Cosa dovevamo farne adesso?

Ci viene servito il pesce, e a questo punto
qualcuno tira fuori quella vecchia foto, da una tasca?
da una borsa ? sembra essere stata scavata
dalla stessa consunta malinconia
che impregna la tappezzeria e la piccola sala
che s’affaccia sul porto vecchio. Dai finestroni larghi
si scorgono le barche e il tendersi del cordame e
quel loro ipnotico torpore. Piove,
                                              com’è giusto che sia,
le gocce scivolano lente e sporche, e un tempo severo
lacca i vetri. C’è fumo e odore di pesce.

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Gesti #5

 

Da ragazzi, fra amici, incontrandoci non ci siamo mai dati la mano né tantomeno baciati sulle guance in segno di saluto. D’altra parte  Oscar Wilde asseriva che un bacio può rovinare una vita. Ricordo che ad un tratto eravamo lì, parandoci davanti dopo aver rallentato il passo e poi fermandoci, come fanno i tram al capolinea, come se i nostri piedi sapessero sempre dove fosse  il punto esatto  della stasi nel caos del caso. Oppure ci affiancavamo l’uno all’altro se il momento dell’incontro coincideva con una delle solite e interminabili passeggiate sul breve lungomare. Ehi. Ciao. Erano gli unici slanci a cui affidavamo la scontata e inevitabile abitudine di ritrovarci su quel mozzone di asfalto che quasi aderiva al mare. Né le cose cambiavano nel congedarci. Un ciao, e si voltava le spalle per avviarci ognuno verso la propria casa. Scomparivamo nei vicoli, nelle stradine, nei portoni come palline di un flipper spinte dolcemente in buca da quella stessa forza misteriosa che altrettanto docilmente ci avrebbe mosso l’uno verso l’altro l’indomani.
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Gesti # 4

Subway Shuffle

Alcuni giorni fa un amico nel corso di una conversazione mi ha dato, letterariamente parlando, dell’emarginata. Ho accolto questo attributo come un complimento poiché nell’ambito della discussione che stavamo avendo mi aveva inorgoglito il fatto che lui, persona il cui modo di scrivere ammiro moltissimo, avesse accomunato la sua condizione alla mia, e malgrado il valore negativo che si accompagna a quella parola essa mi era sembrata una delle cose più belle che mi sia stata detta riguardo a ciò che scrivo.

Un paio di anni fa fui invitata a far parte di un blog letterario collettivo, e seppure non molto convinta accettai. Quell’esperienza durò pochissimi giorni, alcune incompatibilità mi spinsero ad uscirne. Scrissi una cortese e-mail spiegando le mie motivazioni che fu accolta piuttosto freddamente e la cosa si concluse lì. È normale d’altra parte che fra più persone possano nascere delle divergenze e che la convivenza, seppur letteraria, possa fallire e che si senta la necessità della separazione, ma ciò che dell’episodio mi lasciò perplessa fu il fatto che, quasi istantaneamente, tutto quanto potesse riferirsi ad una mia, seppur breve, presenza nel blog fu cancellata. Le poche cose postate, il mio nome, quello del mio blog, tutto sparì. Puff… Continua a leggere “Gesti # 4”

Il destino di un libro

iris

 

Solo di recente sto iniziando ad avere percezione di quale possa essere il fascino che alcuni libri riescono ad esercitare e perché esiste un mercato di collezionisti del libro. Il primo “fremito” l’ho avvertito all’incirca un anno e mezzo fa quando, leggendo le note biografiche di Jack Spicer, scoprii che lui stesso spesso auto-produceva le sue raccolte in quantità minime, copie che amava poi distribuire agli amici. Ne curava l’aspetto grafico, disegnava la copertina, le numerava talvolta  con numeri e lettere. Di After Lorca, ad esempio, ne furono stampati solo cinquecento esemplari dalla White Rabbit, di un paio di quelle prime ne ho trovato le tracce, tramite internet, in alcune librerie americane specializzate in libri antichi e rari, una delle due potrebbe essere fra le mie mani per la “modica” cifra di mille e passa dollari.
Non credo che potrà finirci, però per un po’ ho assaporato quel gusto che pensavo potesse appartenere solo a qualcosa di unico, come potrebbe essere un dipinto, una scultura. Continua a leggere “Il destino di un libro”

Un bene contenuto

don cherry- ole brask

Ieri finalmente mi sono stati recapitati alcuni libri che aspettavo. Non ho scartocciato subito il pacchetto che è rimasto per un po’ ben sigillato sul tavolo. Credo sia una mia abitudine allungare i tempi, è come se adottassi per certe cose una specie di sabato leopardiano con cui “orno” la quotidianità per prolungare la fanciullezza che è racchiusa in ogni cosa prima che si sveli.
Poi il momento è giunto e finalmente mi sono messa tranquilla a sedere nella mia stanza con i libri fra le mani. Ho cercato subito le poesie che avevo intenzione di tradurre. Le avevo sentite già dalla voce del poeta ma dall’audio non avevo compreso alcuni versi, e le ho lette con attenzione cercando conferma di quel piacere provato nell’ascolto. Poi, sfogliando qui e là, ne ho lette altre ma molto rapidamente, lasciando alcune lacune laddove di alcuni termini mi sfuggiva il significato e avevo bisogno di controllarlo sul dizionario, di qualche altra mi sono detta entusiasta – bellissima, traduco anche questa per il mio blog –
Quando la soglia di concentrazione si è abbassata ho interrotto la lettura, ma mi sono soffermata sulla copertina di uno dei libri.   È una bella foto in bianco e nero che ritrae  in primo piano un giovane uomo che stringe sotto il braccio quella che mi è subito sembrata la custodia di una tromba. Alle sue spalle un ragazzino e un uomo aspettano la metropolitana. È una gran bella foto. Mi piacciono le vecchie foto in bianco e nero, e quella valigetta nera mi ha incuriosita. Sono andata perciò a cercarne l’autore sul retro del libro. Il giovane uomo è il trombettista jazz Don Cherry e la foto è di Ole Brask. Continua a leggere “Un bene contenuto”

Dediche : A Jack Spicer

j-spicer

Conversiamo a lungo, sommessamente

l’uno di fronte all’altro quasi cercando

                                  l’urto delle parole

il suono cieco dell’impatto,

l’aprirsi delle onde magnetiche che provengono da Marte

io ci sto bene qui, ti dico,

                                    Summer is over

sì, ci siamo divertiti

fuori dal prezzo della poesia e  dal vezzo  della compassione

e ti amo quasi, senza la perdita che c’è

in ogni parola amore           (manomessa)

poesia         (manomessa)

vita           (manomessa)

cazzo       (manomessa)

e allora  ti amo

                      amo la tua morte

che mi parla dell’innocenza che c’è

quando con segnali radar

conversiamo a lungo, sommessamente

l’uno di fronte all’altro  cercando

                                                       l’urto delle parole

il suono cieco dell’impatto,

l’aprirsi delle onde magnetiche che provengono da Marte.

È qui che io sto bene, ti dico                                                  

Alive Poets Society

jack-goldestein-the-jump

Dicevamo che sarebbe bastato non mentire.
Qualcuno, sottobanco, mormorava tesi
sull’esatto numero delle stelle, perché oltre quello
ogni parola sarebbe stata solo caos
a cui nessuno avrebbe mai creduto.
Qualcun’altro cercava una sintesi dell’intero universo,
una sorta di taccuino, da consultare
quando in cielo si accalcavano le nubi
e la pioggia disfaceva i contorni.
Avevamo messo in conto che mille volte
avremmo sbagliato, e mille volte ancora
saremmo ritornati sui nostri passi. Ma per non confonderci
all’orizzonte legavamo le cime degli alberi
e le parole che non riuscivamo a comprendere
e aspettavamo che si alzasse il vento
a suggerirci suoni più preziosi
che potessero sollevarci da ogni errore.

Ma poi qualcosa accadeva
che non avevamo considerato.

Prima fu la distanza fra Algenib e Markab,
poi fu la coscienza del buio che le circonda.
Ed era proprio lì che intanto passavano le nostre vite
nell’intreccio mobile dell’accadere
in cui si scoperchiava la vera misura degli anni luce,
la dispersione inesorabile delle superbe nostre piccole cose
dei gesti oscuri che facevano rumore nelle cucine,
della polvere che si posava
e di tutto quanto abilmente tacevamo
del fluire del tempo, che dipingevamo invece  impigliato
nel sollievo di qualche conversazione di noi
in cui amavamo fingerci peggiori, a volte migliori
per mascherare ogni presunzione
scambiandoci, noi stessi, illusorie promesse
che non riuscivamo a mantenere e
aggraziati arrivederci in qualche punto di
Pegaso
e così ciechi alla notte
da non domandarci neppure com’ era che continuassimo a perderci
senza avvertire alcun dolore
né perché l’aver scritto miliardi di versi,
nonostante tutto non ci rendesse, nella realtà, migliori
.

Ricordi

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Di certo saprei ancora essere più di così.
Lo dicono i biglietti del cinema,
dell’ultimo autobus delle 10.30,
i piccioli di quelle ciliegie che ingialliscono
le pagine scritte con i colori degli umori
nel buio, tra i vecchi maglioni,
tra i nidi delle cinture
si dicono – mi ricordo-
ed è un ricordo buono
e se ancora sono lì,
i biglietti, i piccioli, il buio
è perché a volte mi sembra che quel ricordo di me
possa da un momento all’altro ritornare

Le ore sottratte

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Continuavamo a ripeterlo da mesi che sarebbe accaduto
gli altri, quelli che morivano preparavano il lutto.
Dalla stanza sentivamo le saracinesche
che ringhiavano su e giù, e intanto era
la conta dei lividi, l’esatta posizione di ogni nuova cicatrice,
le briciole nei piatti, i sorsi di silenzio di queste ore sottratte
i passi sempre più brevi, sempre più lenti, sempre di meno.
Ogni cosa era annotata, distribuita all’ingrosso
all’ingrasso degli ingranaggi che muovevano le nostre vite:
nulla andava sprecato,
tutto aveva un suo scopo, anche morire la vita lentamente.

Sensi

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Avrei almeno quattro cose
che potrebbero confermare la mia presenza:
il ronzio sull’orlo delle orecchie
l’odore dello smalto appena steso sulle unghie
la saliva che piano piano secca amara lì, sul fondo
dove dovrebbero esserci dei suoni
la mia mano che passa ora tra i capelli
ma è poi la vista che  fallisce
                    – sono io tutto questo?-
Leggo qualche e-mail, F. dice che sta male,
M. mi rimprovera gli anni di silenzio, leggo
il vuoto, mi dà del tu,
è a me che parla, è di me che pensa
mi sembra anche che la mia testa annuisca
leggo ancora, da cima a fondo,
dal mio nome scritto in alto
fino all’affetto dei saluti
                         – ti abbraccio-
ma neanche questo serve

Dead Poets Society

milton-avery-1

 

Pensavamo che sarebbe passato del tempo
prima di dimenticare.
Ore, giorni, mesi, anni, un’era vagamente geologica
che avrebbe impiegato millenni per finire, e seppellirci.
Abbiamo organizzato una sorta di resistenza,
ricopiando con cura ogni minimo gesto,
lasciando nelle crepe dei muri citazioni di illustri scrittori,
mozziconi di sigarette sull’asfalto, impronte
sulla vernice delle panchine, facevamo preventive ricostruzioni
della nostra assenza da cui ci salvavamo a vicenda
rimettendoci esattamente dentro i contorni di gesso bianco
annebbiavamo l’aria con milioni di suoni,
ovunque, ovunque lasciavamo tracce,
ma non è servito a nulla
ci siamo estinti come dinosauri,
in una sola notte senza un preavviso, una ragione

Senza titolo # 14

piacsso - girl before a mirror

poi si dimentica senza più la paura di dimenticare
come quando si sa
che ormai è inutile cambiare l’acqua ai fiori
e nell’aria c’è un resto di odore
che non commuove
e che assorbe anche il creparsi dei colori
si dimentica
si dimentica la chiara assenza della voce
tappando le fessure con un altro futuro a farci compagnia
e si fa l’inverno sul nudo delle caviglie
con lo schizzo di una pozzanghera senza il gelo dell’asfalto
si dimentica tutto
anche il suono che c’è nelle strade
quando stiamo vicini a dirci il niente delle parole
come un noi riflesso dal riflesso delle vetrine