Jazz on The Coast 2011

Jazz on the Coast giunge, tenacemente, alla sua diciassettesima edizione. Nuova quest’anno la location. La Villa Marittima romana, splendido sito archeologico nel cuore del paese, farà infatti da affascinante scenografia ai tre appuntamenti musicali, offrendo così ai più distratti anche l’occasione di scoprire un altro dei piccoli grandi tesori che la nostra Costiera custodisce.
Tre dunque le date concentrate nell’arco della settimana che segue il Ferragosto: martedì 16 Agosto“EDDIE GOMEZ quartet”, giovedì 18 Agosto “MIKE MELILLO”, venerdì 19 Agosto “ZOE RAHMAN Quartet”, tre occasioni per godere di qualche ora di buona musica e per illuminare un’estate che, ad ogni anno che passa, diventa sempre più silente, e in cui Cultura, nelle innumerevoli sfaccettature che essa comprende, stenta a potersi definire tale, sconfinando sempre più spesso nella sua deriva di mediocrità.
Ma Jazz on the Coast, sebbene con l’affanno delle incertezze che ormai regolarmente accompagnano sotto braccio ogni passione e ogni entusiasmo, resiste, e lo fa portandosi dentro di anno in anno il sogno di poter diventare ed essere considerato, se solo gli enti preposti ai finanziamenti uscissero dal loro autismo, il fiore all’occhiello non solo di questo piccolo paese ma dell’intera Costiera.
Nel video qui proposto sulle note della Lambada De Serpente scorrono le immagini del back stage della scorsa edizione, a provare è l’Aaron Goldberg trio. Ricordo esattamente cosa disse Goldberg prima del concerto – per voi sarà normale, ma non potete immaginare l’effetto che fa suonare davanti a tutta questa bellezza-

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Dediche: Joe Brainard- I Remember


Joe Brainard – Tuesday, February 18th, 1971 (1 )

[Note: = brief pause]
Tuesday
February 18th
[silence]
[sniff, inhalation]
being as vain as I am
I’m surprised ‘ that I’m not horrified
by all the white hairs I keep finding in my hair these days
but I’m not
I just yank them out
[audience laughter]
which means
perhaps
that I’m not going to grow old very gracefully
[more audience laughter]
& that I may go bald before I go grey
[more audience laughter]
[room falls silent]
today was a beautiful day outside
but I spent it in
doing drawings of Ted
Ted Berrigan
one is a good drawing
but doesn’t look much like Ted
and the other one
looks a lot like Ted
but isn’t such a good drawing
[silence]
then after Ted left
I worked some on the new “I Remember”
ate an apple
and began writing this
and now it is beginning to get dark already
another day gone
before you know it
and that’s the way I like it

Joe Brainard – Martedì, 18 Febbraio, 1971

[Note – Breve Pausa]

Martedì
18 febbraio
[silenzio]
[ tira su col naso]
Vanitoso come sono
Sono sorpreso di non inorridire
A tutti i capelli bianchi che mi sto trovando in questi giorni
Non lo sono
Semplicemente li strappo via
[risata del pubblico]
Che significa
Forse
Che mi sto avviando a diventare vecchio non con un bell’aspetto
E che forse potrei diventare calvo prima ancora d’invecchiare
[ risate ancora più forti del pubblico]
[cade il silenzio nella stanza]

Oggi era una splendida giornata
Ma io l’ho trascorsa al chiuso
Facendo dei ritratti a Ted
Ted Berrigan
Uno è un buon disegno
Ma non somiglia a Ted
L’altro somiglia molto a Ted
Ma non è così buono
[silenzio]
Poi quando Ted è andato via
Ho lavorato un po’ al nuovo “I Remember”
Ho mangiato una mela
E ho iniziato a scrivere questo

E ora sta iniziando già ad imbrunire

Un altro giorno è andato
prima che me ne sia reso conto
ed è questo il modo che mi piace

Ricordo una volta, all’inizio della scuola, ero una bambina, che in aggiunta al corredo scolastico, ogni anno rinnovato ma sempre lo stesso, (una penna rossa, una penna blu, una matita, una gomma, dodici matite a colori, quattro quaderni a righe e due a quadretti, un temperamatite, un righello e un album da disegno) mi fu comprato anche un album per il collage particolarmente ricco di colori. L’album aveva fogli in cui le tinte lucidissime degradavano in due, a volte tre tonalità e questo già bastava a renderlo degno di ammirazione, ma ad impreziosirlo ulteriormente era la presenza di due pagine che solitamente non c’erano in quel tipo di album.

Ricordo che di queste due pagine andavo particolarmente fiera perché tutte le altre bambine della mia classe(ricordo che le classi erano divise in quelle dei bambini e in quelle delle bambine) me le invidiavano. Ricordo che una era oro e l’altra argento.

Ricordo che ero una bambina timida e introversa e questo, per qualche motivo, mi rendeva impopolare, ma ricordo come quell’isolamento avesse un altro sapore quando passava attraverso gli sguardi colmi di invidia delle mie compagne, che a volte si spingevano, cedendo, fino alla adulazione pur di convincermi ad usarle.

Ricordo che quelle due pagine rimasero intatte per lungo tempo, un po’ per prolungare quel refolo d’ammirazione che percepivo ogni volta che nell’ora dedicata al disegno tiravo l’album fuori dalla cartella, e un po’ perché in quei disegni infantili fatti di casette con i tetti rossi e cieli azzurri e chiome di alberi verdi e perfettamente tondi, l’oro e l’argento non trovavano un posto.

Ricordo che poi fu la scoperta della notte, la luce delle stelle, l’accendersi della luna, quel silenzio tagliato d’oro e d’argento a dare a quelle due pagine il loro spazio.

Ricordo quando le forbici incisero la forma curva della luna nell’oro. Ricordo come il suo vuoto e quel momento mi erano sembrati solenni.

Ricordo questo, colori vividi e netti e mondi immaginari dove i fiori sfioravano la punta aguzza dei tetti, mondi disabitati dove le finestre avevano sempre i battenti verdi e chiusi, ma inspiegabilmente davanzali fioriti, mondi un po’ tutti uguali come se nascessero da un unico immaginario pescato chissà dove poiché nessuna delle nostre case si assomigliava a quelle che ritagliavamo.

Ricordo poi i primi tentativi di popolare quei mondi. C’erano solo buffe bambine alte come alberi. Avevano la gonna fatta a triangolo, e le trecce gialle che come due stecchi sembravano uscire dalle orecchie.

Ricordo l’odore della colla Coccoina, così buono e profumato da sembrare orzata rappresa. Ti veniva voglia di mangiarla. Non ricordo ma non è detto che non l’abbia fatto.

Ricordo la punta del naso che inevitabilmente si sporcava di colla nel tentativo di annusarla da più vicino.

Ricordo l’ebbrezza di maneggiare le forbici, strumenti il cui uso ci era di solito proibito.

Ricordo minuscole costellazioni di colori sul gres opaco della classe anche se la maestra minacciava di punirci se non avessimo fatto attenzione a non sporcare il pavimento con i ritagli.

Ricordo che anni dopo, ero alle medie, l’insegnante di disegno disapprovò l’ardire delle mie prospettive nei miei primi tentativi d’imitare le linee scomposte delle vecchie case delle paese.
Ricordo l’insufficienza che ricevetti e queste case sono tutte storte con cui l’insegnante giustificò il voto. Ricordo che non protestai ma ci rimasi molto male. Non ricordo ma posso supporre che forse sì, piansi.

Ricordo che fu quella una delle prime volte, forse la prima, in cui mi s’insinuò il dubbio che potessero esserci insegnanti piccoli e mediocri, e anche che l’età adulta era a volte soltanto un potere malriposto.

Ricordo che ero convinta che avendo avuto un bisnonno e un nonno pittori avevo buone probabilità di esserlo anch’io. E che quell’insegnante non capiva niente. Per molte notti sognai di diventare una famosa pittrice, solo per vendetta nei suoi confronti. A volte mi succede ancora. Quando mi sembra di essere una grande poetessa ingiustamente incompresa.

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Elizabeth Alexander : Praise Song For The Day

alexander

 

Each day we go about our business,
walking past each other, catching each other’s
eyes or not, about to speak or speaking.

All about us is noise. All about us is
noise and bramble, thorn and din, each
one of our ancestors on our tongues.

Someone is stitching up a hem, darning
a hole in a uniform, patching a tire,
repairing the things in need of repair.

Someone is trying to make music somewhere,
with a pair of wooden spoons on an oil drum,
with cello, boom box, harmonica, voice.

A woman and her son wait for the bus.
A farmer considers the changing sky.
A teacher says, Take out your pencils. Begin.

We encounter each other in words, words
spiny or smooth, whispered or declaimed,
words to consider, reconsider.

We cross dirt roads and highways that mark
the will of some one and then others, who said
I need to see what’s on the other side.

I know there’s something better down the road.
We need to find a place where we are safe.
We walk into that which we cannot yet see.

Say it plain: that many have died for this day.
Sing the names of the dead who brought us here,
who laid the train tracks, raised the bridges,

picked the cotton and the lettuce, built
brick by brick the glittering edifices
they would then keep clean and work inside of.

Praise song for struggle, praise song for the day.
Praise song for every hand-lettered sign,
the figuring-it-out at kitchen tables.

Some live by love thy neighbor as thyself,
others by first do no harm or take no more
than you need.
What if the mightiest word is love?

Love beyond marital, filial, national,
love that casts a widening pool of light,
love with no need to pre-empt grievance.

In today’s sharp sparkle, this winter air,
any thing can be made, any sentence begun.
On the brink, on the brim, on the cusp,

praise song for walking forward in that light.

Praise Song for the Day- (Graywolf Press, 2009). Continua a leggere Elizabeth Alexander : Praise Song For The Day

Sarebbe bello esserci…

buon_compleanno_jack_hirschman

 

 Blue
Love comes over me
like someone who walked
away and left her white dress
with the little blue flowers

behind. Behind, behind
going into the future
radiantly naked. What am I
to do with it? Put it on?

I don’t wear dresses. I love
what’s inside them. But
this one’s so sad and alone
I’ll just let it lie

awhile on my chest,
against the curve of my arm
and just let blue flowers be
blue.

( Jack Hirschman) Continua a leggere Sarebbe bello esserci…