Il giallo e il nero

Monet- tavolozza

 

In certe ore estive la linea breve con cui il paese si distende verso l’interno sembra che s’inclini, e si corrughi, e allora tutto scivola ammassandosi verso il mare: la gente, i rumori, gli odori; tutto sobbolle, come un sugo concentrato d’umanità, nella sottile striscia dei pochi metri di spiaggia e del lungomare.
Sono queste le ore in cui il sole si conficca perpendicolare nella carne del paese, e chi non è al mare è nel chiuso fresco delle stanze.
Basta spingersi però poco oltre la linea di confine, allontanandosi dal mare, e il paese appare come svuotato da se stesso in tutta fretta, del suo passaggio restano poche tracce : qualche cicca di sigaretta, pezzetti di merendine cadute dalle mani dei bambini, il breve tempo che separa l’attesa di tazzine e bicchieri prima che i tavolini dei bar vengano rigovernati, le sedie lasciate nell’atto fermo e scomposto dell’abbandono.
Tutto è immerso in un silenzio che però non è puro e totale, ma è viscoso come resina e se ci entri dentro t’imbatti nei minuscoli suoni che vi sono intrappolati dentro.
Mi piace allora, soprattutto quando mi rendo conto che in fondo non ho nulla di memorabile da aggiungere, starmene lì, in questa specie di pelle di serpente, in questa cosa né viva né morta. Continua a leggere “Il giallo e il nero”

In the mood for… : Rosso

rosso2

 

Rosso

                                                        […] I like the idea of different
                                   theres and elsewheres, an Idaho known for bluegrass,
                                   a Bronx where people talk
                         like violets smell. Perhaps I am somewhere patient, somehow
                         kind, perhaps in the nook
                            of a cousin universe I’ve never defiled or betrayed
                                                        anyone. Here I have
                                  two hands and they are vanishing […]
                                                                                                     (Bob Hicok)

Ma la presenza non è un concetto che può essere racchiuso, non è un elemento unitario del proprio essere. Di presenze ce ne sono due ed entrambe hanno confini indefiniti e continuamente variabili. Continua a leggere “In the mood for… : Rosso”

In the mood for…: I colori

I colori

È quasi intensa, netta, l’eccitazione di quel momento di determinazione, limpido e controcorrente al flusso confuso estivo, che è strano sentirsela ancora dentro ora e, quasi calda come un rossore sulle guance, ora che è un inverno così pieno, riagguantarla per un lembo come quando si ha un pensiero bello che fuggirebbe via se non lo scrivi subito perché quando poi vorresti farlo non c’è già più, e tutto quello che riesci a ricordare è che –era bello– ma non sai dire più il perché. Continua a leggere “In the mood for…: I colori”

Cormac McCarthy: Il grigio della strada

strada.jpg

“Uscì fuori nella luce livida, rimase lì in piedi e per un attimo vide l’assoluta verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L’oscurità implacabile. I cani del sole nella loro corsa cieca. Il vuoto nero e schiacciante dell’universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui piangerli”

Le sette e trenta del mattino e sono in piedi da un po’. Vado di fuori, lì in terrazza. E guardo il mare.
È di un blu tenero, appena sveglio. Bassi volano tre, forse quattro gabbiani. Forse più. Bianchi. Che a tratti svuotano l’azzurro del mare. S’intrecciano nel volo. Non riesco a contarli.
Il corso principale è ancora addormentato. Poi di corsa uno, due tre ragazzi. Dietro di loro una ragazza. I capelli lunghi sciolti. Corrono. L’ultimo autobus per andare a scuola è già lì, alla fermata. I passi impattano sull’asfalto con forza. Hanno il rumore di un giorno appena scartato dal buio.
Il mondo è in ordine. Continua a leggere “Cormac McCarthy: Il grigio della strada”

Giallo

i-girasoli.jpg

Non mi piace il giallo. È un colore che non indosserei mai. È un colore che aggredisce, sfacciato e prepotente. Ci portiamo addosso una sua idea di luce solo perché da bambini ci piaceva disegnare lune stelle e soli calcando strati e strati di pastelli gialli sopra il foglio, ma se dovessimo ritrovarli adesso di quelle luci astrali rimarrebbero solo grandi vuoti lasciati dall’innocenza dell’infanzia.
Se vado a ripescare nei miei ricordi c’è un solo vestito a righe gialle e blu. Avevo più o meno undici anni e il vestito mi era stato comprato in occasione della prima comunione di mia cugina. Di quell’abito ciò che mi rimane è il giallo che spegneva il blu, la sua invadente presenza sulla calma timida e discreta del blu. Il blu ero io, il giallo una forza oscura che voleva strapparmi agli angolini delle mille contraddittorietà dei miei tenebrosi undici anni. Continua a leggere “Giallo”

le poetesse vestono di nero

Non credo sarò mai capace di scrivere poesia
Lo penso ogni volta che dei poeti ne leggo i versi.
Immortali.
Universali.
A volte mi prende la voglia di tentare
ma poi mi accorgo che c’è qualcosa che mi manca.
Me ne manca il pallore
la malattia tenera delle mani
l’orlo di una vena.
È che la mia pelle assorbe il nero e lo fa sparire
in un nervo che si scopre
nel bianco sorriso del pazzo del paese