Poesia à la carte: Fast Food

Nel disordine caotico di tutte le possibili modulazioni come su un pentagramma porto a spasso la mia testa tonda.

Si salutano stamane le vecchie sul lungomare, una parola alla volta, le gambe sotto il sole come ancelle stanche, sapessi interpretare il corso delle vene, l’orografia della piccola vita che vi è corsa dentro, quelle strade della pazienza.

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Tremila battute o giù di lì

[…] Che dire.
Napoli se c’arrivi dall’alto, se la guardi mentre si avvicina racchiusa dentro l’oblò di un aeroplano, se nell’ovale del vetro si rapprende una sera quasi fatta, Napoli, se la guardi in questo modo ti appare come un immenso lutto che cogli nella veglia di miriadi di luci mentre il mare si strugge in un buio così fitto da sembrare immerso in quella che tu hai sempre immaginato potesse essere l’immobilità dell’eternità. Questo puoi dire. Napoli ha questo dolore, che è solo suo, che non hai mai visto nelle altre città dove sei stata e che pure hai veduto stagliarsi nell’oscurità come un infinito disteso e spurio. Continua a leggere “Tremila battute o giù di lì”

Gesti #10


Pioverà. L’alzarsi del vento è di quell’indefinibile inquietudine e sollievo che mi prende ogni volta che ritorno qui, anche se questo è il mio paese di cui ogni giorno posso guardare i filamenti nelle sue ultime case che arginano il brusco della roccia. Sembra quasi siano lì solo per impedirle di rovinare in mare. E nei pennelli puntuti di verde scuro dei cipressi che sbavano nel verde chiaro dei filari dei limoneti. Il resto è un qualcosa immaginato e familiare nascosto e rappreso dietro la curva che sale.
La pioggia ora è più che una minaccia, anche se ancora sospesa in un – forse pioverà.- M’incammino verso le luci del palco. Il vento rafforza. Gonfia l’impalpabile scenografia dei teli leggeri, bianchi e neri, tagliando il buio della sera come un mare di Milton Avery.
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Destini in corso

Se si baciassero sarebbe come se
per quel breve attimo una terribile tenerezza potesse
non solo tenere unite le loro bocche
ma anche sorreggere le loro vite, poi anche il bacio
si scioglierebbe nel sapore stantio di anni. Quando
le labbra perderebbero il contatto quel bacio
sarebbe già della stessa materia di cui sono fatti i ricordi.
Sfocherebbe, e infine  prossimo a svanire
sarebbe come un passato già dimenticato. Senza scambiarsi una parola
si volterebbero ed entrambi si allontanerebbero
proseguendo sui propri passi. La luce opaca del lampione
aprirebbe sul selciato un grande cerchio vuoto.
Lui si girerebbe per guardarla mentre si allontana. Gli sembrerebbe che
l’imbrunire la segua tingendo di un grigio cristallino
tutto intorno e la strada semi deserta
tacerebbe di un silenzio duro. Lui la guarderebbe
tagliare quel primo accenno di oscurità col suo passo frettoloso e
penserebbe che si sarebbe voltata soltanto
quando sarebbe stata certa che il buio
avesse ingoiato tutto lo spazio fra lei e lui prendendosi entrambi
nel suo vuoto, per sempre.
No. Non così.
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Gesti # 8



La scorsa estate ho deciso di stampare, riunendola in un taccuino, una delle mie raccolte di poesie. Con l’aiuto di un amico grafico ne abbiamo curato l’aspetto, l’impaginazione e la stampa, e ne è venuto fuori un librettino che aderiva abbastanza alle mie aspettative.
Quella stessa raccolta, o meglio parte di essa, mi aveva permesso qualche mese prima di ritrovarmi fra i finalisti di un concorso promosso dalla città di Chieri che assicurava al vincitore la pubblicazione da parte di una qualificata casa editrice. Il mio percorso però non era andato oltre. Decisi allora di mandare personalmente la raccolta ad un paio di editori.
Non ricordo di preciso quali, ma ricordo che fra i tanti che pubblicano poesia la mia scelta cadde su quelle case che 1) non chiedessero soldi, 2) non pubblicassero a go-go qualsiasi cosa andasse a capo 3) fra i curatori delle collane ci fosse qualcuno che avevo avuto modo di apprezzare. Insomma cercai un certo compromesso senza mirare né troppo in alto, né troppo in basso, e decisi anche che due tentativi fosse un numero sufficiente per assecondare e accontentare la mia ambizione.
Le case editrici erano di quelle che nei loro siti online s’introducono presentando il proprio lavoro come il frutto di passione, vitalità e rispetto nonché ricerca di qualità e ostinazione nel voler dar voce alla poesia contemporanea lottando con tenacia contro i colossi della grande editoria e bla e bla e bla, e in cui le foto nel chi siamo sono sempre un po’ sfocate quasi avvolte da una nebbiolina celestiale, i volti posti a tre-quarti verso l’obbiettivo e sorridenti, mai poco mai tanto, e che sembrano sempre dire –non lasciarci svanire -. Continua a leggere “Gesti # 8”

Smart vs Stupid

 

La timidezza nasce soprattutto dal timore di apparire inadeguati. Alla sua base c’è un’eterna lotta fra la staticità che la condizione di timido comporta e l’agire. La vita di un timido ha come roommate ogni genere di preoccupazione, dalla più insignificante, che viene normalmente ignorata dai più, a quella più ingombrante, che solitamente è razionalmente superata da chiunque.
Di fronte alla stupidità e all’intelligenza dell’interlocutore il timido teme di dire o fare qualcosa di troppo intelligente o stupido che lo escluda almeno quanto la sua stessa timidezza.
In ogni caso il timido vive una sorta di non vita. Egli  conduce un’esistenza doppia, schizofrenica, vissuta nella propria duplice immagine perfettamente sovrapposta di chi si vede sempre ai blocchi di partenza e contemporaneamente nello slancio dello scatto, ma mai o quasi mai a concludere l’azione. Varcare la linea d’arrivo con successo  è per il timido un traguardo che quando si raggiunge viene annotato sotto la voce “evento epocale”.
A nascere timidi ci si dovrebbe augurare due cose: o essere timidi e stupidi e quindi non avere percezione della propria condizione ed essere così a questa  totalmente assenti,   o nascere timidi e intelligenti e dunque avere la consapevole lucidità e accettazione che nonostante tutto la loro sarà una vita di solitudine, che troverà l’unico riscatto in un silenzioso assistere alla stupidità altrui.
All’intelligenza del timido si associa anche una sorta di malinconico cinismo che potremmo definire salvifico poiché gli apre una serie di scappatoie che gli consentono in qualche modo di destreggiarsi nel disagio della propria timidezza.
Ma ho già detto che il timido non ha mai il conforto della certezza e dunque anche il corso della vita del timido intelligente  non è semplice poiché  ha come punto di arrivo un irraggiungibile e continuo superare se stesso nella speranza di riuscire a riscattare un giorno l’esilio in cui la timidezza l’ha costretto.
Ma l’ostacolo più ingombrante del timido è che sentirsi o riconoscersi stupidi o intelligenti, nella percezione di se stesso, si alternano irrazionalmente, in forma entropica, presentandosi in modo disordinato, imprevedibile di fronte alle situazioni. Al timido manca la noncurante leggerezza della spontaneità dell’approccio alle cose. I se, i forse scandiscono ogni suo attimo. È un inferno. Continua a leggere “Smart vs Stupid”

Gesti #5

 

Da ragazzi, fra amici, incontrandoci non ci siamo mai dati la mano né tantomeno baciati sulle guance in segno di saluto. D’altra parte  Oscar Wilde asseriva che un bacio può rovinare una vita. Ricordo che ad un tratto eravamo lì, parandoci davanti dopo aver rallentato il passo e poi fermandoci, come fanno i tram al capolinea, come se i nostri piedi sapessero sempre dove fosse  il punto esatto  della stasi nel caos del caso. Oppure ci affiancavamo l’uno all’altro se il momento dell’incontro coincideva con una delle solite e interminabili passeggiate sul breve lungomare. Ehi. Ciao. Erano gli unici slanci a cui affidavamo la scontata e inevitabile abitudine di ritrovarci su quel mozzone di asfalto che quasi aderiva al mare. Né le cose cambiavano nel congedarci. Un ciao, e si voltava le spalle per avviarci ognuno verso la propria casa. Scomparivamo nei vicoli, nelle stradine, nei portoni come palline di un flipper spinte dolcemente in buca da quella stessa forza misteriosa che altrettanto docilmente ci avrebbe mosso l’uno verso l’altro l’indomani.
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Gesti # 3

 


Non molto tempo fa mi sono ritrovata a chiedermi quali fossero state le ultime pagine lette a cui avessi associato una percezione erotica. La domanda nasceva dalla deludente lettura di un libro di racconti “erotici” che forse aveva trovato il suo unico perché nel radunare un gruppo di soli scrittori maschi affinché raccontassero l’Eros da un punto di vista unicamente maschile, per l’appunto.
“Pene d’Amore” ha fallito fin dall’inizio nel suo intento già nel doppio senso del titolo, troppo infelicemente ludico per predispormi a una qualsiasi fantasia erotica e quindi nell’asettica lettura che ne era seguita quasi tutte le storie mi erano sembrate percorrere il solito cliché in cui il concetto di Eros e cosa potesse essere definito erotico, e quindi essere narrato, ne uscivano ancora più fumosi e sempre in bilico  fra ogni possibile interpretazione del puro atto sessuale e una sensualità troppo letteraria per essere, nella sua percezione, reale.
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Gesti # 2

Hopper_Edward_People_In_The_Sun

Di Edward Hopper si è detto che interpreta le piccole vite e che le sue tele racchiudono nel loro piccolo spazio il silenzio che le attanaglia. I soggetti da lui ritratti, seppure bloccati in un fermo immagine che li sorprende nell’intimità di uno sguardo assorto o di una apparente conversazione, appaiono sfuggire l’uno all’altro, schiacciati da un’opprimente incomunicabilità che li immobilizza e li rende estranei anche al mondo che li circonda. Ma quello che più di ogni altra cosa è messo in evidenza dalla loro staticità, spoglia di qualsiasi tensione, è la rinuncia, e la conseguente accettazione di quel senso di isolamento materializzato in una solitudine a cui sembrano predestinati e ormai condannati. Continua a leggere “Gesti # 2”

Life isn’t short

Life- ed ruscha-1984

 

Qui forse un Alberto e una Olga si sono conosciuti, una Maria ha iniziato a camminare, un Andrea è riuscito a baciare finalmente una Delia, un Paolo ha sentito gonfiarsi all’improvviso qualcosa lì, una Marta ha avuto le sue prime mestruazioni, una Carla ha dato il suo primo bacio, una Federica ha fatto per la prima volta l’amore, un Pietro e una Rosella si sono lasciati, una Anna ha tradito un Antonio, un Carlo ha bevuto la sua prima birra, una Alessandra ha fumato la sua prima sigaretta, un Cesare ha tradito una Caterina, una Francesca si è sposata con Marco, un Angelo è nato, un Pietro ha trovato lavoro, una Lucia è stata licenziata, una Lisa è morta, un Giuseppe e una Clelia hanno avuto una figlia etc…

Lì forse un Carlo e una Maria si sono conosciuti, una Olga ha iniziato a camminare, un Pietro è riuscito a baciare finalmente una Lisa, un Antonio ha sentito gonfiarsi all’improvviso qualcosa lì, una Caterina ha avuto le sue prime mestruazioni, una Clelia ha dato il suo primo bacio, una Maria ha fatto per la prima volta l’amore, un Marco e una Rosella si sono lasciati, una Francesca ha tradito un Pietro, un Andrea ha bevuto la sua prima birra, una Anna ha fumato la sua prima sigaretta, un Angelo ha tradito una Anna, una Carla si è sposata con Alberto, un Paolo è nato,un Giuseppe ha trovato lavoro, una Delia è stata licenziata, una Lucia è morta, un Cesare e una Federica hanno avuto una figlia etc…

In qualche posto una Lucia è nata, un Carlo iniziava a camminare. Carlo ha sentito gonfiarsi qualcosa lì. Lucia ha avuto le sue prime mestruazioni. Carlo ha bevuto la sua prima birra. Lucia ha fumato la sua prima sigaretta. Carlo e Lucia si sono conosciuti. Carlo finalmente è riuscito a baciare Lucia. Lucia ha dato il suo primo bacio. Lucia ha tradito Carlo. Lucia ha fatto la prima volta l’amore. Carlo ha trovato lavoro. Carlo si è sposato con Lucia. Lucia è stata licenziata. Carlo e Lucia hanno avuto una figlia. Carlo ha tradito Lucia. Carlo e Lucia si sono lasciati. Lucia e Carlo sono morti. Continua a leggere “Life isn’t short”

Almost blue

 

Se ne sta là, seduta. La penna, il foglio, la scrivania. E l’oscurità facile in cui stare. Persa nell’assenza dei contorni e degli spazi, con l’unica certezza del suo respiro.
Si strappa a fatica da quell’abbraccio muto e incolore, e accende la luce.
Mio caro.
Scrive curvando le “o” in cerchi perfetti. Due vite chiuse a recintare spazi bianchi, due margini da cui è possibile cadere. Nel niente.
Mio.
Prendersi come due capi usati scovati fra i banchi di un mercatino di paese, abbagliati dall’acquisto tanto da non vedere il bottone sul punto di cadere o l’orlo usurato della tasca.
Loro due. Già logori di vita e di amori altrui. Sradicati, portati altrove da vortici di vento come vecchi legni sterili. Rami già secchi per brevi fuochi, effimeri come il bagliore di una scintilla che t’inganna di luce. Ma è solo un attimo che non ritorna.
Lei pensa che si torna verso qualcuno, qualcosa che ti appartiene, a cui si appartiene.
Mio caro.
E sente quell’affetto, asciutto di odore e sapore, abbandonarla come un’aura. Lo vede incastrarsi nella filigrana fragile delle due parole. La svuota e la lascia come una specie estinta, incapace ormai di riprodursi, o forse solo stanca di lottare. È lì, come un’impronta fossile e lei non può più seguirla. Lei è troppo lontana di corpo e carne, solida di solitudine.
Mio caro.
E non c’è più niente oltre quella sottile catena di lettere.
Non sempre si conclude quello che s’inizia. Ad un tratto la fine si riavvolge sul suo stesso filo, come un gomitolo che si gonfia sulle dita, e ad ogni giro imprigiona il suo inizio in un disordine interno che attende di essere dipanato, liberato, per potersi poi disperdere. Forse. In un nuovo inizio.
Mio caro.
Lei ripercorre lentamente con un’unghia le due parole, accartoccia il foglio e spegne la luce. Lo scintillio di una stella buca la massa compatta del cielo. Lei rimane a lungo a guardarla.

Chiaroscuri

jack vettriano- the temptress

Ieri i miei programmi per il pomeriggio si sono dileguati tutti con un nulla di fatto. Ho deciso allora di fare quattro passi ed arrivare in centro. Mentre camminavo mi sono accorta di farlo tenendo gli occhi bassi, tanto che non conservo il minimo ricordo di qualsiasi cosa o persona io possa aver incrociato nel tragitto. È strana questa sensazione di ritrovarmi con un buco nella memoria di un presente  in cui io stessa manco.

Ieri alla Rizzoli in Galleria c’era Jack Vettriano. Ed io non avevo programmi ed ho assistito alla presentazione dei suoi libri. Quando mi sono fatta avanti dopo aver scelto le pagine da autografare, lui, guardando le immagini che avevo selezionato, mi ha detto – I like your taste!-
Io mi sono chiesta – quand’è che iniziamo a dire balle e perché sentiamo la necessità di farlo anche quando non dirle non cambia niente ?-

Dollies Store – La nuvola

Volevo dire qualcosa. Ma me ne sto zitta. Le cose non è che si devono sempre dire a voce alta, basta dirsele nella testa. Però bisogna dirsele proprio come se le stessi dicendo a qualcuno. Se le dici per filo e per segno, allora fanno quasi lo stesso effetto di quando le dici ad alta voce. E poi tanto si sa, a chi interessa veramente sapere quello che vuoi dire? Chi ti ascolta? Parlare, dire, questo sì, questo interessa a tutti. Bla bla bla.
Che cielo che c’è oggi. Azzurro. Neanche l’ombra di una nuvola. È pulito, lucido come se ci avessero passato ora ora la cera a specchio. Continua a leggere “Dollies Store – La nuvola”

La notte di una parola

Il sasso che lanci per un attimo sparisce seguendo una traiettoria silenziosa. Poi rimbalza sull’acqua frantumandone la tranquillità della sua apparente immobilità. Uno scoppiettio d’acqua sordo, quasi un frullio d’ali, poi ancora silenzio. Il sasso sparisce nuovamente finché non buca un punto misteriosamente vuoto tanto é lontano. Continua a leggere “La notte di una parola”