Collezionare lune e inferni

Il Collezionista di Lune- Mario Baldarella

Salve XXXXX
Ho lasciato decantare la sua email per qualche giorno. Le confesso che la mia prima reazione a caldo è stata quella di lasciar perdere, di non risponderle affatto, di lasciar cadere tutto nell’oblio, ma la nostra corrispondenza è stata sempre improntata su un dialogo aperto e cortese quindi sono qui a risponderle.
No, non credo in un suo disinteresse verso il mio testo ma piuttosto intravedo da parte sua una sorta di marcia indietro. Continua a leggere Collezionare lune e inferni

Un poeta leggerà una poesia per te

cafè cafè cafè- m.cimini

Non ho mai ben compreso gli intenti dei cosiddetti tq, non completamente, e non so se abbiano inciso un segno o se quelle intenzioni siano poi naufragate del tutto, ma anche senza voler entrare nel merito delle polemiche che hanno accompagnato il movimento fin dal suo nascere non posso negare categoricamente che chiunque scriva non abbia dovuto, negli ultimi tempi, confrontarsi, nel bene e nel male, con questa “generazione entrante”.

Il movimento, infatti, se ha il merito di aver dato una accelerazione al solito lunghissimo iter di sdoganamento delle nuove voci in ambito letterario ha anche creato come una sorta di aura intorno alle stesse investendole di una capacità interpretativa della realtà e di una connessione con la stessa come se fossero le uniche possibili. Alle giovani voci si é attribuito una contemporaneità i cui canoni però sono sembrati a volte definirsi ancor prima del suo compiersi, come se la realtà potesse presentarsi conseguente alla teoria. Ciò, come c’era d’aspettarsi, ha generato non poche “turbolenze” fra i sostenitori della generazione entrante , quella uscente e inevitabilmente anche fra coloro che a torto o a ragione non erano stati considerati appartenenti né all’una né all’altra categoria.
Ma quello dei TQ almeno ha rappresentato un tentativo, forse con troppe risposte premature e poca attenzione alle domande.

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Dediche: Wislawa Szymborska – A una mia poesia

Terms Most Useful in Describing Creative Works of Art (1966-68), by John Baldessari

Nel corso di quest’ultima settimana, forse più, ho seguito alcune discussioni in rete. L’argomento? poesia, critica sì e critica no, letture.
Benché mi stia avviando ad un graduale distacco riducendo allo stretto necessario la mia presenza in rete, benché stia apprezzando non poco questa lieve sensazione di oblio liberatorio, alcune discussioni, quasi a conforto che questa direzione non sia errata, le seguo volentieri tanto che qualche giorno fa ho anche cercato di scrivere un commento da lasciare ad uno dei post letti.
Terminato che lo avevo, il pomeriggio si era quasi fatto sera. Il commento era lunghissimo, spropositatamente rispetto alla sinteticità del post stesso. L’ora di cena si avvicinava e c’era la spesa ancora da fare, ho lasciato la pagina word lì com’era e sono uscita portandomi nella testa quanto avevo lì scritto.
Mi è bastata una rampa di scale e già tutto quell’argomentare mi è sembrato fragorosamente inutile, approssimato nonostante la lunghezza, è più lo ripassavo nella mente più mi convincevo della sua inutilità, perché ciò che si esperienza è sempre un po’ diverso da quello che si teorizza, spesso la bontà dell’una inficia quella dell’altra e viceversa, e mettere insieme le due cose non è semplice senza andare incontro a derive che, anche se prevedibili e previste, in genere mi fanno dire sfinita ok, meglio annegare. Continua a leggere Dediche: Wislawa Szymborska – A una mia poesia

Workshop di scrittura: riflessioni a caldo, o quasi

Ho partecipato dal 17 aprile al 20 aprile ad un workshop di scrittura multipla. Io non ho mai frequentato un corso o un workshop di scrittura prima di questa data, non sono mai riuscita neanche ad immaginare come l’uno o l’altro potessero svolgersi, e non sono mai riuscita ad immaginare come le interazioni che conducono ad un testo scritto, che solitamente agiscono all’interno di un territorio di privata e individuale intimità, si potessero coniugare anche nell’accettazione di un’intrusione. Di scrittura multipla ne sapevo ancora meno. Anzi confesso che al momento dell’iscrizione alla candidatura per uno dei dodici posti disponibili non ho neanche prestato attenzione alla presenza di questo attributo. Dunque la mia partecipazione ha avuta come motivazione principalmente la curiosità di dare corpo ad una non-immaginazione, a cui, una volta lì, è andato ad aggiungersi anche l’aggettivo “multiplo”. Il workshop era tenuto da Giulio Mozzi che a questa mia motivazione ha reagito storcendo un po’ il naso, ma questa era.
A parteciparvi ci siamo ritrovati in quattordici. La presenza femminile sovrastava abbondantemente quella maschile: undici erano le donne, tre gli uomini. Lo scarto è diminuito nel giorno successivo all’inizio del corso, fino a ridursi ulteriormente nell’ultimo giorno a cui si è giunti in nove. I partecipanti erano, me esclusa, tutti molto giovani. Io era la più anziana del gruppo.
Il primo approccio è stato dedicato alle presentazioni e di seguito alla scelta di un possibile tema intorno al quale sarebbe stata costruita la “narrazione”.
Fra le varie proposte ( nessuna nata da me che nel contesto  ero abbastanza atrofizzata) è stata preferita quella che prevedeva la genesi, e il successivo concretizzarsi fino a raggiungere punte di violenza,di una rivolta dei portatori di handicap stanchi di veder occupate le aree di parcheggio a loro riservate.
Definito il tema si è passati alla fase di costruzione degli eventi. Ad ognuno dei partecipanti è stato assegnato un momento della rivolta col compito di schematizzarne la situazione e  i personaggi coinvolti, con i quali si sarebbe impiantata  successivamente la narrazione vera e propria.
Il mio primo compito è stato quello di trovare uno slogan. Io non amo gli slogan, dunque non posso dire di essere stata presa dalla immediata febbre della scrittura, ma poi ho pensato che anche Fitzgerald ne aveva scritti per una lavanderia…
Dopo qualche tentativo di cercarne uno adatto avevo scritti sul quaderno solo una serie di versetti, più simili a filastrocche per la conta dei bambini che allo slogan che mi era stato richiesto. Solo dopo un po’ un neurone che ancora dava segni di vita è riuscito a trovarne uno.
Intanto gli altri erano impegnati nella più complessa stesura della successione dei fatti.
Nei giorni seguenti, formati i piccoli gruppi, che devo dire hanno molto ben interagito fra loro e con Mozzi molto meglio di quanto io sia stata capace, la rivolta e il suo svolgersi hanno preso corpo nella loro struttura di “fatto di cronaca”. Dunque la finzione narrativa ha ricreata ogni fase dell’evento: articoli di quotidiani, interviste, dichiarazioni, pagine face book, video. Mozzi ha coordinato con la sua brusca e garbata gentilezza il lavoro di tutti. Dialoghi e dichiarazioni hanno richiesto un certo impegno da parte di chi si è ritrovato ad affrontarli, soprattutto nel  cercare di determinarne i giusti toni  affinché non assumessero una connotazione ambigua. Io ho lavorato da sola. Le pause pranzo sono state piacevoli. Andare a fumare una sigaretta in bagno di tanto in tanto, straniante.
L’ultimo giorno è stato dedicato alla lettura del lavoro nella sua interezza, anche se è mancato il tempo per giungere ad una  sua stesura definitiva. Ho notato che,  nonostante ci fosse una supremazia numerica femminile,  a nessun personaggio femminile è stato dato un ruolo primario. Questa annotazione non l’ho espressa.
Il mio testo, una lettera di autodenuncia ad un giornale di un solitario ribelle, ha disegnato un greve silenzio nell’aria e qualche perplessità. Ma l’avevo messo in conto poiché sebbene nel corso del workshop l’atmosfera sia stata molto rilassata ho avvertito un certo scollamento fra me e il resto del gruppo. Per descriverlo potrei dire che era un po’ come essere al cinema con un gruppo di amici e io ero quella che in fondo sapeva già cosa riservasse il finale.  Credo ci sia di mezzo una questione di disincanto. Mio.  A leggere il mio testo è stato Giulio Mozzi, come aveva fatto con i testi degli altri, e nel farlo mi è parso che ne sottolineasse, scandendone più lentamente le parole, i passi che più gli piacevano. Ma potrei sbagliarmi.
L’ultimo giorno, di ritorno a casa, in autobus, con il  sottofondo di un cielo che, dopo freddo e pioggia, finalmente si apriva ad una promessa di tersità , ho ripensato a cosa mi lasciava dentro tutto questo e non ho saputo spiegarmelo. Guardavo fuori dal finestrino, avevo un terribile mal di testa e tutto mi sembrava così fermo e limpido e rassicurante, e l’unica cosa che mi ronzava in mente era – sniff – della Imaginary Still Life #10 di Joe Brainard. Sniff , e come ciò che scrivevo mi fosse sembrato così distante fuori da quel silenzio.

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L’anima di Wyeth

Sono sempre molto incuriosita dai termini con i quali attraverso i motori di ricerca si arriva a questo blog. In genere la ricerca, nel mio caso, è prettamente legata alle immagini: fra le più richieste svettano quelle di Cy Twombly, concentrate nei mesi successivi alla sua morte ma poi praticamente cadute in disuso. La vera supremazia, costante e distribuita nel tempo, è da attribuirsi a quelle di Hopper, non qualcosa in particolare che riguardi la sua arte, semplicemente si cerca Hopper . Solo a volte le richieste sono più specifiche e a volte queste sono anche bizzarre.
Quella che preferisco è Poesia non d’autore ,che è gettonatissima. Quando la trovo fra i termini mi fa pensare sempre ad una poesia che si è scritta da sé, e mi dico-interessante- poiché opera e autore coincidono- ma poi mi chiedo anche- cosa fa di un autore un autore o un non autore? e una poesia non d’autore è una poesia o una non poesia?-
Bizzarra è anche la ricerca Ho sognato di fare l’amore con te : cosa si spera di trovare? il proprio sogno? il sogno di un altro che somigli al proprio? perché si cerca un sogno di un altro se si può raccontare il proprio?
A volte la ricerca dell’internauta nasce invece a ridosso di un evento di attualità . Continua a leggere L’anima di Wyeth

Moti Poetici

Margini divergenti

Nel caso dei margini divergenti (esempio le dorsali oceaniche, morfologicamente descrivibili come lunghe spaccature a forma di “cresta”), le placche interessate si muovono allontanandosi a vicenda e lo spazio che viene a crearsi fra loro viene riempito da nuovo materiale effusivo proveniente dal mantello. Così, il materiale, appena uscito solidifica, “fondendo” così tra loro le due zolle interessate. Dato che le zolle sono in continuo movimento, superato il limite di rottura, l’energia elastica accumulata si libera, generando un terremoto. Però, in questo caso, i terremoti sono prodotti anche dalla risalita di magma proveniente dal mantello.Una caratteristica particolare delle dorsali oceaniche è la presenza di una curiosa “struttura a blocchi” paralleli suddivisi fra loro da spaccature trasversali rispetto all’asse della dorsale stessa.I margini divergenti sono caratterizzati, nella “litosfera oceanica“, da lunghissime dorsali mentre, per quanto riguarda la “litosfera continentale“, sono caratterizzati da grandi vallate a forma di spaccatura, come la già menzionata “Rift-valley” in Africa orientale.

fonte:

http://it.wikipedia.org/wiki/Tettonica_delle_placche

Demetrio Paolin : La Seconda Persona

 

[…] Io voglio molto bene a questa carne della quale sono fatto e credo sinceramente di essere questa carne, anche se mi accorgo che c’è una parte di me che la carne non basta a fare e che è fatta di un’altra materia che non conosco bene: immagino sia sottile, leggera, trasparente e femminile.[…]
(da: Splatter ( Breve)- Il Male Naturale- G. Mozzi- 1998- Mondadori )


a d.p.

Forse potrà sembrarti strano, o poco lusinghiero se ti dico che non mi ha stupita, Demetrio, leggere questo tuo nuovo libro. O forse sì se, come vedi, sono qui a scriverti, ma probabilmente sarebbe meglio dire a risponderti. In genere non è mai facile dire qualcosa di un libro, è già difficoltoso farlo nel modo in cui ci si aspetta che si scriva di un libro, ma se poi questo libro è stato scritto da un amico diventa più arduo farlo ponendo questo fare fuori dal riparo della cura che solitamente si ha per ciò che si considera caro. Tu Demetrio in un certo qual modo mi sei venuto incontro e lo hai fatto aggiungendo quella postilla, quelle poche righe lasciate ai tuoi lettori al termine dei tuoi racconti, o forse l’hai fatto proprio con questa seconda persona che dà il titolo al libro ma che, se questo libro lo si legge come tu vorresti forse che fosse letto, principalmente, nella sua seconda persona verbale, ti rappresenta anche nella tua volontà di affidare al dialogo interiore, quello che muove la tua scrittura, anche l’apertura ad un dialogo con coloro che a questa tua scrittura si avvicinano accettando la tua sfida. Perché è così che io leggo quelle poche righe conclusive: mi sembra che tu alzi lo sguardo, forse per la prima volta, anche verso il lettore, coinvolgendolo e sfidandolo a fare propri i tuoi demoni, perché sono questi demoni con cui uno scrittore si misura, ed è nella caduta libera nel senso dato alla scrittura come di un paradiso contrario a cui costringono le parole in cui anche il lettore deve suo malgrado avventurarsi, e in questo caso seguirti. Sono quasi certa che se solo tu potessi a questo punto mi diresti non è questo che si richiede ad un libro? Non è la sottomissione a questa sorta di prigionia a cui le parole obbligano non solo chi quelle parole le scrive ma anche chi un giorno si troverà a leggerle? non è questo che si richiede ad un libro?ad uno scrittore?ad un lettore? Chiunque abbia avuto modo di seguirti fin dai tuoi esordi sa la materia su cui si muovono le tue pagine, sa che frugare fra le tue righe segna l’inizio di una mappatura del senso di essere, e di esserlo nel proprio corpo, nel tempo che vi passa e vi è passato attraverso, nella propria memoria, e di questa i confini di luce e buio che nel corpo incide. È il principio di una relazione rischiosa quanto fascinosa.
Io sono fra questi, sono fra coloro che un destino buono o malevolo, chissà, ha reso possibile che questo dialogo iniziasse tempo fa quando il tuo scrivere s’incanalava già distintamente dentro un senso dello scrivere distillato e rarefatto percorrendo il sentiero silenziosamente assordante e labirintico della umana natura, che è quello che si ritrova in questi racconti che oggi sono riuniti in questo libro “La seconda persona”. Ed è proprio col disagio di questa loro materia apparentemente liscia, ma in realtà aspra, rugosa, che continuamente avvicina e allontana e che emerge e s’inabissa, che il dialogo ha cercato il suo significato nei dialoghi passati. Questo non sta a indicare che la mia sia ora una posizione privilegiata né che lo sia la tua, quello che intendo dire è che, anche senza lasciarsi intrappolare nelle categorie infinite di genere o di giudizio con cui si definisce o si affronta la lettura di un libro, e lasciando agli altri stilare classifiche di merito o di demerito, ogni scrittura costruisce accanto a sé un ponte, e, che sia quello che il lettore è interessato a seguire o meno questo ponte esiste e, qualora lo si trovasse, si riuscirebbe a percorrerlo solo con una mente sgombra da ogni pregiudizio forviante. Continua a leggere Demetrio Paolin : La Seconda Persona

Gesti # 14

Quando un paio d’anni fa tradussi in parte “After Lorca” ero piena d’entusiasmo. Mi sembrò che dentro quelle pagine ci fosse un mondo in cui tanti miei quesiti trovassero se non le risposte, ma almeno un senso. L’entusiasmo crebbe quando il poeta Francesco Marotta di quel mio lavoro ne fece uno dei Quaderni raccolti nel suo blog. Ero felicissima di poter condividere quella lettura che tanto mi aveva appassionata, e soprattutto curiosa di sapere se in altri avrebbe provocato lo stesso effetto, la stessa frenesia, la stessa tenerezza. Alcuni lettori apprezzarono, ma nel complesso i testi non suscitarono grandi reazioni benché quello stesso anno, la pubblicazione del corposo “My Vocabulary Did This to Me: The Collected Poetry of Jack Spicer” avesse avuto una certa risonanza tanto da meritare l’American Book Award. L’attribuii alla natura stessa dei testi, più teorici che poetici, ed anche forse ad una inadeguata, da parte mia, presentazione degli stessi, nonché ai tempi rapidi che il web impone che spesso penalizzano la lettura.
In quel mio stato d’innamoramento ero decisa però a vendermi anche l’anima pur di coinvolgere altri in quella che io ritenevo essere una voce eccezionale, una voce che avesse tanto da dire al nostro mondo contemporaneo, e facendolo in modo originale, così molti mesi dopo mi decisi a proporre alcuni di quei testi alla redazione di un lit-blog. Era la prima volta che mi avventuravo in quello che ai miei occhi e alla mia timidezza appariva come un gesto di eccezionale audacia.
In un primo tempo i redattori a cui mi ero rivolta si mostrarono molto interessati, poi però mi fecero notare che per correttezza essendo i testi già presenti in un blog già segnalato nel loro, forse era opportuno proporre se possibile altri testi dello stesso autore, se ne avessi.
Credo sia capitato a tutti d’innamorarsi a tal punto da pretendere che il proprio amato, la propria amata apparisse agli altri così come lo era ai propri occhi, essere tanto innamorati da volere che lei o lui riuscisse a suscitare negli altri lo stesso amore cieco, e quello che invece accadeva era qualcosa d’ingiustificatamente normale, inadatto, inadeguato, qualcosa che era dentro le regole e che non era mai abbastanza.
Di Spicer avevo altre traduzioni, ma dopo quel cortesissimo scambio di e-mail, decisi che certi amori restano tali forse solo quando si consumano nell’intimità.
A lasciarmi perplessa erano stati non i toni molto cortesi così come la disponibilità, ma piuttosto la sostanza del breve scambio.
Il concetto di rete, per sua natura, si basa appunto sulla possibilità di poter convogliare, indirizzare e reindirizzare, essere e creare per l’appunto una rete capace di far convergere l’attenzione di molti laddove si ritiene opportuno farla giungere. Difatti raramente in rete un testo non contiene link di riferimento ad altri, e non è raro neanche che uno stesso testo venga proposto in parte in più sedi e reindirizzato alla sede originaria per accedere il testo completo, non è raro neanche che si abusi di questa capacità del web e che un testo vada a disperdersi nei troppi rimandi. Ma nei suoi limiti questa è una comunissima e civilissima pratica, per cui l’eticità su cui si basava quella cortese obiezione mi lasciò confusa, mi apparve come qualcosa d’incompleto proprio come quando inaspettatamente e in modo incomprensibile il mondo intero non sembri amare colui/colei che noi amiamo, e, se anche lo facesse, non nello stesso modo estremo in cui noi l’amiamo tanto da essere disposti a tutto, e tutto per me finì lì.

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Le lettere


Non c’è nulla che gli si possa opporre. Anche l’animo più nobile e distaccato, prima o poi, si lascia tentare e da quell’istante inizia ad accarezzare l’idea del possibile avverarsi di quel sogno di veder pubblicata, nero su bianco, la sua fatica.
Un libro in sé è un oggetto fragile, lo si può ridurre in pezzi, strapparlo, bruciarlo, sommergerlo fino a veder sbiadire il nero dell’inchiostro, o lo si può dimenticare in una camera d’albergo o, stanchi, sulla poltrona sdrucita dopo un lungo viaggio, oppure lo si può ignorare. Ad un libro possono accadere infinite cose che ne possono determinare il finire, lo svanire non solo da te lettore ma anche da te che lo avevi scritto, eppure la pubblicazione cartacea resta una sorta di monumento, l’incoronazione eletta del segno scritto, il permanere materiale dell’immaterialità del proprio pensiero, l’elaborazione in cui anche una fantasia si concretizza attraverso la leggerezza di un foglio di carta e l’impronta di un dito sconosciuto lasciata mentre lo sfoglia.
E tutto quel palpitare, anelare, tutto questo ansare, fremere, sognare che costituisce l’insieme del processo che è compreso fra momento in cui si è “chiuso” un testo e quello in cui lo si vede stampato su carta, e allora finalmente ti appare in tutta la sua fragilità eppure cosa palpabile, idea divenuta oggetto, ed lì col tuo nome, tutto questo rollercoaster emotivo l’ho vissuto anch’io qualche anno fa, anche se il libro in questione era di quelli che solitamente sono contrassegnati dall’acronimo AA.VV, un’antologia destinata come tante a diventare null’altro che una voce aggiunta al curriculum se mai un curriculum, un giorno, ti fosse stato richiesto.
Del libro infatti ben presto se ne perse ogni traccia come a volte è giusto che sia, e più che dei racconti, di cui ho un vaghissimo ricordo, non possedendone del libro una copia, mi è rimasta un’antologia di istanti, di cose, di persone ad esso legato come le ore trascorse una sera con Maura, la curatrice, ore in cui parlammo e parlammo fino a notte alta, la e-mail che qualche tempo dopo ricevetti da Cosimo in cui mi diceva semplicemente che gli era piaciuto molto il mio racconto, il rosso del vino in cui cercai di offuscare la timidezza la sera della presentazione, e di quella stessa sera l’impermeabile di Franz che non tolse mai di dosso, l’espressione della sua faccia che sembrava dire come ci sono finito io qui, la pioggia nel fumo delle sigarette, la gentilezza di Michelangelo che si offerse di riaccompagnarmi a casa, Marco che rincontrai per caso mesi e mesi dopo ad una presentazione presso una libreria dove fra gli scaffali mi mostrò una copia highlander di quella nostra antologia, e con cui mi ritrovai in un chissàdove milanese senza sapere come fare per tornare a casa, il taxi, la cena e l’ospitalità che gli offrii a casa con i miei figli, e la lunga chiacchierata semplice che ci portò a parlare di tantissime cose.
Io credo che ogni libro, ogni testo si porti dentro, oltre ciò che narra, anche queste storie disperse nella casualità fatale del tempo, e in qualche modo attraverso queste essi r-esistono anche quando nella loro realtà falliscono.
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Backstage con intervista

Qualche mese fa, tre all’incirca ma dovrei controllare, lo scrittore e amico Franz Krauspenhaar m’inviò una email. Era di quelle un po’ generiche in cui si chiedeva al destinatario se avesse voglia di rispondere dalla propria personale prospettiva e in piena libertà ad alcune domande “semiserie”, le risposte sarebbero state poi da lui riproposte sul blog collettivo “La poesia e lo spirito”.
Più per curiosità che per una effettiva intenzione ad accettare l’invito, ho aperto il file allegato. Ho dato un sguardo alle domande e sorridendo ho subito risposto mentalmente e d’istinto ad alcune, altre ho lasciato che scorressero. Terminata la lettura, mi sono ripromessa di scrivere più tardi una email per ringraziare ma allo stesso tempo cortesemente rifiutare.
La pagina word con le domande è rimasta aperta sul mio pc e quasi senza volerlo ho iniziato a rispondere a quasi tutte le domande nei momenti di pausa da altro. Quando ho completato il questionario mi sono detta – perché no?- e l’ho inviato al mittente.
La serie delle interviste con la sua carrellata di autori, scrittori e poeti, più o meno conosciuti è andata avanti nel corso dell’estate con un discreto successo (non mi sembra che ci sia un link che le raduni tutte, quello del blog è fra i link del mio blogroll ). Onestamente non so se ( dopo un certo numero di autori l’interesse inevitabilmente cala e le risposte sembrano somigliarsi tutte e anche i commentatori non sanno più che inventarsi) o quando proseguirà.
La mia la propongo intanto qui. Sebbene tentata da qualche correzione non è stata modificata se non con l’aggiunta di una sorta di back stage e brevi riflessioni…semiseri anch’essi.

 

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Gesti #10


Pioverà. L’alzarsi del vento è di quell’indefinibile inquietudine e sollievo che mi prende ogni volta che ritorno qui, anche se questo è il mio paese di cui ogni giorno posso guardare i filamenti nelle sue ultime case che arginano il brusco della roccia. Sembra quasi siano lì solo per impedirle di rovinare in mare. E nei pennelli puntuti di verde scuro dei cipressi che sbavano nel verde chiaro dei filari dei limoneti. Il resto è un qualcosa immaginato e familiare nascosto e rappreso dietro la curva che sale.
La pioggia ora è più che una minaccia, anche se ancora sospesa in un – forse pioverà.- M’incammino verso le luci del palco. Il vento rafforza. Gonfia l’impalpabile scenografia dei teli leggeri, bianchi e neri, tagliando il buio della sera come un mare di Milton Avery.
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Jazz on the Coast : Davide vs Golia

Dei tagli alla Cultura se ne sta parlando molto ma, se i grandi eventi riescono in qualche modo a sopravvivere grazie a sponsor e finanziamenti, seppur ridotti, da parte di Provincia e Regione e/o altri enti pubblici e privati, la percezione della reale entità di questa contrazione che pone una preoccupante battuta di arresto alla naturale crescita culturale di un Paese si coglie soprattutto nella moria di quelle manifestazioni che sono nate, e nel tempo sono proseguite con tenacia anche per contrastare l’eventualità che ciò a cui invece stiamo assistendo potesse accadere.
Pochi gli ingredienti a loro sostegno: passione, impegno, quell’amore che si deve alla propria terra e quel poco vile danaro necessario per coprire le spese. I primi, seppur malconci, restano non ostante, ma quando il danaro viene a mancare del tutto poco si può fare per contrastare il destino.
Ammirevole dunque l’impegno della locale amministrazione che, in totale controtendenza, ha coraggiosamente deciso di opporsi all’inevitabile e definitivo concludersi di una manifestazione che con i suoi appuntamenti per ben quindici anni ha caratterizzato, per qualità e riscontro in termini di gradimento, le estati minoresi.
Solo due le date per questa sedicesima edizione di Jazz on the Coast, ma che io ritengo sufficienti non solo come segno di buona volontà, ma soprattutto come forma di resistenza verso chi vorrebbe questa nostra Costa perennemente sopita.
Non conosco le proposte di queste due serate: The Cookers e Aaron Goldberg trio, ma in fondo quale altro fine dovrebbe essere perseguito da un evento culturale se non quello sì di assecondare passioni e preferenze ma anche allargare e spingerne in avanti i confini e le conoscenze?

Per informazioni:
http://www.jazzonthecoast.it/

Gesti # 9

 

Io vivo al primo piano di uno stabile. Questo è uno dei motivi per cui raramente uso l’ascensore. Un altro probabilmente trova le sue radici nel fatto che per molti anni ho vissuto in un palazzo privo di ascensore e l’appartamento in cui abitavo con la mia famiglia era al quarto piano, e dunque salire e scendere più volte al giorno i cento gradini e più o forse meno, che dall’ingresso mi conducevano alla mia abitazione e viceversa, era un gesto abituale automatico, direi inevitabilmente necessario.
Ero solita salire e scendere le rampe delle scale proiettandomi sui gradini a due a due. Scendendo, da ragazzina, a volte evitavo del tutto gli ultimi e mi lasciavo scivolare sul bordo liscio del corrimano. La cosa più divertente però era assecondare la sua curva stretta quando arrivava al piano, e io, tenendomi appena al tubo che trafiggeva il suo centro dal pianoterra fino al soffitto dell’ultimo piano, mi lasciavo andare alla velocità acquistata nella pendenza e, quasi per inerzia, giungevo all’incirca al primo metro più in basso della rampa successiva.
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Gesti # 8



La scorsa estate ho deciso di stampare, riunendola in un taccuino, una delle mie raccolte di poesie. Con l’aiuto di un amico grafico ne abbiamo curato l’aspetto, l’impaginazione e la stampa, e ne è venuto fuori un librettino che aderiva abbastanza alle mie aspettative.
Quella stessa raccolta, o meglio parte di essa, mi aveva permesso qualche mese prima di ritrovarmi fra i finalisti di un concorso promosso dalla città di Chieri che assicurava al vincitore la pubblicazione da parte di una qualificata casa editrice. Il mio percorso però non era andato oltre. Decisi allora di mandare personalmente la raccolta ad un paio di editori.
Non ricordo di preciso quali, ma ricordo che fra i tanti che pubblicano poesia la mia scelta cadde su quelle case che 1) non chiedessero soldi, 2) non pubblicassero a go-go qualsiasi cosa andasse a capo 3) fra i curatori delle collane ci fosse qualcuno che avevo avuto modo di apprezzare. Insomma cercai un certo compromesso senza mirare né troppo in alto, né troppo in basso, e decisi anche che due tentativi fosse un numero sufficiente per assecondare e accontentare la mia ambizione.
Le case editrici erano di quelle che nei loro siti online s’introducono presentando il proprio lavoro come il frutto di passione, vitalità e rispetto nonché ricerca di qualità e ostinazione nel voler dar voce alla poesia contemporanea lottando con tenacia contro i colossi della grande editoria e bla e bla e bla, e in cui le foto nel chi siamo sono sempre un po’ sfocate quasi avvolte da una nebbiolina celestiale, i volti posti a tre-quarti verso l’obbiettivo e sorridenti, mai poco mai tanto, e che sembrano sempre dire –non lasciarci svanire -. Continua a leggere Gesti # 8

Gesti#7

 

Oggi ho giocato un po’ a tennis. Quando ho finito, oltre a non sapere o forse non volere dare una risposta a chi vedendomi tornare a casa racchetta in spalla grondante di sudore dopo un’ora trascorsa a correre di qua e di là nel pieno della calura mi chiedeva perché, come fa ogni persona sensata, non avessi preferito starmene al mare, c’era anche un’altra cosa che mi girava in testa.
Il punto è che a tennis ho iniziato a giocare da ragazzina, ricordo molto vagamente un maestro che mi mise una racchetta nella mano, la destra, durante un’estate di chissà quale anno, e ricordo me svolazzante timidamente col bianco gonnellino plissé. Dopo quel corso estivo e dopo aver appreso i primi rudimenti ho abbandonato quasi del tutto questo sport. Quasi, perché, per puro passatempo, di tanto in tanto ho continuato a dare qualche tiro.
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