Gesti #5

 

Da ragazzi, fra amici, incontrandoci non ci siamo mai dati la mano né tantomeno baciati sulle guance in segno di saluto. D’altra parte  Oscar Wilde asseriva che un bacio può rovinare una vita. Ricordo che ad un tratto eravamo lì, parandoci davanti dopo aver rallentato il passo e poi fermandoci, come fanno i tram al capolinea, come se i nostri piedi sapessero sempre dove fosse  il punto esatto  della stasi nel caos del caso. Oppure ci affiancavamo l’uno all’altro se il momento dell’incontro coincideva con una delle solite e interminabili passeggiate sul breve lungomare. Ehi. Ciao. Erano gli unici slanci a cui affidavamo la scontata e inevitabile abitudine di ritrovarci su quel mozzone di asfalto che quasi aderiva al mare. Né le cose cambiavano nel congedarci. Un ciao, e si voltava le spalle per avviarci ognuno verso la propria casa. Scomparivamo nei vicoli, nelle stradine, nei portoni come palline di un flipper spinte dolcemente in buca da quella stessa forza misteriosa che altrettanto docilmente ci avrebbe mosso l’uno verso l’altro l’indomani.
Non ricordo che fra di noi ci sia mai stato nessun tipo di contatto fisico se non lo sguardo con cui ci accoglievamo.
Poi, crescendo, ci siamo come persi, come se inevitabilmente oltre il limite di una giovinezza quello sguardo non potesse più arrivare, come se lo spazio dell’inquieto turbinio di quella festa mobile che, giorno dopo giorno, provavamo ad inventare si fosse spinto oltre e avesse reso infinito quel lungomare, e avesse anche scoperchiata la finzione che quei nostri incontri seguissero un magico disegno di predestinazione che non necessitava di offerte rituali.
Non ricordo quando ad un tratto è iniziato ad accadere che incontrandoci il nostro saluto sia cambiato, non so quando  baciarci sulle guance è diventato un gesto istintivo e abituale quasi avesse radici in una consumata consuetudine, e allo stesso tempo fosse invece inadeguato al poco, al quasi nulla in cui, quei pochi centimetri di pelle, possono dirci o restituire qualcosa.
Abbiamo preso a salutarci come fanno le persone di una folla, annichiliti, anestetizzati dal tempo che intanto ci rende come madri, padri di nessun figlio, e pendolari ciechi lungo i ritmi scanditi nella nebbia di un vivere quotidiano. Ci tocchiamo, ci sfioriamo come materia astratta, realtà senza traccia di un domani, ci strusciamo come fanno le foglie inermi quando il vento le scuote ed ad unirle è soltanto il comune destino di trovarsi tutte sullo stesso ramo, precarie lamelle già di microscopiche derive. Forse l’arguto Wilde non aveva messo in conto che potesse essere la vita la rovina dei baci.

Nothing gold can stay

Nature’s first green is gold,
Her hardest hue to hold.

Her early leaf’s a flower;
But only so an hour.

Then leaf subsides to leaf.
So Eden sank to grief,

So dawn goes down to day.
Nothing gold can stay.

( Robert Frost)

Nulla che risplende resta per sempre

Della Natura il primo verde è oro
colore che per primo muore

La sua prima foglia è un fiore
Che vive non più di un’ora

Poi alla foglia segue la foglia.
Così l’Eden sprofondò nel dolore

Così l’aurora ripiega nel giorno.
Nulla che risplende resta per sempre

(trad. lisa)

2 pensieri riguardo “Gesti #5”

  1. Si, ha ragione Wilde. Bacio le guancie sempre con le labbra (quasi mai guancia contro guancia) ad occhi chiusi, cercando di carpire fino all’ultima goccia l’impossibile essenza di quel cm di pelle. Ogni bacio sulla guancia di amici e sconosciuti è un’esperienza intensa, per me.
    Ciao, cara, benritrovata!

  2. un bacio, un abbraccio hanno un senso…credo, che assumano, a volte…spesso, l’apparenza di un riflesso condizionato è un vero peccato.
    ciao rodolfo, benritrovato anche a te.

    grazie
    lisa

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