EFFEKAPPA di Franz Krauspenhaar

 

Col nome di Nonameplace ho scritta questa mia lettura di “EFFEKAPPA” , ultima raccolta poetica di Franz Krauspenhaar. Ho pregato Franz di non rivelare che a scriverla fossi stata io. I nomi assumono un valore o un disvalore che spesso nulla hanno a che vedere con ciò che si è scritto e come questa cosa la si è scritta. Franz ha gentilmente rispettata questa mia volontà postando questa mia piccola nota su “EFFEKAPPA” sul blog collettivo  “La Poesia e Lo Spirito”  e sul suo blog  “The FK Experience” . Lo ringrazio .

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Le lettere


Non c’è nulla che gli si possa opporre. Anche l’animo più nobile e distaccato, prima o poi, si lascia tentare e da quell’istante inizia ad accarezzare l’idea del possibile avverarsi di quel sogno di veder pubblicata, nero su bianco, la sua fatica.
Un libro in sé è un oggetto fragile, lo si può ridurre in pezzi, strapparlo, bruciarlo, sommergerlo fino a veder sbiadire il nero dell’inchiostro, o lo si può dimenticare in una camera d’albergo o, stanchi, sulla poltrona sdrucita dopo un lungo viaggio, oppure lo si può ignorare. Ad un libro possono accadere infinite cose che ne possono determinare il finire, lo svanire non solo da te lettore ma anche da te che lo avevi scritto, eppure la pubblicazione cartacea resta una sorta di monumento, l’incoronazione eletta del segno scritto, il permanere materiale dell’immaterialità del proprio pensiero, l’elaborazione in cui anche una fantasia si concretizza attraverso la leggerezza di un foglio di carta e l’impronta di un dito sconosciuto lasciata mentre lo sfoglia.
E tutto quel palpitare, anelare, tutto questo ansare, fremere, sognare che costituisce l’insieme del processo che è compreso fra momento in cui si è “chiuso” un testo e quello in cui lo si vede stampato su carta, e allora finalmente ti appare in tutta la sua fragilità eppure cosa palpabile, idea divenuta oggetto, ed lì col tuo nome, tutto questo rollercoaster emotivo l’ho vissuto anch’io qualche anno fa, anche se il libro in questione era di quelli che solitamente sono contrassegnati dall’acronimo AA.VV, un’antologia destinata come tante a diventare null’altro che una voce aggiunta al curriculum se mai un curriculum, un giorno, ti fosse stato richiesto.
Del libro infatti ben presto se ne perse ogni traccia come a volte è giusto che sia, e più che dei racconti, di cui ho un vaghissimo ricordo, non possedendone del libro una copia, mi è rimasta un’antologia di istanti, di cose, di persone ad esso legato come le ore trascorse una sera con Maura, la curatrice, ore in cui parlammo e parlammo fino a notte alta, la e-mail che qualche tempo dopo ricevetti da Cosimo in cui mi diceva semplicemente che gli era piaciuto molto il mio racconto, il rosso del vino in cui cercai di offuscare la timidezza la sera della presentazione, e di quella stessa sera l’impermeabile di Franz che non tolse mai di dosso, l’espressione della sua faccia che sembrava dire come ci sono finito io qui, la pioggia nel fumo delle sigarette, la gentilezza di Michelangelo che si offerse di riaccompagnarmi a casa, Marco che rincontrai per caso mesi e mesi dopo ad una presentazione presso una libreria dove fra gli scaffali mi mostrò una copia highlander di quella nostra antologia, e con cui mi ritrovai in un chissàdove milanese senza sapere come fare per tornare a casa, il taxi, la cena e l’ospitalità che gli offrii a casa con i miei figli, e la lunga chiacchierata semplice che ci portò a parlare di tantissime cose.
Io credo che ogni libro, ogni testo si porti dentro, oltre ciò che narra, anche queste storie disperse nella casualità fatale del tempo, e in qualche modo attraverso queste essi r-esistono anche quando nella loro realtà falliscono.
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Tiziano Scarpa: La vita, non il mondo

      

                  

[…]“Un momento ancora questo: -Quanto tempo è passato!-. Ci sta bene. La gente dirà che sono un talento di tipo artigianale, che padroneggio la forma, se, come ho appena fatto, alla fine aggiungo in modo incantevole le parole con cui ho esordito.
( Robert Walser- da: Storie che danno da pensare-)

Un ipotetico sottotitolo per questo libro potrei rubarlo a Robert Walser e al suo “Storie che danno da pensare”, e non solo perché le piccole storie walseriane richiamano il contenitore delle mille battute in cui Scarpa riversa e contiene la sue, ma soprattutto per l’angolazione da cui queste storie vengono lasciate scorrere allo sguardo del lettore. Come Walser, anche Scarpa si pone come osservatore di una micro-quotidianità che aleggia ed esiste come polvere sottile per brevi attimi prima di cadere in terra ed essere inglobata nel tessuto dell’esistenza. Continua a leggere “Tiziano Scarpa: La vita, non il mondo”

Premio Strega: L’uomo che guarda

 

È un paio di giorni che si ripresenta lì. L’uomo che guarda appare sempre all’improvviso. Non so da quale direzione, non so quando di preciso, so che ad un tratto me lo trovo di fronte. Io seduta sulla sdraio e pochi metri dalla riva, lui in acqua. Fermo.
Anche se è ormai già luglio, la spiaggia è ancora quasi semi deserta, e la sua presenza così statica non passa inosservata. Lui se ne sta lì e guarda. Asettico, inespressivo. Se ne sta lì, senza nuotare, con solo la testa a fuoriuscire dall’acqua, la schiena rivolta al mare alto, gli occhi verso la spiaggia. Guarda come potrebbe guardare una cosa, lo sguardo vuoto, se cambio posizione mi segue ruotando appena gli occhi. Intorno a lui l’acqua è immobile. Resta lì così anche mezz’ora, poi esce si asciuga e poi rientra in acqua e si ferma più o meno nello stesso punto. Continua a leggere “Premio Strega: L’uomo che guarda”

Cover baby

bambina

Nei giorni scorsi ho trascorso molte ore in libreria sbirciando fra gli scaffali e sui banchi delle ultime uscite. Mi ha colpito l’enorme quantità di libri che sulle copertine riportano l’immagine di bambini: occhi di bambini, primi piani di bambini, da soli, in coppia o in gruppo. L’inquietudine dei loro sguardi mi ha seguito ovunque.
Questi bambini non offrono mai un’idea d’infanzia. I loro volti, nella maggior parte dei casi, appaiono inespressivi, hanno sguardi intensamente fissi e vuoti, le bocche sono appena socchiuse o rigidamente serrate in una tristezza infinita. Più che bambini sembrano adulti schiacciati, sconfitti dalla vita, ormai assenti. Gran parte delle immagini sono però in bianco e nero quasi a volerle estrapolare dalla realtà, forse per renderle meno dolorose. Passate.
Non so attraverso quale processo si giunge alla scelta della copertina, né so fino a che punto e in che misura le trame di quei libri ruotino intorno a protagonisti bambini, ( volevo stilarne una lista ma poi me ne è mancato il tempo, ma vi assicuro sono veramente tanti) tuttavia non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa, a prescindere dal libro, si cercava di suscitare, quale sentimento, su quale leva dell’animo di un potenziale lettore si voleva far forza, quale messaggio gli veniva mandato e perché quella scelta e non un’altra di eguale tensione e verità?
Devono colpire, smuovere, intenerire, incuriosire, essere compresi, farsi amare o cosa? e non è questo quello che in fondo cerchiamo tutti? e l’immagine  allora, che sia la copertina di un libro o quella che di noi  stessi mostriamo agli altri, è al servizio della verità o  della strategia?

Grafomania

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                          “Let there be a heaven so that man may outlive his grasses.”
                                                                                       [ Anne Sexton]

 

Leggo la lunga lista  di libri redatta dai cento lettori forti per Pordenonelegge-Stephen Dedalus, aprile 2009. Di solito non bado molto alle classifiche,  le percepisco come un condizionamento “occulto”, di questa in particolare non m’interessa neanche discuterne la bontà  e l’ onestà critica delle valutazioni, ma non posso non considerare, al di là degli stantii femminismi, che è quasi abbagliante la quasi totale assenza di voci femminili, non solo nelle parti alte della graduatoria, ma anche in mezzo, e in fondo.
Ma cosa ci sarà mai in quelle testoline?

Un amore feroce

Sono a Milano in questi giorni, e il caldo in città è un effetto speciale che altera la percezione della città stessa. Milano è un miraggio che a malapena intuisco attraverso le persiane. Esco poco, e solo in tarda ora quando il sole s’infila nelle fessure dei palazzi e poi sparisce. Il caldo non si placa, ma la luce si ammorbidisce e l’aria torrida sembra più sopportabile. Continua a leggere “Un amore feroce”