Tips For Artists

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Visti i lunghissimi intermezzi che da tempo separano un post dall’altro è chiaro che la mia fiducia e/o il mio interesse per la rete va ormai scemando. Purtroppo l’opportunità che essa potesse rappresentare un luogo di scambio onesto è sempre più vanificata. Vige invece la corsa alla costruzione di monumentali ego e non importa se per conquistare il proprio piedistallo si debba ricorrere all’adulazione o all’epiteto o allo scherno, o peggio ancora alla disonestà. È più semplice, si sa.
Eppure continuo a stupirmi della frequenza di certe “pratiche” , continuo a stupirmi e dispiacermi ed incazzarmi, e senza intraprendere pericolosi discorsi sui diritti d’autore, plagi etc, in cui chi ha torto finisce sempre col cadere in piedi, dico solo  che ciò che continua ad accadere (ancora una volta ne è vittima il poeta Francesco Marotta) è indegno, è totale mancanza di rispetto del lavoro altrui, mancanza ancora più deplorevole se questo lavoro ha le uniche radice nell’amore verso la poesia.
Indignarsi? che tale perdita di tempo! non serve, vero? Su, torniamo a scrivere le “poesie”, a capo chino.

Dediche: Joe Brainard- I Remember


Joe Brainard – Tuesday, February 18th, 1971 (1 )

[Note: = brief pause]
Tuesday
February 18th
[silence]
[sniff, inhalation]
being as vain as I am
I’m surprised ‘ that I’m not horrified
by all the white hairs I keep finding in my hair these days
but I’m not
I just yank them out
[audience laughter]
which means
perhaps
that I’m not going to grow old very gracefully
[more audience laughter]
& that I may go bald before I go grey
[more audience laughter]
[room falls silent]
today was a beautiful day outside
but I spent it in
doing drawings of Ted
Ted Berrigan
one is a good drawing
but doesn’t look much like Ted
and the other one
looks a lot like Ted
but isn’t such a good drawing
[silence]
then after Ted left
I worked some on the new “I Remember”
ate an apple
and began writing this
and now it is beginning to get dark already
another day gone
before you know it
and that’s the way I like it

Joe Brainard – Martedì, 18 Febbraio, 1971

[Note – Breve Pausa]

Martedì
18 febbraio
[silenzio]
[ tira su col naso]
Vanitoso come sono
Sono sorpreso di non inorridire
A tutti i capelli bianchi che mi sto trovando in questi giorni
Non lo sono
Semplicemente li strappo via
[risata del pubblico]
Che significa
Forse
Che mi sto avviando a diventare vecchio non con un bell’aspetto
E che forse potrei diventare calvo prima ancora d’invecchiare
[ risate ancora più forti del pubblico]
[cade il silenzio nella stanza]

Oggi era una splendida giornata
Ma io l’ho trascorsa al chiuso
Facendo dei ritratti a Ted
Ted Berrigan
Uno è un buon disegno
Ma non somiglia a Ted
L’altro somiglia molto a Ted
Ma non è così buono
[silenzio]
Poi quando Ted è andato via
Ho lavorato un po’ al nuovo “I Remember”
Ho mangiato una mela
E ho iniziato a scrivere questo

E ora sta iniziando già ad imbrunire

Un altro giorno è andato
prima che me ne sia reso conto
ed è questo il modo che mi piace

Ricordo una volta, all’inizio della scuola, ero una bambina, che in aggiunta al corredo scolastico, ogni anno rinnovato ma sempre lo stesso, (una penna rossa, una penna blu, una matita, una gomma, dodici matite a colori, quattro quaderni a righe e due a quadretti, un temperamatite, un righello e un album da disegno) mi fu comprato anche un album per il collage particolarmente ricco di colori. L’album aveva fogli in cui le tinte lucidissime degradavano in due, a volte tre tonalità e questo già bastava a renderlo degno di ammirazione, ma ad impreziosirlo ulteriormente era la presenza di due pagine che solitamente non c’erano in quel tipo di album.

Ricordo che di queste due pagine andavo particolarmente fiera perché tutte le altre bambine della mia classe(ricordo che le classi erano divise in quelle dei bambini e in quelle delle bambine) me le invidiavano. Ricordo che una era oro e l’altra argento.

Ricordo che ero una bambina timida e introversa e questo, per qualche motivo, mi rendeva impopolare, ma ricordo come quell’isolamento avesse un altro sapore quando passava attraverso gli sguardi colmi di invidia delle mie compagne, che a volte si spingevano, cedendo, fino alla adulazione pur di convincermi ad usarle.

Ricordo che quelle due pagine rimasero intatte per lungo tempo, un po’ per prolungare quel refolo d’ammirazione che percepivo ogni volta che nell’ora dedicata al disegno tiravo l’album fuori dalla cartella, e un po’ perché in quei disegni infantili fatti di casette con i tetti rossi e cieli azzurri e chiome di alberi verdi e perfettamente tondi, l’oro e l’argento non trovavano un posto.

Ricordo che poi fu la scoperta della notte, la luce delle stelle, l’accendersi della luna, quel silenzio tagliato d’oro e d’argento a dare a quelle due pagine il loro spazio.

Ricordo quando le forbici incisero la forma curva della luna nell’oro. Ricordo come il suo vuoto e quel momento mi erano sembrati solenni.

Ricordo questo, colori vividi e netti e mondi immaginari dove i fiori sfioravano la punta aguzza dei tetti, mondi disabitati dove le finestre avevano sempre i battenti verdi e chiusi, ma inspiegabilmente davanzali fioriti, mondi un po’ tutti uguali come se nascessero da un unico immaginario pescato chissà dove poiché nessuna delle nostre case si assomigliava a quelle che ritagliavamo.

Ricordo poi i primi tentativi di popolare quei mondi. C’erano solo buffe bambine alte come alberi. Avevano la gonna fatta a triangolo, e le trecce gialle che come due stecchi sembravano uscire dalle orecchie.

Ricordo l’odore della colla Coccoina, così buono e profumato da sembrare orzata rappresa. Ti veniva voglia di mangiarla. Non ricordo ma non è detto che non l’abbia fatto.

Ricordo la punta del naso che inevitabilmente si sporcava di colla nel tentativo di annusarla da più vicino.

Ricordo l’ebbrezza di maneggiare le forbici, strumenti il cui uso ci era di solito proibito.

Ricordo minuscole costellazioni di colori sul gres opaco della classe anche se la maestra minacciava di punirci se non avessimo fatto attenzione a non sporcare il pavimento con i ritagli.

Ricordo che anni dopo, ero alle medie, l’insegnante di disegno disapprovò l’ardire delle mie prospettive nei miei primi tentativi d’imitare le linee scomposte delle vecchie case delle paese.
Ricordo l’insufficienza che ricevetti e queste case sono tutte storte con cui l’insegnante giustificò il voto. Ricordo che non protestai ma ci rimasi molto male. Non ricordo ma posso supporre che forse sì, piansi.

Ricordo che fu quella una delle prime volte, forse la prima, in cui mi s’insinuò il dubbio che potessero esserci insegnanti piccoli e mediocri, e anche che l’età adulta era a volte soltanto un potere malriposto.

Ricordo che ero convinta che avendo avuto un bisnonno e un nonno pittori avevo buone probabilità di esserlo anch’io. E che quell’insegnante non capiva niente. Per molte notti sognai di diventare una famosa pittrice, solo per vendetta nei suoi confronti. A volte mi succede ancora. Quando mi sembra di essere una grande poetessa ingiustamente incompresa.

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Un bene contenuto

don cherry- ole brask

Ieri finalmente mi sono stati recapitati alcuni libri che aspettavo. Non ho scartocciato subito il pacchetto che è rimasto per un po’ ben sigillato sul tavolo. Credo sia una mia abitudine allungare i tempi, è come se adottassi per certe cose una specie di sabato leopardiano con cui “orno” la quotidianità per prolungare la fanciullezza che è racchiusa in ogni cosa prima che si sveli.
Poi il momento è giunto e finalmente mi sono messa tranquilla a sedere nella mia stanza con i libri fra le mani. Ho cercato subito le poesie che avevo intenzione di tradurre. Le avevo sentite già dalla voce del poeta ma dall’audio non avevo compreso alcuni versi, e le ho lette con attenzione cercando conferma di quel piacere provato nell’ascolto. Poi, sfogliando qui e là, ne ho lette altre ma molto rapidamente, lasciando alcune lacune laddove di alcuni termini mi sfuggiva il significato e avevo bisogno di controllarlo sul dizionario, di qualche altra mi sono detta entusiasta – bellissima, traduco anche questa per il mio blog –
Quando la soglia di concentrazione si è abbassata ho interrotto la lettura, ma mi sono soffermata sulla copertina di uno dei libri.   È una bella foto in bianco e nero che ritrae  in primo piano un giovane uomo che stringe sotto il braccio quella che mi è subito sembrata la custodia di una tromba. Alle sue spalle un ragazzino e un uomo aspettano la metropolitana. È una gran bella foto. Mi piacciono le vecchie foto in bianco e nero, e quella valigetta nera mi ha incuriosita. Sono andata perciò a cercarne l’autore sul retro del libro. Il giovane uomo è il trombettista jazz Don Cherry e la foto è di Ole Brask. Continua a leggere Un bene contenuto

Elizabeth Alexander : Praise Song For The Day

alexander

 

Each day we go about our business,
walking past each other, catching each other’s
eyes or not, about to speak or speaking.

All about us is noise. All about us is
noise and bramble, thorn and din, each
one of our ancestors on our tongues.

Someone is stitching up a hem, darning
a hole in a uniform, patching a tire,
repairing the things in need of repair.

Someone is trying to make music somewhere,
with a pair of wooden spoons on an oil drum,
with cello, boom box, harmonica, voice.

A woman and her son wait for the bus.
A farmer considers the changing sky.
A teacher says, Take out your pencils. Begin.

We encounter each other in words, words
spiny or smooth, whispered or declaimed,
words to consider, reconsider.

We cross dirt roads and highways that mark
the will of some one and then others, who said
I need to see what’s on the other side.

I know there’s something better down the road.
We need to find a place where we are safe.
We walk into that which we cannot yet see.

Say it plain: that many have died for this day.
Sing the names of the dead who brought us here,
who laid the train tracks, raised the bridges,

picked the cotton and the lettuce, built
brick by brick the glittering edifices
they would then keep clean and work inside of.

Praise song for struggle, praise song for the day.
Praise song for every hand-lettered sign,
the figuring-it-out at kitchen tables.

Some live by love thy neighbor as thyself,
others by first do no harm or take no more
than you need.
What if the mightiest word is love?

Love beyond marital, filial, national,
love that casts a widening pool of light,
love with no need to pre-empt grievance.

In today’s sharp sparkle, this winter air,
any thing can be made, any sentence begun.
On the brink, on the brim, on the cusp,

praise song for walking forward in that light.

Praise Song for the Day- (Graywolf Press, 2009). Continua a leggere Elizabeth Alexander : Praise Song For The Day

In questo corpo

 

Niente poesia in questo corpo.
In questo corpo nessun universo:
muscoli tesi
e carne in questo corpo.
Nessuna rabbia o tenerezza
in questo corpo:
un passo dopo l’altro
negli inverni
in questo corpo
nelle primavere
in questo corpo
testa, cuore, braccia, gambe
legati stretti
in questo corpo.
Questo corpo fa l’amore
quando ama
in questo corpo
e c’è un amore
in questo corpo
ad ogni parola che parla
in questo corpo
che ascolta
chiuso
in questo corpo

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