Dediche : F. Marotta – Impronte sull’Acqua

 

                                                             per f. m.
 

                       “[…] Piacerebbe protendere la propria mano
                              fuori dal globo, ma la sua dimensione,
                              ciò che la sostiene, non lo concede[…]”
( John Ashbery- da Autoritratto in uno specchio convesso)

L’unica volta che ne sono stata lontana a lungo avevo tutto. Avevo l’amore, gli amici, vent’anni e perfino la grazia di poter immaginare un futuro. Lì, l’unica cosa di cui realmente sentivo la mancanza era il mare.
Mi mancava il suo corpo d’acqua, il suo instancabile titillare la battigia, il cupo indefinito con cui accostandosi s’abbracciava alla roccia, il colore inafferrabile della sua veste cangiante, il suo respiro, il battito rallentato nell’apnea del suo fondo, tutto mi mancava del mare.
È che un pezzo di cielo da guardare lo si trova ovunque, un fiore o anche solo un filo d’erba lo si incontra anche in una crepa nell’asfalto o in un’aiuola incolta, e perfino uno stecco secco ti fa ricordare le stagioni della terra, l’acqua no, l’acqua, finché non la trovi, resta assenza.
 L’impronta della sua materia  però devi cercarla, desiderarla, aspettarla, a volte. Non basta l’artificio di una fontana, neanche la pioggia col suo cadere scomposto basta. Devi cercare l’acqua che scorre e i pezzi di vita che raccoglie, la devi cercare in un rigagnolo, nell’impeto torrentizio di un ruscello che si gonfia, o anche in una singola goccia che
se
gna la
trasparenza
di un vetro
col suo viaggio im-
preciso.                                                                                           Devi osservarne il lento destino, gli incontri e i distacchi, la somma di quelle molecole lontane, la separazione indolore, la materia impalpabile che lascia dietro di sé, quando infine s’asciuga.
L’acqua t’insegna tutto il bene e tutto il male della pazienza e della nostalgia. L’acqua t’insegna la pazienza dell’attesa e l’attesa della nostalgia poiché ciò che è è il passato che scorre nella realtà della sua immagine. L’acqua t’insegna il tempo. L’acqua, se la guardi con la pazienza che ti ha insegnato, del tempo te ne restituisce la misura, e della misura ogni raccolto e ogni perdita.
L’acqua è lo specchio convesso del tempo che ti rimanda l’immagine di se stesso mentre tu attraversi il tempo. Ed è tempo che scorre, riflette, frammenta, deforma, corrode, è tempo che si perde e che invade, che spiana, che s’agita e poi si calma, che s’illumina e poi si spegne, che trascina e che vibra, che lascia e che prende, che non si ferma.
È questo quello che accade quando s’inizia a parlare dell’acqua. Inizi dicendone di questa sua natura oscura e mesmerizzante e finisci con l’accorgerti che è della vita stessa che stai parlando, e nella sua lente il dire non è narrazione, ma gesto infinito.
È scavare per cercarsi nel residuo, nel frammento del suono e nello sguardo e nella memoria che lascia , è assecondare la sua natura transitoria,  essere senso poetico nell’ostinazione di  cercare di far aderire ad ogni istante la pelle del segno a questa materia fluida mutevole, deformante e imprevedibile.

“[…] Poiché, in quel punto, le rive erano molto boscose, le grandi ombre degli alberi davano all’acqua un fondo che appariva perlopiù verde cupo ma che a volte, rincasando in certe sere rasserenate dopo un temporale pomeridiano, ho visto d’un azzurro tenue e crudo, che sconfinava nel viola rifinito come uno smalto e di gusto giapponese. Qua e là, sulla superficie, un fiore di ninfea dai bordi bianchi e dal cuore scarlatto rosseggiava come una fragola.[…]”
( Marcel Proust – La strada di Swann )

 Questo  è il tempo d’acqua che ritma e scandisce  le “Impronte sull’Acqua” di Francesco Marotta, e in cui l’istante sembra non avere mai fine, e scrivere è come scrivere lo stesso verso all’infinito, ma negli infiniti modi in cui l’istante trapassa l’istante trasformandolo.
Il tessuto che esse tessono segnano una mappa di un viaggio, un segno scritto che esplora l’istante osservandolo minuziosamente in ogni sua prospettiva, in ogni suo riflesso e buio. Sono tragitti che non racchiudono, che non fermano, ma si lasciano all’acqua e alla sua incorporea volubilità, alla sua capacità di accogliere e di restituire, alla sua natura del non finito.
Ogni parola è il margine di una riva che è appena scomparsa e che riappare, più in là, con un dolore di luce nuovo, con un nuovo riflesso di un cielo appena passato, a volte con una percezione del sé che svapora nella precarietà del sogno o del miraggio, nel tendersi di domande d’ignoto, nell’inabissarsi di un bagliore tagliato di un grido, nella tenebra che corruga il ricordo.
L’acqua, in questa sua lingua tradotta, tramuta e agglomera, è il ponte  immateriale e invisibile  che unisce le sponde, dove le impronte lasciate s’addensano a tratti  in anse di mattini e di sere sorpresi in un sillabare ostinato, particelle sospese che fluttuano e poi affondano in oscurità inviolabili, quasi dolorose all’avanzare dello sguardo che  cerca e le lascia, per farle riaffiorare come sedimento di un rinnovato senso e, come l’istante che mai si ferma, diventano la paziente e instancabile ricerca in aiuto di un sé non appena questo, nell’istante stesso, perde l’appiglio in una fine che inesorabilmente  ripete se stessa.

Francesco Marotta-  Impronte sull’acqua- Le Voci della Luna- Collana “Cantiere” 2008

 

3 pensieri riguardo “Dediche : F. Marotta – Impronte sull’Acqua”

  1. Ancora grazie, Lisa. Ho molto apprezzato il tuo approccio al libro e l’insieme delle considerazioni che ne hai tratto.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  2. Francesco è stato veramente gentile da parte tua ospitare queste poche righe, e non nascondo che m’inorgoglisce la tua stima.

    grazie ancora a te e al tuo bellissimo libro

    lisa

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