EFFEKAPPA di Franz Krauspenhaar

 

Col nome di Nonameplace ho scritta questa mia lettura di “EFFEKAPPA” , ultima raccolta poetica di Franz Krauspenhaar. Ho pregato Franz di non rivelare che a scriverla fossi stata io. I nomi assumono un valore o un disvalore che spesso nulla hanno a che vedere con ciò che si è scritto e come questa cosa la si è scritta. Franz ha gentilmente rispettata questa mia volontà postando questa mia piccola nota su “EFFEKAPPA” sul blog collettivo  “La Poesia e Lo Spirito”  e sul suo blog  “The FK Experience” . Lo ringrazio .

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Demetrio Paolin : La Seconda Persona

 

[…] Io voglio molto bene a questa carne della quale sono fatto e credo sinceramente di essere questa carne, anche se mi accorgo che c’è una parte di me che la carne non basta a fare e che è fatta di un’altra materia che non conosco bene: immagino sia sottile, leggera, trasparente e femminile.[…]
(da: Splatter ( Breve)- Il Male Naturale- G. Mozzi- 1998- Mondadori )


a d.p.

Forse potrà sembrarti strano, o poco lusinghiero se ti dico che non mi ha stupita, Demetrio, leggere questo tuo nuovo libro. O forse sì se, come vedi, sono qui a scriverti, ma probabilmente sarebbe meglio dire a risponderti. In genere non è mai facile dire qualcosa di un libro, è già difficoltoso farlo nel modo in cui ci si aspetta che si scriva di un libro, ma se poi questo libro è stato scritto da un amico diventa più arduo farlo ponendo questo fare fuori dal riparo della cura che solitamente si ha per ciò che si considera caro. Tu Demetrio in un certo qual modo mi sei venuto incontro e lo hai fatto aggiungendo quella postilla, quelle poche righe lasciate ai tuoi lettori al termine dei tuoi racconti, o forse l’hai fatto proprio con questa seconda persona che dà il titolo al libro ma che, se questo libro lo si legge come tu vorresti forse che fosse letto, principalmente, nella sua seconda persona verbale, ti rappresenta anche nella tua volontà di affidare al dialogo interiore, quello che muove la tua scrittura, anche l’apertura ad un dialogo con coloro che a questa tua scrittura si avvicinano accettando la tua sfida. Perché è così che io leggo quelle poche righe conclusive: mi sembra che tu alzi lo sguardo, forse per la prima volta, anche verso il lettore, coinvolgendolo e sfidandolo a fare propri i tuoi demoni, perché sono questi demoni con cui uno scrittore si misura, ed è nella caduta libera nel senso dato alla scrittura come di un paradiso contrario a cui costringono le parole in cui anche il lettore deve suo malgrado avventurarsi, e in questo caso seguirti. Sono quasi certa che se solo tu potessi a questo punto mi diresti non è questo che si richiede ad un libro? Non è la sottomissione a questa sorta di prigionia a cui le parole obbligano non solo chi quelle parole le scrive ma anche chi un giorno si troverà a leggerle? non è questo che si richiede ad un libro?ad uno scrittore?ad un lettore? Chiunque abbia avuto modo di seguirti fin dai tuoi esordi sa la materia su cui si muovono le tue pagine, sa che frugare fra le tue righe segna l’inizio di una mappatura del senso di essere, e di esserlo nel proprio corpo, nel tempo che vi passa e vi è passato attraverso, nella propria memoria, e di questa i confini di luce e buio che nel corpo incide. È il principio di una relazione rischiosa quanto fascinosa.
Io sono fra questi, sono fra coloro che un destino buono o malevolo, chissà, ha reso possibile che questo dialogo iniziasse tempo fa quando il tuo scrivere s’incanalava già distintamente dentro un senso dello scrivere distillato e rarefatto percorrendo il sentiero silenziosamente assordante e labirintico della umana natura, che è quello che si ritrova in questi racconti che oggi sono riuniti in questo libro “La seconda persona”. Ed è proprio col disagio di questa loro materia apparentemente liscia, ma in realtà aspra, rugosa, che continuamente avvicina e allontana e che emerge e s’inabissa, che il dialogo ha cercato il suo significato nei dialoghi passati. Questo non sta a indicare che la mia sia ora una posizione privilegiata né che lo sia la tua, quello che intendo dire è che, anche senza lasciarsi intrappolare nelle categorie infinite di genere o di giudizio con cui si definisce o si affronta la lettura di un libro, e lasciando agli altri stilare classifiche di merito o di demerito, ogni scrittura costruisce accanto a sé un ponte, e, che sia quello che il lettore è interessato a seguire o meno questo ponte esiste e, qualora lo si trovasse, si riuscirebbe a percorrerlo solo con una mente sgombra da ogni pregiudizio forviante. Continua a leggere “Demetrio Paolin : La Seconda Persona”

Dediche : F. Marotta – Impronte sull’Acqua

 

                                                             per f. m.
 

                       “[…] Piacerebbe protendere la propria mano
                              fuori dal globo, ma la sua dimensione,
                              ciò che la sostiene, non lo concede[…]”
( John Ashbery- da Autoritratto in uno specchio convesso)

L’unica volta che ne sono stata lontana a lungo avevo tutto. Avevo l’amore, gli amici, vent’anni e perfino la grazia di poter immaginare un futuro. Lì, l’unica cosa di cui realmente sentivo la mancanza era il mare.
Mi mancava il suo corpo d’acqua, il suo instancabile titillare la battigia, il cupo indefinito con cui accostandosi s’abbracciava alla roccia, il colore inafferrabile della sua veste cangiante, il suo respiro, il battito rallentato nell’apnea del suo fondo, tutto mi mancava del mare.
È che un pezzo di cielo da guardare lo si trova ovunque, un fiore o anche solo un filo d’erba lo si incontra anche in una crepa nell’asfalto o in un’aiuola incolta, e perfino uno stecco secco ti fa ricordare le stagioni della terra, l’acqua no, l’acqua, finché non la trovi, resta assenza.
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Dediche : Carmine Vitale- Alcune cose


 

                                                             a c.v.
     41- Quando una nuvola dimentica, la distanza aumenta-       
                                     (89 nuvole- Mark Strand)

La costa cilentana da qui, da qui dove io vivo, appare come una lingua di terra che frastaglia in parte l’orizzonte, ma non sempre. Qui, qui dove io vivo, si dice che quando si staglia netta sulla linea del mare e scomoda di sottili punte l’azzurro del cielo, il maltempo sta per arrivare e, se è così,  allora la sua linea elegante scompare dietro le nuvole basse e gonfie per riaffiorare confusa nell’aria satinata, quando poi schiara, quasi fosse avvolta nella precarietà di un sogno.
Qui, qui dove io vivo c’è un modo di dire che di tanto in tanto mi capita di sentire e che credo abbia le sue radici nell’identità principalmente marinara che avevano un tempo questi posti : “sto n’ terra X”. Questa espressione dialettale, in verità sempre più rara, sta a significare “sono a X” . Suppongo che un tempo il riferimento alla terra trovasse il suo senso nell’approdare. Si toccava terra, la terraferma e sicura, e quando l’approdo coincideva col ritorno, terra era casa. Continua a leggere “Dediche : Carmine Vitale- Alcune cose”

Tiziano Scarpa: La vita, non il mondo

      

                  

[…]“Un momento ancora questo: -Quanto tempo è passato!-. Ci sta bene. La gente dirà che sono un talento di tipo artigianale, che padroneggio la forma, se, come ho appena fatto, alla fine aggiungo in modo incantevole le parole con cui ho esordito.
( Robert Walser- da: Storie che danno da pensare-)

Un ipotetico sottotitolo per questo libro potrei rubarlo a Robert Walser e al suo “Storie che danno da pensare”, e non solo perché le piccole storie walseriane richiamano il contenitore delle mille battute in cui Scarpa riversa e contiene la sue, ma soprattutto per l’angolazione da cui queste storie vengono lasciate scorrere allo sguardo del lettore. Come Walser, anche Scarpa si pone come osservatore di una micro-quotidianità che aleggia ed esiste come polvere sottile per brevi attimi prima di cadere in terra ed essere inglobata nel tessuto dell’esistenza. Continua a leggere “Tiziano Scarpa: La vita, non il mondo”

Il mio nome è Legione: Demetrio Paolin

legione

 

Ogni buon scalatore sa che è necessario coordinare il corpo affinché abbia sempre tre punti di appoggio, e che non bisogna mai lasciare la presa di una mano, l’incavo su cui poggia un piede senza averne prima trovato un altro a cui sostenersi.
Così la lettura di “Il mio nome è Legione” è semplice se nel suo procedere si è capaci di non perdere il contatto con ciò che si è appena letto, se ci si lascia aderire alla sua realtà e alla sua scrittura privi di preconcetti, è semplice se ad ogni passo che verrà mosso non si assume la baldanza di chi crede che raggiungere la cima sia solo e semplicemente andare avanti seguendo un sentiero già tracciato perché sarà invece toccare un territorio su cui non ci sono segni, indicazioni, tracce che possano facilitare la nostra lettura. Continua a leggere “Il mio nome è Legione: Demetrio Paolin”

Stabat Mater : Tiziano Scarpa

“Signora Madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta a scrivervi”.
L’incipit di “Stabat Mater” è perfetto. Con tredici parole l’autore introduce il lettore a quelli che saranno gli elementi strutturali su cui il romanzo è costruito: un Io narrante femminile, la condizione in cui questo personaggio si muoverà,  che è quella del buio della notte piena e degli ambienti, la forma che il personaggio userà per narrare e narrarsi,  quella epistolare. Inoltre il “Signora Madre” e il voi con cui la voce narrante alla madre si rivolge  indicano un contesto temporale non contemporaneo, così come il linguaggio semplice lascia intuire che a scrivere la missiva è una giovane donna, la cui inquietudine è presto svelata. “ Tanto per cambiare anche stanotte l’angoscia mi ha preso d’assalto”. Così prosegue in quella che sarà la prima delle lettere che andranno a susseguirsi , e  che saranno così strettamente legate l’una alle altre tanto da tradursi quasi in una unica lunga missiva. Continua a leggere “Stabat Mater : Tiziano Scarpa”

Francesco Forlani : Autoreverse

autoreverse

Io in una camera d’albergo ci sono nata. La numero 16. E sotto c’era il mare. Mi è sempre piaciuto pensare che l’appuntamento fra quell’evento insolito e il mare avesse un significato, che in qualche modo dovesse incidere sul corso della mia esistenza,o forse che la mia stessa esistenza potesse essere la ricerca di quel senso. Ma questo ancora non lo so. Ora quella camera è un ristorantino dal romantico nome “Rendez-vous”. Appuntamento. Anche “Autoreverse” di Francesco Forlani sembra segnato dagli incontri. Continua a leggere “Francesco Forlani : Autoreverse”

Tom McCarthy: Déjà vu

 

È che a volte entro in libreria come un bambino entra in un negozio di giocattoli. Mi aggiro fra gli scaffali senza sapere quale libro prima o poi mi conquisterà. A volte vi entro con un’idea ben chiara, non c’è tempo di attesa. Con piglio deciso cerco il libro fra i tanti. Quando ne sento poi il peso nella bustina ho dentro una sorta di soddisfazione accompagnata però da una sottile delusione: è come se ad un primo incontro si saltasse subito al sesso in una prospettiva d’innamoramento privata della dolcezza del corteggiamento. Continua a leggere “Tom McCarthy: Déjà vu”

Era mio padre – di Franz Krauspenhaar

 

Un errore che si potrebbe fare nel leggere “Era mio padre” è quello di pensare di avere fra le mani il romanzo di una saga familiare che attraversa un’epoca della storia europea  rappresentata, nel susseguirsi delle generazioni, in tutta la sua dimensione dilatata.

In realtà la narrazione anche se inserita in un contesto ampio è molto più intima. Continua a leggere “Era mio padre – di Franz Krauspenhaar”

Edward Hopper: La poesia del silenzio

     

Il breve testo che segue è stato scritto in collaborazione con Paola Lovisolo per Bombasicilia.
Edward Hopper e Mark Strand ritorneranno ancora nelle piccole cose che scrivo…e scriverò.

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Patrimonio: Roth, la tazza da barba e la lista

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Philip Roth non è fra i miei autori preferiti. Ho sempre letto i suoi libri ripetendomi -è irritante – ma non sono mai riuscita a distaccarmene prima di essere giunta alla fine, e così è stato anche con “Patrimonio”.
Leggere Roth è un po’ come innamorarsi del tipo sbagliato, quello che ti fa soffrire, che spegne il telefono e sparisce per giorni, quello che ti tratta male e non sa dirti scusa, eppure tu sei lì ad accoglierlo ogni volta che ritorna e alla sua sfrontatezza non sai che opporre timidi balbettii. In qualche modo lo ami  e lo cerchi e non sai spiegarti perché. Continua a leggere “Patrimonio: Roth, la tazza da barba e la lista”

Cormac McCarthy: Il grigio della strada

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“Uscì fuori nella luce livida, rimase lì in piedi e per un attimo vide l’assoluta verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L’oscurità implacabile. I cani del sole nella loro corsa cieca. Il vuoto nero e schiacciante dell’universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui piangerli”

Le sette e trenta del mattino e sono in piedi da un po’. Vado di fuori, lì in terrazza. E guardo il mare.
È di un blu tenero, appena sveglio. Bassi volano tre, forse quattro gabbiani. Forse più. Bianchi. Che a tratti svuotano l’azzurro del mare. S’intrecciano nel volo. Non riesco a contarli.
Il corso principale è ancora addormentato. Poi di corsa uno, due tre ragazzi. Dietro di loro una ragazza. I capelli lunghi sciolti. Corrono. L’ultimo autobus per andare a scuola è già lì, alla fermata. I passi impattano sull’asfalto con forza. Hanno il rumore di un giorno appena scartato dal buio.
Il mondo è in ordine. Continua a leggere “Cormac McCarthy: Il grigio della strada”