Gesti #10


Pioverà. L’alzarsi del vento è di quell’indefinibile inquietudine e sollievo che mi prende ogni volta che ritorno qui, anche se questo è il mio paese di cui ogni giorno posso guardare i filamenti nelle sue ultime case che arginano il brusco della roccia. Sembra quasi siano lì solo per impedirle di rovinare in mare. E nei pennelli puntuti di verde scuro dei cipressi che sbavano nel verde chiaro dei filari dei limoneti. Il resto è un qualcosa immaginato e familiare nascosto e rappreso dietro la curva che sale.
La pioggia ora è più che una minaccia, anche se ancora sospesa in un – forse pioverà.- M’incammino verso le luci del palco. Il vento rafforza. Gonfia l’impalpabile scenografia dei teli leggeri, bianchi e neri, tagliando il buio della sera come un mare di Milton Avery.
Il palco è lì. Le luci dei fari proiettano fasci luminosi sulle cerate che, come sudari, ricoprono gli strumenti. Dentro quel flusso entropico viaggiano agitate minuscole particelle d’acqua che il vento solleva dal mare. Il mare è lì, è poco più di un nero che cambio in blu nella mente, interrotto dallo sfasciarsi delle onde sulla riva. Come fuochi d’artificio l’acqua volteggia nell’aria per brevi attimi poi ricade scomparendo in se stessa.
È lo stesso quadro di Avery che si distende come un riflesso del primo.
Con gli altri fumo una sigaretta. Si parla. Si aspetta. Non si sa se la pioggia o le prime note del concerto.
Ora non è solo il vento ad increspare l’aria. Silenziosi lampi lontani la scuotono, aprendo, su in cielo, ampie macule di nubi che la sfilacciano in rossi e gialli diffusi e intermittenti.
La pioggia è lì, che discute animatamente con le correnti.  Indecisi come gatti randagi strusciamo con le gambe la plastica rigida delle sedie, poi ci sediamo.  Sulla sinistra i sottili alberi delle piccole barche a vela tirate in secco se ne stanno rigidi, pungendo la luce e il buio, cosicché sembra quasi che si svuotino l’uno nell’altro. Il cordame metallico danza frenetico scosso dalle invisibili folate. Il loro suono si perde nel frangersi delle onde.
Gli strumenti ad un tratto si animano, raccolti con mani abili da quel  presagio confuso della pioggia. La prima nota è una materia dura e densa nel pullulare salmastro e appiccicoso in cui sono. Su, in alto un cielo d’opale scoppietta, come un funesto carnevale, di luci oscure e minacciose.
Dopo un po’, come un serpente a sonagli ammaliato dai suoni, il vento si ferma, poi ricade e la musica del sax conquista il tempo. La pioggia è ancora lì, nei lampi, vigile d’impazienza furente.
Il mare sembra farsi più vicino. Prende la rincorsa nel buio lontano in muraglie di spuma. Aggredisce la riva con un tessuto di trina che si strappa nel vuoto con elegante violenza. Qualcuno a braccia tira più su le barche. Gli alberi oscillano. Coperto dalle note, il suono di legno, corde e metallo.
Poi è un primo graffio sottile d’acqua a segnare il controluce, ne segue un altro e un altro ancora. Cadono obliqui, spinti da una brezza che non tocca terra. Poi, ad un tratto, è la pioggia.
Restiamo in due in piedi sotto il dolore dell’acqua che in gran fretta disperde tutti. Sul palco il sax e la tromba fanno l’ultima resistenza, poi ogni suono tace.
Come neri fantasmi i teli avvolgono gli strumenti che scompaiono nei loro corpi crespi. È la pioggia. È pioggia sul mare, sugli ulivi, sul ruvido della sabbia. Mi allontano verso la fermata dell’autobus. Ed già tregua quando arrivo alla pensilina. Mi sposto sul limitare del tetto metallico. Nell’aria di terra bagnata accendo una sigaretta.- meno male che piove, il jazz è finito, non è musica, non è socialista – dice qualcuno alle mie spalle. Conosco quelle voci, ma non mi giro.
Siamo così qui. Perennemente in attesa di nessun bene e di nessun male ma soltanto di qualcosa che ci lasci fermi per poter dire- aspettavamo il bene ed è arrivato il male, aspettavamo il male e ci è arrivato il bene. Fermi dentro un vuoto immobile che non tocca nessun senso, militi ignoti nel furore eroico di nessun gesto eroico.
Una macchina rallenta, poi si ferma. Un volto conosciuto. Quando appoggio la schiena sullo schienale sento la viscida umidità della pioggia trattenuta dal giubbotto sulla pelle. È in questa pioggia segreta che il concerto riprende. È una ballad. Penso che a volte scrivo solo per vedere come le cose sono in movimento.

 

 

2 pensieri riguardo “Gesti #10”

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