She’s back, patiently

Durante questo mezzo anno di pausa o intermezzo non ho scritto molto, più che altro ho fatto altro, e ho letto. Un po’ di tutto.
Ho letto libri, e fra questi alcuni li ho molto apprezzati ed avevo promesso o come faccio spesso mi ero ripromessa di scrivere una piccola nota. Alcuni titoli sono di recente lettura fra questi: “Chiunque cerca Chiunque”, “Pezzi in Prosa” “Mi ricordo Cezanne”, per altri i mesi trascorsi sono veramente tanti e questi libri sono andati ad aggiungersi ai precedenti di cui pure avevo promesso o mi ero ripromessa di scrivere una piccola nota, fra gli altri: “E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto” “Il nome giusto”, “L’errore fotografico”, “The Last-Avangarde”. Sono dunque manchevole perché ad oggi quelle note non le ho ancora scritte o non completate, malgrado la promessa. Spero in futuro di avere modo e capacità di rimediare in parte.
Ho letto  anche post e commenti dei blog che solitamente seguo, e fra questi alcuni li ho molto apprezzati, a pochi ho lasciato a mia volta un commento. Non amo molto lasciare commenti, in genere mi piace rielaborare ciò che leggo scrivendo a mia volta qualcosa che ad esso s’ispira. Durante questo mezzo anno anche in questo caso poco ho tramutato in scrittura. In questa pace di distanza ho anche realizzato che alcuni blog che solitamente seguo sono diventati per me noiosi, e che fra i blog che seguo alcuni tendono a preservare un coinvolgimento attivo e costruttivo dei lettori, altri lo fanno solo apparentemente ma nella sostanza sono più che altro vetrine, o vetrine di pensiero.

Ho riletto  anche scegliendo a caso fra le cose da me scritte, e fra queste di alcune ho ritenuto che, se non facevano di me una poetessa o una scrittrice, mi avvicinavano più di altre all’esserlo. A tale valutazione sono giunta usando come metro di misura scrittori e poeti notoriamente acclamati come tali.
Ho aperto un blog sotto il nome di Marco Missala, anagramma del mio vero nome, che ho svogliatamente molto poco curato.
Ho scritto un racconto breve erotico per un progetto antologico su invito di Francesco Forlani. Non scrivo racconti brevi erotici. Francesco Forlani ha ritenuto il mio racconto breve erotico molto bello. Queste sono tutte le informazioni a me note che riguardano il mio racconto breve erotico. Dell’antologia non so nulla se non che era un’antologia.
Ho scritto una microprosa per il concorso “Madeleine sogna…” di Laurana Editore ed ha ricevuto una menzione speciale. La microprosa è ora inserita fra quelle che ho raccolte e qui postate col titolo di “Gates”.
Ho mandato in lettura a Giulio Mozzi le microprose Gates. Giulio Mozzi ha ritenuto le microprose “Gates” interessanti e impubblicabili se non nel caso se ne riesca a trovare una forma pubblicabile. I “Gates” sono dunque per ora in questo territorio limbico.
Ho sistemato in raccolte alcune poesie.
Ho sistemato alcune raccolte di poesie.
Ho inviato in lettura ad alcuni editori alcune raccolte di poesie con i seguenti esiti: Puntoacapo Editrice dopo un breve attesa ha ritenuto pubblicabile una delle mie raccolte di poesie dopodiché mi ha informata della necessità di un contributo, euro mille. Non ho pubblicato con Puntoacapo Editrice; Edizioni Atelier ha ritenuto interessante una delle mie raccolte di poesie ma il mio stile è risultato troppo “novecentesco”. Edizioni Atelier mi ha suggerito comunque di non demordere e di aggiornare il mio “stile novecentesco” leggendo un’antologia dei poeti degli anni Settanta- Ottanta di Edizioni Atelier. Non ho pubblicato con Atelier ma da allora mi chiedo spesso in cosa consista il male di avere uno “stile novecentesco”; da L’Arcolaio Edizioni come in passato non ho ricevuto alcuna risposta. Tutto ciò si è svolto tramite una corrispondenza dai toni educati e cortesi nell’arco di tempi più o meno brevi o più o meno lunghi.
In queste cose bisogna avere pazienza.
Io sono paziente.
Credo che un tipo di pazienza me l’abbia insegnata a suo tempo la maternità.
Credo anche di essere stata molto paziente in più occasioni da quando scrivo e negli anni di attività di questo blog. Lo sono stata sia in cose che ho rese pubbliche come la vicenda della violazione dei miei scritti da parte di terzi, sia in cose che ho tenute private.
Ma durante questo mezzo anno, dedicando un po’ del mio tempo alla cura delle piante sul mio piccolo balcone, ho imparato che la pazienza è anche altro.
In queste cose di fiori e di piante ci vuole pazienza.
Curare le piante mi ha insegnato che nella pazienza può esservi compresa una dose di crudeltà, di violenza di fronte alle quali ogni intento di tenerezza deve a volte farsi da parte. Non basta sostenere, innaffiare, concimare. A volte vi è la necessità di tagliare, strappare, recidere un ramo affinché possa crescerne un altro più forte, e bisogna perfino estirpare quelle erbette ostinate e indifese benché l’innocua brillantezza del loro verdeggiare commuova, e a volte neanche questo basta e la pianta secca, marcisce, infetta allora bisogna buttar via tutto e ricominciare: piantare nuovi piccoli semi o piccole talee e armarsi ancora una volta della stessa pazienza che fino ad allora hai avuta.
Tutto questo mi ha insegnato che a volte alla bellezza o ad un bene si può giungere solo con la pazienza e il suo male, e questa allora si farà violenta e crudele, ma anche giusta per entrambe le parti.
Io sono ora e sarò paziente così.
Nello stesso identico modo in cui le mie piante mi hanno insegnato ad esserlo.
Sarò paziente così con chiunque abbia la pretesa di far propri i testi da me scritti violando il copyright da cui sono tutelati perché da me scritti.
Sarò paziente così con coloro i quali travestiti da adulatori si rivelino in realtà in cerca d’altro.
Sarò paziente così con chiunque scambi queste pagine per la posta del cuore o per un sito per cuori solitari.
Sarò paziente così con chiunque terrà in conto solo il genere femminile indicato dal mio nome.
Sarò paziente così con chiunque voglia coinvolgermi in progetti senza che mi venga dato anche conto della loro effettiva fondatezza e senza che venga posto il mio tempo e il mio lavoro al pari del proprio o di quello di altri.
Sarò paziente così con chiunque dirà di essermi amico o amica e lo dirà con un suono diverso da quello con cui io queste parole le dico.
Sarò paziente così con tutti i superlativi in –issimo perché la verità ne fa volentieri a meno.
Sarò paziente così con chiunque consideri la mia pazienza piccolo-borghese e gretta.
Sarò paziente così con chi leggerà ciò che scrivo senza leggere ciò che scrivo.

Spero che essere paziente così attenui il livore e lo scontento e lo straniamento che in questo mezzo anno ho sentiti nei confronti del mio stesso scrivere.
Mi piacerebbe scrivere  invece come ho sempre fatto: né per me stessa né per (di)/mostrare agli altri, ma come se mi prendesse la fame, e allora mangiare.
Mi piacerebbe avere lettori come quelli che se ne stanno in una stanza o sdraiati sotto un albero o sul sedile di un tram, e lettori capaci di essere poeti e scrittori e non promotori marketing, pochi o tanti non importa, la cui presenza, assidua o meno non importa, sia discreta e genuina come quella di coloro che ho avuto la fortuna di avere come lettori.
Mi piacerebbero cose semplici e impossibili del tipo che si considerasse Facebook un universo di cui una parte dell’umanità non fa parte, per principio o per scelta, ed io sono in quella parte, e dunque ciò che lì viene condiviso e il modo e il perché vi è stato condiviso, equivale a mostrare a questa parte di umanità soltanto la cornice senza il quadro o prendere il quadro e svanire nel buio della notte.
Mi piacerebbe continuare a scrivere le cose che ho piacere di scrivere e come ho sempre fatto senza debiti o crediti fasulli.
Mi piacerebbe scrivere di più dei luoghi dove vivo. Nascere e vivere in un piccolo paese di mare è come avere un lato mancante, e ci si abitua ad uno s/paesamento stabile e anche a considerare che nulla ci sia di definitivamente fermo, che tante sono le cose che vanno alla deriva e tante quelle che giungono sulla terraferma.

Oggi di ritorno dalla spesa me ne sono stata seduta per un po’ su di una panchina. Da lì potevo vedere la mia terrazza. Il suo davanzale è il più fiorito dell’intera strada su cui s’affaccia. I ciclamini sono ancora in fiore e sono quelli che più patiscono questo caldo prematuro e presto sfioriranno. Per fortuna i gerani sono in sboccio e al verde rigoglioso di adesso aggiungeranno fiotti di rosso vivo che andrà a sostituire i lilla e i viola dei ciclamini.
Le piante hanno questo codice del trapasso indolore e crudele e violento e silente.
E mentre ero lì immersa in questa mistica quasi tagoriana mi è venuto da scrivere. L’ho fatto senza occhiali, con una scrittura minuscola riempiendo tutti gli scontrini stropicciati che sono riuscita a scovare nella borsa. Spero di riuscire a decifrarla. Sono tre nuovi Gates. Lo prendo come un buon segno.

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