Fenesta vascia e dirà convinta what a spell! e dirà che lì, al sud, tutto è così suggestivo, tutto è ancora come in un film in bianco e nero, lì, dirà, le donne stanno ai balconi e i pescatori cantano alle donne canzoni d’amore, unbelievable! Io, pensa l., finirò in uno di questi ricordi come si finisce nell’inquadratura che era tutta e solo per un tramonto che è apparso bellissimo perché una nuvola sembrava disegnare la forma di un cuore e questo lo faceva speciale, un tramonto che nessuno aveva mai avuto, ma in realtà identico a tanti già veduti. Io, pensa ancora l., sarò lì così, e sbiadirò nel color seppia del racconto di quella volta che lei, una donna che già adesso è scomparsa alla vista di l., in un paesino del sud, in vacanza, passando di notte lungo una strada aveva guardato per caso su in alto, verso una terrazza, e aveva vista una donna che calmava la sete dei suoi gerani e con lei aveva scambiato la complicità di un saluto felice magic! unforgettable! dirà, ma ignorerà tutto di l., ignorerà la sua tristezza sfiancata che ogni sera s’impiglia nei gerani e ignorerà anche che l. avrebbe scritto proprio di lei, di questa storia che forse è accaduta, una storia che l. sta scrivendo proprio adesso, allineando parole che non sono state dette per farne una finzione o forse per farla accadere davvero, una storia che è una, ma con due trame, due vite ed entrambe imprecise. l. pensa che in tutte le storie, anche quelle che appaiono perfette, ce ne sia un’altra con un’anima buia che, come ogni anima, se ne sta nascosta come l’altro lato della luna, come un giardino che immagini soltanto dietro la grata di un cancello. l. pensa che per ogni storia che viene narrata ce ne sia almeno un’altra che tace. Qual è delle due quella reale?

Gates: te lo ricordi mamma?

s. sta perdendo la memoria. s. dimentica di ricordare che sta perdendo la memoria e allora si smarrisce quando le chiedono con insistenza te lo ricordi mamma? no, s. non se lo ricorda, ma cosa le hanno chiesto? Per adesso il male va e viene, e quando viene, anche se non lo sa, s. contiene il vuoto di se stessa. s. quando il male viene è già la sua assenza. Quando il male va s. non ricorda che il male l’ha cancellata. Che il male c’è a s. lo dicono le pillole, ecco la tua pillola dicono a s., e s. guarda quella minuzia bianca nel palmo della mano ecco l’acqua e a volte s. beve e manda giù, sorride grazie dice, a volte se ne resta con lo sguardo fisso e non sa cosa fare. s. da qualche tempo, quando il male va, ha preso ad annotare le cose ovvie che conosce e che la circondano: mi chiamo s., l’uomo nel mio letto è mio marito stiamo insieme da quarant’anni, la donna alta e bionda che mi tiene per mano e, anche se non sono più una bambina, mi accompagna ovunque si chiama Lara, è ucraina, non mi parla quasi mai ma solo perché non parla bene la nostra lingua, mi piacciono le fragole e le ciliegie, ho tre nipoti, il più piccolo ha due anni, la pioggia non è nulla di spaventoso, e così via. Continua a leggere Gates: te lo ricordi mamma?

Gates: Ah, questa vita!

d. anche lei come le altre è scesa in piazza d. anche lei con le altre è stata la fiumana, d. il prato immenso, d. la voce, d. il filo d’erba. d. come le altre poi è tornata a casa. d. i letti ancora da rifare. d. qui le calze colorate e d. là le lenzuola bianche attenta a non sbagliare. d. la fame da nutrire. d. la fila al supermercato. d. il dentifricio, saliva schiuma rattrappita che chiazza il lavandino. d. guanti di plastica. d. schizzi di urina sulla porcellana. d. le notti insonni. d. la mano sulle fronti calde. d. a volte troppo silenzio da non sapere più da quale parte accarezzarlo. d. questa vita così diversa dalle parole delle canzoni cantate in coro. d. ah, questa vita! questa vita fuori vento che in questo resto resta la stessa, d. e questo freddo, questo freddo sordo che si stringe addosso .

Gates: Certa poesia

m. quando cammina e passa accanto la vetrina di una profumeria non resiste, m. deve entrarci. A m. piacciono molto quelle grandi, quelle che hanno lunghe vetrine popolate da strane donne che sembrano bellissime benché siano ridotte in pezzi. A m. piace guardare quei corpi tronchi e immaginifici composti soltanto da occhi immensi, o da mani affusolate, oppure da bocche immobili nell’incantesimo di un nulla misterioso, o da gambe lisce e culi tondi teneramente rosei che disegnano enigmatici punti interrogativi. m. entra e immagina che quella sia la bottega di dio, m. immagina che dio lì ripari le donne malriuscite. Continua a leggere Gates: Certa poesia

Gates: Sette Battute e Uno Spazio


d. ha sedici anni e quando di mattina esce per andare a scuola uno zainetto viola chiaro chiaro le fiorisce sulla schiena. d. ha la frangia castana ben pettinata e liscia messa di lato e lunga tanto che le copre un occhio quasi del tutto. d. somiglia ad un ciclope. L’occhio di d., quello che si vede, si accende fra fauci di trucco nero e ciglia che sembrano spade infoderate in bell’ordine dentro il mascara. L’occhio di d., quello nascosto, contiene i suoi segreti. d. il mondo lo guarda così, con un occhio adulto e con l’altro che lo sbircia di sguincio attraverso il pudore di un ultimo spiraglio di fanciullezza. Il suo, quello di d. è un mondo strabico, è un mondo diviso in due. d. ha sedici anni e ha dentro gli occhi l’asimmetria di questo abbozzo di mondo, che è solo suo. d. ha anche duecentosedici sms salvati sulla memoria del suo cellulare, un amore racchiuso in miniature. Continua a leggere Gates: Sette Battute e Uno Spazio

Gates: L’anima del Torrente


g. sembra fatta d’acqua tanto è magra. Oggi che le giornate si sono ormai spogliate nell’aria della stagione calda g. nella sua camicina di cotone leggero sembra scorrere come un torrente nella secca estiva. g. dentro quei pochi centimetri di stoffa stropicciata è la poca acqua che rimane. g. è un torrente quando la sua poca acqua che rimane scopre i segreti delle sue sponde e del suo fondo. g. è la poca acqua che rimane di un torrente e non fa quasi più rumore. g. si guarda quel che può. E quel che g. può guardare di se stessa sono le sue braccia che sembrano due stecchi spezzati e torti che giacciono sul fondo di un torrente che la secca ha messo allo scoperto. g. si guarda le linee dei rivoli azzurrognoli sotto la velina della pelle di quelle sue braccia piegate sul lenzuolo. g. si guarda e non vede altro che quella membrana palpitante e fine poggiata sulle sue braccia come fosse la poca acqua che rimane di un torrente. Io sono come un torrente quando la stagione secca lo scarnisce e la sua anima si scopre e tutti possono vederla. Questa è la mia anima esposta, questa sono io, riuscite a vedermi adesso?

 

Gates: Forse con la vita stessa

c. è una casalinga. c. ha una vita dignitosamente opaca. c. ha una vita come ce ne sono tante che inizia da trent’anni con l’odore del latte che si scalda sul fornello della cucina, e inizia che fuori neanche è fatta l’alba. c. non se lo sa spiegare come quel liquido così bianco e innocente possa avere quell’odore. c. quell’odore non sa proprio definirlo. Non dolce, non aspro, è più che altro un odore senza un suo aggettivo, se volesse classificarlo nel modo più convenzionale. c. crede che abbia che fare con le cose che si hanno dentro. c. crede che anche l’odore del cuore che batte non ha un aggettivo ma forse si rassomiglia a quello che ha il latte quando lo si scalda. c. il latte lo guarda mentre lentamente si gonfia al calore della fiamma, e si inturgidisce come una mammella bianca, e mentre questo accade l’odore diventa più pieno e intenso e vivo. c. il latte lo guarda venir su sfrigolando lungo le pareti di metallo, su su fino ai bordi ricurvi del bricco e quando c. spegne la fiamma guarda quella materia montata che ricade giù avvolta da un velo sottile che sembra pelle, portandosi appresso il suo odore. c. pensa che quell’odore abbia a che fare con quella che è la sua vita. Forse con la vita stessa.