Un amore feroce

Sono a Milano in questi giorni, e il caldo in città è un effetto speciale che altera la percezione della città stessa. Milano è un miraggio che a malapena intuisco attraverso le persiane. Esco poco, e solo in tarda ora quando il sole s’infila nelle fessure dei palazzi e poi sparisce. Il caldo non si placa, ma la luce si ammorbidisce e l’aria torrida sembra più sopportabile. Oggi però avevo già deciso che il caldo non mi avrebbe fatto mancare un appuntamento: la presentazione di “Era mio padre” di F. Krauspenhaar presso la Feltrinelli di Corso Buenos Aires.
Franz Krauspenhaar l’ho conosciuto all’incirca un anno fa e, trovandomi in città, andarci mi è sembrato un modo per riconfermare la stima e l’amicizia, ma anche un momento di confronto fra la mia lettura di questo libro, quella di altri e l’intenzione che l’autore vi ha invece riposto.
Arrivo un po’in ritardo. Non una locandina avvisa dell’evento, almeno non mi sembra di scorgerne né all’ingresso né all’interno. Solo scendendo i primi gradini che portano al piano libri, dove suppongo debba essere la presentazione, si sente l’eco di una voce. L’incontro è già iniziato nello spazio nei pressi della Caffetteria. C’è un po’ di gente. Ma fra gli scaffali ricolmi si aggirano molte persone. Alcuni rallentano per pochi attimi quando arrivano nei pressi del bar. Ne avverto la presenza poiché sono seduta in ultima fila. Alcuni di loro hanno fra le mani qualche libro. Li stringono al petto mentre sostano.
Non so, ma ho come la sensazione che i lettori vogliano difendere un loro territorio. Ogni tanto mi giro. Se ne stanno lì, con un’espressione che mescola un certo distacco ad una sorta di diffidenza, o forse resistenza, a modellargli il volto.
Provo ad immaginarmi in una situazione analoga. Provo a rientrare nei miei panni di lettrice ( non che mi senta di averne altri in verità). Dove vivo non vengono proposti molti incontri con l’autore, se non nell’ambito di manifestazioni più ampie. L’adesione però a questo genere d’incontri, non conta mai grossi numeri. La piccola folla è sparuta e il grande assente è soprattutto la presenza dei giovani, coloro che a mio parere dovrebbero avere più curiosità, più entusiasmo ed animare gli incontri, spesso sonnolenti, con l’autore. Ma se ne ho la possibilità mi piace avere l’opportunità di far uscire l’autore dal suo libro. Mi piace cercarne la genuinità nella voce, nei gesti, spiarne l’approccio con cui si pone al lettore, tentare di capire quanto aderisca o si distanzi dall’opera scritta, mi piace scoprirne la cura o il distacco con cui un autore accompagna il suo libro.
Eppure fra le persone che si alternano alle mie spalle non mi sembra di cogliere la stessa curiosità. Mi chiedo, ho questa brutta abitudine di farmi domande quando mi trovo in situazioni per me non consuete, mi chiedo dunque quanto il lettore senta la pressione di sentirsi compresso fra il voler soddisfare una propria esigenza di conoscenza e la consapevolezza di essere allo stesso tempo inevitabilmente parte di un meccanismo di marketing che, nelle presentazioni, si rende vagamente manifesto. Mi chiedo anche quanto i Book Store abbiano contribuito a questo senso di disincanto, e quanto a delineare, paradossalmente andando contro corrente rispetto ai propri intenti, i nuovi confini fra lettore, libro, scrittore, e quanto manchi la figura del libraio in questo smarrimento che accompagna l’acquisto di un libro.
Andrea G.Pinketts e Franz Krauspenhaar intanto si porgono ai presenti con una professionalità per nulla ingessata, strappando sorrisi e qualche risata al pubblico per smorzare il tema doloroso del libro, nonché offrendo spunti di riflessione sul “mestiere di scrivere”, sul ruolo dei critici quanto mai assenti o forse legati alle leggi e equilibri del mercato editoriale, eppure quanto mai necessari al percorso di un’opera letteraria.La presentazione di un libro è anche questo. È togliere il libro dallo scaffale e restituirgli la sua umanità in una sorta di travaso vitale che dallo scrittore possa giungere al lettore. Pinketts e Krauspenhaar non si risparmiano, la loro voce, la gestualità fanno da prisma rifrangente ad ogni sfaccettatura del libro.
Il pubblico ascolta. È attento, interessato. Solo al momento dei saluti di gran parte ne riconoscerò i nomi. Scrittori, poeti, giornalisti. Il lettore puro, il vero fruitore di ogni scrittore e scrittura è rimasto ai margini.
– Perché ?- mi chiedo.
Preferisce forse che i ruoli scrittore- lettore si mantengano ben lontani l’uno dall’altro? Preferisce il lettore, benché la nostra sia l’epoca dell’outing, che lo scrittore mantenga un alone di romantico mistero? È forse il lettore difensore delle proprie scelte e preferisce evitare condizionamenti? Preferisce forse il lettore rimanere fedele alle emozioni che la lettura gli ha suscitato e non sente l’esigenza di avere fra le mani la chiave d’interpretazione offerta dallo scrittore stesso?
Penso ad infinite domande ponendomi da un lato e l’altro del libro, vero protagonista sempre, l’uno che mi vede approcciarmi alla scrittura fra mille dubbi nei confronti di questo strano mondo, l’altro che mi vede lettrice in perenne ricerca di risposte.
Ad incontro quasi concluso Gianni Biondillo dice qualcosa di cui mi colpisce soprattutto una frase
– questo è un libro imperfetto-
Penso che ogni libro lo debba essere. Che debba essere una cicatrice. Che la perfezione di un libro si compia solo fuori dal libro, e nell’incidere il lettore, procurandogli la stessa cicatrice. Facendogli scrivere lo stesso libro ma con e nella sua storia.
Penso che sia il lettore che lo scrittore, in questo mondo che apparentemente perde sempre più punti a cui fare riferimento, vogliano entrambi tenersi ben saldi alla propria identità, difenderla con amore feroce e, pur cercandosi come è giusto che sia, conservano l’uno verso l’altro un seme di tensione che corre sul filo del fraintendimento, perché un libro è e diventa interpretazione. Amore feroce che li vede entrambi arroccati in una terra impervia, l’uno nella fatica di scrivere, l’altro nella fatica che un’attenta lettura comporta. Amore feroce che vorrebbe escludere le approssimazioni, ma in cui l’identità di entrambi è perno ma anche elemento trasparente nell’architettura che fa di questo strano oggetto “un libro” da tenere fra le mani, per trovare nell’opera stessa il punto d’incontro, l’acme del suo essere .
Penso anche che più saranno feroci in questo amore più saranno salvi, e più sarà grande la loro ferocia più saranno liberi, da qualsiasi lato essi si trovino. Forse pensavo a tutto questo quando, a fine serata, qualcuno mi ha chiesto – ma tu chi sei?- ed io più che dire -lisa- non ho saputo aggiungere altro.

2 pensieri riguardo “Un amore feroce”

  1. checché tu scriva, io mi visiono fiume e sponde, e non so mai se il fiume benedice le sponde oppure le maledice: come se si dovesse andare, e si va…

    se permetti da un vecchio, un abbraccio.
    mario

  2. Mario, anche un vagito sarebbe gradito, figurati se non ti sono grata per l’attenzione che mi dedichi!
    Hai perfettamente ragione. Si va. Ma mi viene in mente anche un’altra metafora, forse meno poetica.Mi figuro il verde di un biliardo, stecche, boccette colorate, sponde e poi… c’è chi gioca la partita…ma preferisco salutarti con un verso di una bellissima(per me) poesia che spero di postare qui quando ne avrò conclusa la traduzione.
    “Mai discutere con i fiumi.”

    un caro saluto
    grazie
    lisa

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