Collezionare lune e inferni

Il Collezionista di Lune- Mario Baldarella

Salve XXXXX
Ho lasciato decantare la sua email per qualche giorno. Le confesso che la mia prima reazione a caldo è stata quella di lasciar perdere, di non risponderle affatto, di lasciar cadere tutto nell’oblio, ma la nostra corrispondenza è stata sempre improntata su un dialogo aperto e cortese quindi sono qui a risponderle.
No, non credo in un suo disinteresse verso il mio testo ma piuttosto intravedo da parte sua una sorta di marcia indietro. Continua a leggere Collezionare lune e inferni

Un poeta leggerà una poesia per te

cafè cafè cafè- m.cimini

Non ho mai ben compreso gli intenti dei cosiddetti tq, non completamente, e non so se abbiano inciso un segno o se quelle intenzioni siano poi naufragate del tutto, ma anche senza voler entrare nel merito delle polemiche che hanno accompagnato il movimento fin dal suo nascere non posso negare categoricamente che chiunque scriva non abbia dovuto, negli ultimi tempi, confrontarsi, nel bene e nel male, con questa “generazione entrante”.

Il movimento, infatti, se ha il merito di aver dato una accelerazione al solito lunghissimo iter di sdoganamento delle nuove voci in ambito letterario ha anche creato come una sorta di aura intorno alle stesse investendole di una capacità interpretativa della realtà e di una connessione con la stessa come se fossero le uniche possibili. Alle giovani voci si é attribuito una contemporaneità i cui canoni però sono sembrati a volte definirsi ancor prima del suo compiersi, come se la realtà potesse presentarsi conseguente alla teoria. Ciò, come c’era d’aspettarsi, ha generato non poche “turbolenze” fra i sostenitori della generazione entrante , quella uscente e inevitabilmente anche fra coloro che a torto o a ragione non erano stati considerati appartenenti né all’una né all’altra categoria.
Ma quello dei TQ almeno ha rappresentato un tentativo, forse con troppe risposte premature e poca attenzione alle domande.

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Ma poi come è andata a finire con “Gates”?

Gate

Era Marzo del 2012, e “Gates” lo avevamo lasciato pressappoco qui. Nell’  Aprile successivo ebbi modo di partecipare ad un workshop di scrittura con Giulio Mozzi. In quella occasione a fine di una delle giornate di lavoro, e davanti ad un bicchiere di vino,  Giulio trovò tempo per parlare  con me di “Gates”. In realtà la nostra conversazione si mantenne su un piano generico: io gli parlai delle mie esperienze con i pochi editori da me contattati, lui mi ribadì  ciò che mi aveva già accennato via e-mail e cioè che per quanto belli quei testi difficilmente avrebbero potuto trovare una veste editoriale, ma si poteva tentare, magari cercando  qualche soluzione –lavoraci un po’ e poi mi spedisci il tutto, magari  potremmo poi incontraci a Milano per discuterne. Continua a leggere Ma poi come è andata a finire con “Gates”?

Dediche: Wislawa Szymborska – A una mia poesia

Terms Most Useful in Describing Creative Works of Art (1966-68), by John Baldessari

Nel corso di quest’ultima settimana, forse più, ho seguito alcune discussioni in rete. L’argomento? poesia, critica sì e critica no, letture.
Benché mi stia avviando ad un graduale distacco riducendo allo stretto necessario la mia presenza in rete, benché stia apprezzando non poco questa lieve sensazione di oblio liberatorio, alcune discussioni, quasi a conforto che questa direzione non sia errata, le seguo volentieri tanto che qualche giorno fa ho anche cercato di scrivere un commento da lasciare ad uno dei post letti.
Terminato che lo avevo, il pomeriggio si era quasi fatto sera. Il commento era lunghissimo, spropositatamente rispetto alla sinteticità del post stesso. L’ora di cena si avvicinava e c’era la spesa ancora da fare, ho lasciato la pagina word lì com’era e sono uscita portandomi nella testa quanto avevo lì scritto.
Mi è bastata una rampa di scale e già tutto quell’argomentare mi è sembrato fragorosamente inutile, approssimato nonostante la lunghezza, è più lo ripassavo nella mente più mi convincevo della sua inutilità, perché ciò che si esperienza è sempre un po’ diverso da quello che si teorizza, spesso la bontà dell’una inficia quella dell’altra e viceversa, e mettere insieme le due cose non è semplice senza andare incontro a derive che, anche se prevedibili e previste, in genere mi fanno dire sfinita ok, meglio annegare. Continua a leggere Dediche: Wislawa Szymborska – A una mia poesia

Carmine Vitale: Janet per “Il mare non bagna Napoli”

Qualche ora fa ho ricevuto una email dal poeta Carmine Vitale.

Tre cose insieme mi hanno commossa
il gesto inaspettato
e lo stupore grande che mi ha dato
l’anima napoletana dentro parole familiari
la tenerezza di sapere che, seppure nella finzione di una storia,
possa accadere che in una tasca di un cappotto
si sia nascosta una mia piccola poesia

Grazie Carmine

Il mare non bagna Napoli

L’anima di Wyeth

Sono sempre molto incuriosita dai termini con i quali attraverso i motori di ricerca si arriva a questo blog. In genere la ricerca, nel mio caso, è prettamente legata alle immagini: fra le più richieste svettano quelle di Cy Twombly, concentrate nei mesi successivi alla sua morte ma poi praticamente cadute in disuso. La vera supremazia, costante e distribuita nel tempo, è da attribuirsi a quelle di Hopper, non qualcosa in particolare che riguardi la sua arte, semplicemente si cerca Hopper . Solo a volte le richieste sono più specifiche e a volte queste sono anche bizzarre.
Quella che preferisco è Poesia non d’autore ,che è gettonatissima. Quando la trovo fra i termini mi fa pensare sempre ad una poesia che si è scritta da sé, e mi dico-interessante- poiché opera e autore coincidono- ma poi mi chiedo anche- cosa fa di un autore un autore o un non autore? e una poesia non d’autore è una poesia o una non poesia?-
Bizzarra è anche la ricerca Ho sognato di fare l’amore con te : cosa si spera di trovare? il proprio sogno? il sogno di un altro che somigli al proprio? perché si cerca un sogno di un altro se si può raccontare il proprio?
A volte la ricerca dell’internauta nasce invece a ridosso di un evento di attualità . Continua a leggere L’anima di Wyeth

Moti Poetici

Margini divergenti

Nel caso dei margini divergenti (esempio le dorsali oceaniche, morfologicamente descrivibili come lunghe spaccature a forma di “cresta”), le placche interessate si muovono allontanandosi a vicenda e lo spazio che viene a crearsi fra loro viene riempito da nuovo materiale effusivo proveniente dal mantello. Così, il materiale, appena uscito solidifica, “fondendo” così tra loro le due zolle interessate. Dato che le zolle sono in continuo movimento, superato il limite di rottura, l’energia elastica accumulata si libera, generando un terremoto. Però, in questo caso, i terremoti sono prodotti anche dalla risalita di magma proveniente dal mantello.Una caratteristica particolare delle dorsali oceaniche è la presenza di una curiosa “struttura a blocchi” paralleli suddivisi fra loro da spaccature trasversali rispetto all’asse della dorsale stessa.I margini divergenti sono caratterizzati, nella “litosfera oceanica“, da lunghissime dorsali mentre, per quanto riguarda la “litosfera continentale“, sono caratterizzati da grandi vallate a forma di spaccatura, come la già menzionata “Rift-valley” in Africa orientale.

fonte:

http://it.wikipedia.org/wiki/Tettonica_delle_placche

She’s back, patiently

Durante questo mezzo anno di pausa o intermezzo non ho scritto molto, più che altro ho fatto altro, e ho letto. Un po’ di tutto.
Ho letto libri, e fra questi alcuni li ho molto apprezzati ed avevo promesso o come faccio spesso mi ero ripromessa di scrivere una piccola nota. Alcuni titoli sono di recente lettura fra questi: “Chiunque cerca Chiunque”, “Pezzi in Prosa” “Mi ricordo Cezanne”, per altri i mesi trascorsi sono veramente tanti e questi libri sono andati ad aggiungersi ai precedenti di cui pure avevo promesso o mi ero ripromessa di scrivere una piccola nota, fra gli altri: “E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto” “Il nome giusto”, “L’errore fotografico”, “The Last-Avangarde”. Sono dunque manchevole perché ad oggi quelle note non le ho ancora scritte o non completate, malgrado la promessa. Spero in futuro di avere modo e capacità di rimediare in parte.
Ho letto  anche post e commenti dei blog che solitamente seguo, e fra questi alcuni li ho molto apprezzati, a pochi ho lasciato a mia volta un commento. Non amo molto lasciare commenti, in genere mi piace rielaborare ciò che leggo scrivendo a mia volta qualcosa che ad esso s’ispira. Durante questo mezzo anno anche in questo caso poco ho tramutato in scrittura. In questa pace di distanza ho anche realizzato che alcuni blog che solitamente seguo sono diventati per me noiosi, e che fra i blog che seguo alcuni tendono a preservare un coinvolgimento attivo e costruttivo dei lettori, altri lo fanno solo apparentemente ma nella sostanza sono più che altro vetrine, o vetrine di pensiero.

Ho riletto  anche scegliendo a caso fra le cose da me scritte, e fra queste di alcune ho ritenuto che, se non facevano di me una poetessa o una scrittrice, mi avvicinavano più di altre all’esserlo. A tale valutazione sono giunta usando come metro di misura scrittori e poeti notoriamente acclamati come tali.
Ho aperto un blog sotto il nome di Marco Missala, anagramma del mio vero nome, che ho svogliatamente molto poco curato.
Ho scritto un racconto breve erotico per un progetto antologico su invito di Francesco Forlani. Non scrivo racconti brevi erotici. Francesco Forlani ha ritenuto il mio racconto breve erotico molto bello. Queste sono tutte le informazioni a me note che riguardano il mio racconto breve erotico. Dell’antologia non so nulla se non che era un’antologia.
Ho scritto una microprosa per il concorso “Madeleine sogna…” di Laurana Editore ed ha ricevuto una menzione speciale. La microprosa è ora inserita fra quelle che ho raccolte e qui postate col titolo di “Gates”.
Ho mandato in lettura a Giulio Mozzi le microprose Gates. Giulio Mozzi ha ritenuto le microprose “Gates” interessanti e impubblicabili se non nel caso se ne riesca a trovare una forma pubblicabile. I “Gates” sono dunque per ora in questo territorio limbico.
Ho sistemato in raccolte alcune poesie.
Ho sistemato alcune raccolte di poesie.
Ho inviato in lettura ad alcuni editori alcune raccolte di poesie con i seguenti esiti: Puntoacapo Editrice dopo un breve attesa ha ritenuto pubblicabile una delle mie raccolte di poesie dopodiché mi ha informata della necessità di un contributo, euro mille. Non ho pubblicato con Puntoacapo Editrice; Edizioni Atelier ha ritenuto interessante una delle mie raccolte di poesie ma il mio stile è risultato troppo “novecentesco”. Edizioni Atelier mi ha suggerito comunque di non demordere e di aggiornare il mio “stile novecentesco” leggendo un’antologia dei poeti degli anni Settanta- Ottanta di Edizioni Atelier. Non ho pubblicato con Atelier ma da allora mi chiedo spesso in cosa consista il male di avere uno “stile novecentesco”; da L’Arcolaio Edizioni come in passato non ho ricevuto alcuna risposta. Tutto ciò si è svolto tramite una corrispondenza dai toni educati e cortesi nell’arco di tempi più o meno brevi o più o meno lunghi.
In queste cose bisogna avere pazienza.
Io sono paziente.
Credo che un tipo di pazienza me l’abbia insegnata a suo tempo la maternità.
Credo anche di essere stata molto paziente in più occasioni da quando scrivo e negli anni di attività di questo blog. Lo sono stata sia in cose che ho rese pubbliche come la vicenda della violazione dei miei scritti da parte di terzi, sia in cose che ho tenute private.
Ma durante questo mezzo anno, dedicando un po’ del mio tempo alla cura delle piante sul mio piccolo balcone, ho imparato che la pazienza è anche altro.
In queste cose di fiori e di piante ci vuole pazienza.
Curare le piante mi ha insegnato che nella pazienza può esservi compresa una dose di crudeltà, di violenza di fronte alle quali ogni intento di tenerezza deve a volte farsi da parte. Non basta sostenere, innaffiare, concimare. A volte vi è la necessità di tagliare, strappare, recidere un ramo affinché possa crescerne un altro più forte, e bisogna perfino estirpare quelle erbette ostinate e indifese benché l’innocua brillantezza del loro verdeggiare commuova, e a volte neanche questo basta e la pianta secca, marcisce, infetta allora bisogna buttar via tutto e ricominciare: piantare nuovi piccoli semi o piccole talee e armarsi ancora una volta della stessa pazienza che fino ad allora hai avuta.
Tutto questo mi ha insegnato che a volte alla bellezza o ad un bene si può giungere solo con la pazienza e il suo male, e questa allora si farà violenta e crudele, ma anche giusta per entrambe le parti.
Io sono ora e sarò paziente così.
Nello stesso identico modo in cui le mie piante mi hanno insegnato ad esserlo.
Sarò paziente così con chiunque abbia la pretesa di far propri i testi da me scritti violando il copyright da cui sono tutelati perché da me scritti.
Sarò paziente così con coloro i quali travestiti da adulatori si rivelino in realtà in cerca d’altro.
Sarò paziente così con chiunque scambi queste pagine per la posta del cuore o per un sito per cuori solitari.
Sarò paziente così con chiunque terrà in conto solo il genere femminile indicato dal mio nome.
Sarò paziente così con chiunque voglia coinvolgermi in progetti senza che mi venga dato anche conto della loro effettiva fondatezza e senza che venga posto il mio tempo e il mio lavoro al pari del proprio o di quello di altri.
Sarò paziente così con chiunque dirà di essermi amico o amica e lo dirà con un suono diverso da quello con cui io queste parole le dico.
Sarò paziente così con tutti i superlativi in –issimo perché la verità ne fa volentieri a meno.
Sarò paziente così con chiunque consideri la mia pazienza piccolo-borghese e gretta.
Sarò paziente così con chi leggerà ciò che scrivo senza leggere ciò che scrivo.

Spero che essere paziente così attenui il livore e lo scontento e lo straniamento che in questo mezzo anno ho sentiti nei confronti del mio stesso scrivere.
Mi piacerebbe scrivere  invece come ho sempre fatto: né per me stessa né per (di)/mostrare agli altri, ma come se mi prendesse la fame, e allora mangiare.
Mi piacerebbe avere lettori come quelli che se ne stanno in una stanza o sdraiati sotto un albero o sul sedile di un tram, e lettori capaci di essere poeti e scrittori e non promotori marketing, pochi o tanti non importa, la cui presenza, assidua o meno non importa, sia discreta e genuina come quella di coloro che ho avuto la fortuna di avere come lettori.
Mi piacerebbero cose semplici e impossibili del tipo che si considerasse Facebook un universo di cui una parte dell’umanità non fa parte, per principio o per scelta, ed io sono in quella parte, e dunque ciò che lì viene condiviso e il modo e il perché vi è stato condiviso, equivale a mostrare a questa parte di umanità soltanto la cornice senza il quadro o prendere il quadro e svanire nel buio della notte.
Mi piacerebbe continuare a scrivere le cose che ho piacere di scrivere e come ho sempre fatto senza debiti o crediti fasulli.
Mi piacerebbe scrivere di più dei luoghi dove vivo. Nascere e vivere in un piccolo paese di mare è come avere un lato mancante, e ci si abitua ad uno s/paesamento stabile e anche a considerare che nulla ci sia di definitivamente fermo, che tante sono le cose che vanno alla deriva e tante quelle che giungono sulla terraferma.

Oggi di ritorno dalla spesa me ne sono stata seduta per un po’ su di una panchina. Da lì potevo vedere la mia terrazza. Il suo davanzale è il più fiorito dell’intera strada su cui s’affaccia. I ciclamini sono ancora in fiore e sono quelli che più patiscono questo caldo prematuro e presto sfioriranno. Per fortuna i gerani sono in sboccio e al verde rigoglioso di adesso aggiungeranno fiotti di rosso vivo che andrà a sostituire i lilla e i viola dei ciclamini.
Le piante hanno questo codice del trapasso indolore e crudele e violento e silente.
E mentre ero lì immersa in questa mistica quasi tagoriana mi è venuto da scrivere. L’ho fatto senza occhiali, con una scrittura minuscola riempiendo tutti gli scontrini stropicciati che sono riuscita a scovare nella borsa. Spero di riuscire a decifrarla. Sono tre nuovi Gates. Lo prendo come un buon segno.

Demetrio Paolin : La Seconda Persona

 

[…] Io voglio molto bene a questa carne della quale sono fatto e credo sinceramente di essere questa carne, anche se mi accorgo che c’è una parte di me che la carne non basta a fare e che è fatta di un’altra materia che non conosco bene: immagino sia sottile, leggera, trasparente e femminile.[…]
(da: Splatter ( Breve)- Il Male Naturale- G. Mozzi- 1998- Mondadori )


a d.p.

Forse potrà sembrarti strano, o poco lusinghiero se ti dico che non mi ha stupita, Demetrio, leggere questo tuo nuovo libro. O forse sì se, come vedi, sono qui a scriverti, ma probabilmente sarebbe meglio dire a risponderti. In genere non è mai facile dire qualcosa di un libro, è già difficoltoso farlo nel modo in cui ci si aspetta che si scriva di un libro, ma se poi questo libro è stato scritto da un amico diventa più arduo farlo ponendo questo fare fuori dal riparo della cura che solitamente si ha per ciò che si considera caro. Tu Demetrio in un certo qual modo mi sei venuto incontro e lo hai fatto aggiungendo quella postilla, quelle poche righe lasciate ai tuoi lettori al termine dei tuoi racconti, o forse l’hai fatto proprio con questa seconda persona che dà il titolo al libro ma che, se questo libro lo si legge come tu vorresti forse che fosse letto, principalmente, nella sua seconda persona verbale, ti rappresenta anche nella tua volontà di affidare al dialogo interiore, quello che muove la tua scrittura, anche l’apertura ad un dialogo con coloro che a questa tua scrittura si avvicinano accettando la tua sfida. Perché è così che io leggo quelle poche righe conclusive: mi sembra che tu alzi lo sguardo, forse per la prima volta, anche verso il lettore, coinvolgendolo e sfidandolo a fare propri i tuoi demoni, perché sono questi demoni con cui uno scrittore si misura, ed è nella caduta libera nel senso dato alla scrittura come di un paradiso contrario a cui costringono le parole in cui anche il lettore deve suo malgrado avventurarsi, e in questo caso seguirti. Sono quasi certa che se solo tu potessi a questo punto mi diresti non è questo che si richiede ad un libro? Non è la sottomissione a questa sorta di prigionia a cui le parole obbligano non solo chi quelle parole le scrive ma anche chi un giorno si troverà a leggerle? non è questo che si richiede ad un libro?ad uno scrittore?ad un lettore? Chiunque abbia avuto modo di seguirti fin dai tuoi esordi sa la materia su cui si muovono le tue pagine, sa che frugare fra le tue righe segna l’inizio di una mappatura del senso di essere, e di esserlo nel proprio corpo, nel tempo che vi passa e vi è passato attraverso, nella propria memoria, e di questa i confini di luce e buio che nel corpo incide. È il principio di una relazione rischiosa quanto fascinosa.
Io sono fra questi, sono fra coloro che un destino buono o malevolo, chissà, ha reso possibile che questo dialogo iniziasse tempo fa quando il tuo scrivere s’incanalava già distintamente dentro un senso dello scrivere distillato e rarefatto percorrendo il sentiero silenziosamente assordante e labirintico della umana natura, che è quello che si ritrova in questi racconti che oggi sono riuniti in questo libro “La seconda persona”. Ed è proprio col disagio di questa loro materia apparentemente liscia, ma in realtà aspra, rugosa, che continuamente avvicina e allontana e che emerge e s’inabissa, che il dialogo ha cercato il suo significato nei dialoghi passati. Questo non sta a indicare che la mia sia ora una posizione privilegiata né che lo sia la tua, quello che intendo dire è che, anche senza lasciarsi intrappolare nelle categorie infinite di genere o di giudizio con cui si definisce o si affronta la lettura di un libro, e lasciando agli altri stilare classifiche di merito o di demerito, ogni scrittura costruisce accanto a sé un ponte, e, che sia quello che il lettore è interessato a seguire o meno questo ponte esiste e, qualora lo si trovasse, si riuscirebbe a percorrerlo solo con una mente sgombra da ogni pregiudizio forviante. Continua a leggere Demetrio Paolin : La Seconda Persona

Jazz on The Coast 2011

Jazz on the Coast giunge, tenacemente, alla sua diciassettesima edizione. Nuova quest’anno la location. La Villa Marittima romana, splendido sito archeologico nel cuore del paese, farà infatti da affascinante scenografia ai tre appuntamenti musicali, offrendo così ai più distratti anche l’occasione di scoprire un altro dei piccoli grandi tesori che la nostra Costiera custodisce.
Tre dunque le date concentrate nell’arco della settimana che segue il Ferragosto: martedì 16 Agosto“EDDIE GOMEZ quartet”, giovedì 18 Agosto “MIKE MELILLO”, venerdì 19 Agosto “ZOE RAHMAN Quartet”, tre occasioni per godere di qualche ora di buona musica e per illuminare un’estate che, ad ogni anno che passa, diventa sempre più silente, e in cui Cultura, nelle innumerevoli sfaccettature che essa comprende, stenta a potersi definire tale, sconfinando sempre più spesso nella sua deriva di mediocrità.
Ma Jazz on the Coast, sebbene con l’affanno delle incertezze che ormai regolarmente accompagnano sotto braccio ogni passione e ogni entusiasmo, resiste, e lo fa portandosi dentro di anno in anno il sogno di poter diventare ed essere considerato, se solo gli enti preposti ai finanziamenti uscissero dal loro autismo, il fiore all’occhiello non solo di questo piccolo paese ma dell’intera Costiera.
Nel video qui proposto sulle note della Lambada De Serpente scorrono le immagini del back stage della scorsa edizione, a provare è l’Aaron Goldberg trio. Ricordo esattamente cosa disse Goldberg prima del concerto – per voi sarà normale, ma non potete immaginare l’effetto che fa suonare davanti a tutta questa bellezza-

Per informazioni qui

Dell’elevazione spirituale e altro

[…]L’applicabilità è sempre eteronoma. Il resto, ciò che fa di un’opera letteraria un’opera d’arte, cioè un’opera che eleva spiritualmente, è autonomo. Autonomo nel senso che sta difronte alle stelle, difronte al mistero del tutto o del nulla, difronte a dio, quel che volete: autonomo nel senso che è soggetto solo a un’istanza cosmologica. Non prende legge dagli umani.[…]
(G.Mozzi)

Non è una cosa che faccio solitamente quella di segnalare qualcosa, e so che oggi è un nove di agosto, afoso e molle, e magari si ha solo voglia di lasciare che il tempo trascorra altrettanto mollemente, ma stamane scorrendo, come faccio abitualmente, i pochi blog che mi piace seguire, ho letto questo articolo che, proprio in questo momento di discussioni in cui concetti e definizioni appaiono come un groviglio inestricabile, mi è sembrato molto interessante. Lo è stato, almeno per me, perché ha una doppia visuale, visuali secondo le quali le problematiche affrontate possono risultare degne di riflessione sia da coloro che potrebbero trovarsele di fronte come scrittori, poeti critici o altro che ha che fare con la scrittura, sia dai fruitori finali: i lettori.
L’articolo mi è sembrato ben posto e come dicevo interessante, almeno per me che solitamente mi soffermo più su ciò che crea piccoli terremoti nelle mie poche certezze piuttosto che su ciò che le conferma, e stimola a porsi domande.
Fra le tante che mi si affollano ne accenno qui a qualcuna che mi sono fatta sia come scrittrice, (ma sì senza virgolette, facciamolo questo outing) sia come lettrice : è possibile, ai nostri giorni, parlare di elevazione spirituale? è possibile, ai nostri giorni, che uno dei suoi tramiti possa essere un libro o un’opera d’arte in genere? e se è possibile, quanto possiamo essere certi della sua autonomia? e se non abbiamo modo di saperlo, quanto incide l’induzione o la suggestione( elementi forse della sfera dell’arte applicata), nel senso che se cento mille centomila mi lascano intendere in qualche modo che quell’opera ha cambiato loro la vita non tenderò io forse a predispormi allo stesso cambiamento e quella che io interpreterò come elevazione, non assumerebbe invece lo stesso senso di un atto di fede?
Ma c’è anche altro su cui soffermarsi, cose che riguardano la bellezza, la qualità, i confini secondo i quali l’una determini l’altra e viceversa, insomma c’è molto.
Comunque l’articolo è qui.

Gesti # 14

Quando un paio d’anni fa tradussi in parte “After Lorca” ero piena d’entusiasmo. Mi sembrò che dentro quelle pagine ci fosse un mondo in cui tanti miei quesiti trovassero se non le risposte, ma almeno un senso. L’entusiasmo crebbe quando il poeta Francesco Marotta di quel mio lavoro ne fece uno dei Quaderni raccolti nel suo blog. Ero felicissima di poter condividere quella lettura che tanto mi aveva appassionata, e soprattutto curiosa di sapere se in altri avrebbe provocato lo stesso effetto, la stessa frenesia, la stessa tenerezza. Alcuni lettori apprezzarono, ma nel complesso i testi non suscitarono grandi reazioni benché quello stesso anno, la pubblicazione del corposo “My Vocabulary Did This to Me: The Collected Poetry of Jack Spicer” avesse avuto una certa risonanza tanto da meritare l’American Book Award. L’attribuii alla natura stessa dei testi, più teorici che poetici, ed anche forse ad una inadeguata, da parte mia, presentazione degli stessi, nonché ai tempi rapidi che il web impone che spesso penalizzano la lettura.
In quel mio stato d’innamoramento ero decisa però a vendermi anche l’anima pur di coinvolgere altri in quella che io ritenevo essere una voce eccezionale, una voce che avesse tanto da dire al nostro mondo contemporaneo, e facendolo in modo originale, così molti mesi dopo mi decisi a proporre alcuni di quei testi alla redazione di un lit-blog. Era la prima volta che mi avventuravo in quello che ai miei occhi e alla mia timidezza appariva come un gesto di eccezionale audacia.
In un primo tempo i redattori a cui mi ero rivolta si mostrarono molto interessati, poi però mi fecero notare che per correttezza essendo i testi già presenti in un blog già segnalato nel loro, forse era opportuno proporre se possibile altri testi dello stesso autore, se ne avessi.
Credo sia capitato a tutti d’innamorarsi a tal punto da pretendere che il proprio amato, la propria amata apparisse agli altri così come lo era ai propri occhi, essere tanto innamorati da volere che lei o lui riuscisse a suscitare negli altri lo stesso amore cieco, e quello che invece accadeva era qualcosa d’ingiustificatamente normale, inadatto, inadeguato, qualcosa che era dentro le regole e che non era mai abbastanza.
Di Spicer avevo altre traduzioni, ma dopo quel cortesissimo scambio di e-mail, decisi che certi amori restano tali forse solo quando si consumano nell’intimità.
A lasciarmi perplessa erano stati non i toni molto cortesi così come la disponibilità, ma piuttosto la sostanza del breve scambio.
Il concetto di rete, per sua natura, si basa appunto sulla possibilità di poter convogliare, indirizzare e reindirizzare, essere e creare per l’appunto una rete capace di far convergere l’attenzione di molti laddove si ritiene opportuno farla giungere. Difatti raramente in rete un testo non contiene link di riferimento ad altri, e non è raro neanche che uno stesso testo venga proposto in parte in più sedi e reindirizzato alla sede originaria per accedere il testo completo, non è raro neanche che si abusi di questa capacità del web e che un testo vada a disperdersi nei troppi rimandi. Ma nei suoi limiti questa è una comunissima e civilissima pratica, per cui l’eticità su cui si basava quella cortese obiezione mi lasciò confusa, mi apparve come qualcosa d’incompleto proprio come quando inaspettatamente e in modo incomprensibile il mondo intero non sembri amare colui/colei che noi amiamo, e, se anche lo facesse, non nello stesso modo estremo in cui noi l’amiamo tanto da essere disposti a tutto, e tutto per me finì lì.

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Le lettere


Non c’è nulla che gli si possa opporre. Anche l’animo più nobile e distaccato, prima o poi, si lascia tentare e da quell’istante inizia ad accarezzare l’idea del possibile avverarsi di quel sogno di veder pubblicata, nero su bianco, la sua fatica.
Un libro in sé è un oggetto fragile, lo si può ridurre in pezzi, strapparlo, bruciarlo, sommergerlo fino a veder sbiadire il nero dell’inchiostro, o lo si può dimenticare in una camera d’albergo o, stanchi, sulla poltrona sdrucita dopo un lungo viaggio, oppure lo si può ignorare. Ad un libro possono accadere infinite cose che ne possono determinare il finire, lo svanire non solo da te lettore ma anche da te che lo avevi scritto, eppure la pubblicazione cartacea resta una sorta di monumento, l’incoronazione eletta del segno scritto, il permanere materiale dell’immaterialità del proprio pensiero, l’elaborazione in cui anche una fantasia si concretizza attraverso la leggerezza di un foglio di carta e l’impronta di un dito sconosciuto lasciata mentre lo sfoglia.
E tutto quel palpitare, anelare, tutto questo ansare, fremere, sognare che costituisce l’insieme del processo che è compreso fra momento in cui si è “chiuso” un testo e quello in cui lo si vede stampato su carta, e allora finalmente ti appare in tutta la sua fragilità eppure cosa palpabile, idea divenuta oggetto, ed lì col tuo nome, tutto questo rollercoaster emotivo l’ho vissuto anch’io qualche anno fa, anche se il libro in questione era di quelli che solitamente sono contrassegnati dall’acronimo AA.VV, un’antologia destinata come tante a diventare null’altro che una voce aggiunta al curriculum se mai un curriculum, un giorno, ti fosse stato richiesto.
Del libro infatti ben presto se ne perse ogni traccia come a volte è giusto che sia, e più che dei racconti, di cui ho un vaghissimo ricordo, non possedendone del libro una copia, mi è rimasta un’antologia di istanti, di cose, di persone ad esso legato come le ore trascorse una sera con Maura, la curatrice, ore in cui parlammo e parlammo fino a notte alta, la e-mail che qualche tempo dopo ricevetti da Cosimo in cui mi diceva semplicemente che gli era piaciuto molto il mio racconto, il rosso del vino in cui cercai di offuscare la timidezza la sera della presentazione, e di quella stessa sera l’impermeabile di Franz che non tolse mai di dosso, l’espressione della sua faccia che sembrava dire come ci sono finito io qui, la pioggia nel fumo delle sigarette, la gentilezza di Michelangelo che si offerse di riaccompagnarmi a casa, Marco che rincontrai per caso mesi e mesi dopo ad una presentazione presso una libreria dove fra gli scaffali mi mostrò una copia highlander di quella nostra antologia, e con cui mi ritrovai in un chissàdove milanese senza sapere come fare per tornare a casa, il taxi, la cena e l’ospitalità che gli offrii a casa con i miei figli, e la lunga chiacchierata semplice che ci portò a parlare di tantissime cose.
Io credo che ogni libro, ogni testo si porti dentro, oltre ciò che narra, anche queste storie disperse nella casualità fatale del tempo, e in qualche modo attraverso queste essi r-esistono anche quando nella loro realtà falliscono.
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P.P Pasolini: da- La lunga strada di sabbia

 

[…]Lascio la strada sul mare, e mi arrampico su, tra colline fitte di pergole di vigneti, di fichi d’India, più verdi del verde. Ecco a sinistra Scala, e, dopo un’ultima curva da vertigini, una piazzetta con una fontana moresca: sono a Ravello.
Sbaglio tutto: contrariamente al solito, che indovino subito dove devo andare, prendo, a sinistra anziché a destra, lasciata alla fontana moresca la macchina. E vado per un paese anonimo, in fondo, che si allunga come una serpe sulla cima stretta d’un monte: eppure c’è qualcosa di nobile, di misterioso, intorno. Sento puzza di novità. Arrivo in capo alla striscia di paese. “Ma gli alberghi, dove sono?” chiedo a delle donne sedute sui gradini rosicchiati delle povere case.
“Non stanno qui! – fanno, smarrite, dolenti, dolci. – Stanno dall’altra parte!” Ridiscendo di corsa la lunga strada, sorpasso la fontana, e entro, dall’altra parte, nel vero paese. Lì ho passato le due ore più belle di tutto il viaggio, e, sicuramente, tra le più belle della mia vita. È venuta quasi l’ora del tramonto, intanto, e il sole, ancora limpido carico, rade le cime delle colline dense di piante pure, secche, nette come cristalli e insieme piene di umile tenerezza. Continua a leggere P.P Pasolini: da- La lunga strada di sabbia