da Mai dire Mai: La luna

tornare in questa ora vuol dire viaggiare
con una virgola di luna che t’accompagna dentro il buio
quante volte hai visto la stessa scena? eppure
non riesci a farne un’abitudine
e tocchi la spalla di tua figlia che ti siede accanto
la tocchi appena, la tua mano frena – guarda-
avresti voluto dirle –guarda – è già solo un pensiero
sui suoi occhi chiusi lontano
e allora ritorni a quella luna d’autunno
che impassibile come sempre argenta il mare
e ad un tratto pensi ai tuoi capelli indaffarati ad invecchiare
così, nello lo stesso buio vasto delle cose disperse, -guarda-
che pensiero strano

Sogno

il sonno mi prende
come se fosse svenire
e allora ecco svanirmi dal tempo

e un sogno soltanto
se ne sta lì nell’incanto
a guardarmi sognare – cosa?-

forse l’inerzia operosa del buio

che muove le ore
e vigila attento
sulla mia assenza

o forse anche il sogno la ignora

ma allora di chi è questa voce
che sogna nel tempo
che scrive l’aria nel buio?

Duetto

 

oggi il corpo del paese
non so perché

questo corpo

si fa come la scarica elettrica di un neurone potrebbe
 essere la fine di un’ora o soltanto un ricordo o

un modo come un altro per dire

la fine di un dicembre vista da un punto che si allontana
c’è l’aria mistica del mare o chissà c’è un sogno     forse

– me stessa, me, io –

e poi le case
danzano ferme come fili d’erba

nel fottio delle ore quotidiane

fanno ombre accatastate
nella quiete di ringhiere e panni stesi

dietro queste contorte barricate

ovunque    c’è nient’altro che questo dramma inanimato
e inespresso che il paese viene quasi voglia di leccarlo

      senza poesia

messo così nudo e opaco
– l’ho fatto con certe ferite

con il battito di quel dolore che lasciano solo i nomi propri

che non voglio
dire – così salato

nel pensiero

amaro di silenzio come se ne sta
in queste ore

senza tregua      e tra le parole

quando tutto sembra essere
messo lì alla rinfusa nel trasloco del tempo

come aria messa ad asciugare

solo per insegnare
l’arte di svanire

per dimenticare

o ma sì
ma sì se sto qui a dirlo, semplicemente l’arte di restare

o forse ma sì
ma sì …

Cosa dovevamo farne adesso?

Ci viene servito il pesce, e a questo punto
qualcuno tira fuori quella vecchia foto, da una tasca?
da una borsa ? sembra essere stata scavata
dalla stessa consunta malinconia
che impregna la tappezzeria e la piccola sala
che s’affaccia sul porto vecchio. Dai finestroni larghi
si scorgono le barche e il tendersi del cordame e
quel loro ipnotico torpore. Piove,
                                              com’è giusto che sia,
le gocce scivolano lente e sporche, e un tempo severo
lacca i vetri. C’è fumo e odore di pesce.

Continua a leggere “Cosa dovevamo farne adesso?”

Poesia sul perché non scrivo poesia

etc- ed ruscha- 1990

è che ora ogni volta che ci tento
riesco a fare solo versi di domande.
Una sfilza d’interrogativi
uno per ogni poesia, uno ad ogni poeta,
è che vorrei capire fino a che punto ci credono davvero
quando parlano di demoni nei corpi
e di terra che all’improvviso
si solleva,
sono stanca
del compiacere della poesia, dei colli lieti, del futuro
misurato a spanne
e delle sacre visceri di donna
giuro, ad esempio, che ad ogni asterisco
a cui non segue una sostanziosa nota
sento che lo stomaco mi si rivolta
è che vorrei capire dove, dove gli asterischi prendono una forma?
posso inciamparci? posso metterci le mani dentro?
e se li scuoto hanno un rumore?
e dove sono i cimiteri dei minuti? lo schianto di un amore merita un processo?
e la solitudine che brucia dentro è di origine dolosa?
e se è così chi è quel delinquente che l’ha voluta?
mi sembra di essere impotente
di fronte a questo bulimico poetico fagocitare
anche ogni minuscolo frammento del tempo
e il suo astratto vomitarlo poi nello stilismo di una parola
mi chiedo a cosa serve? e cosa resta?
Oggi sono stata ad un funerale, e mescolata al corteo
che lento seguiva il morto
mi sono accorta che tutto quanto avrei potuto dire
di ciò che resta
era solo il confuso mormorio
che riempiva l’aria, un parlottare fitto
di chi si sente ancora in trincea
ma col sollievo e il lamento
di essere ancora vivo, un brusio criptato
della paura del vuoto e neanche il coraggio di gridarla a squarciagola
poesia appunto, e a seguire il sospirato applauso degli amici.

Andata e ritorno

david-park-bus-stop-1952

Esci, e c’è sempre una direzione che prendono i tuoi passi. Il basalto del selciato è duro e butterato come una pelle invecchiata, malata di passato e spenta. Ti accordi alla sua superficie, regolando i tuoi movimenti finché ti accorgi, anzi ti ricordi, che c’è fra te e la strada un senso di equilibrio. È un benevolo patto che ti permette sempre di stare in piedi. E ora quasi puoi illuderti di avere la certezza che quella, sì proprio quella, solo quella è la tua direzione.
La fermata dell’autobus ti accoglie come una piccola cappella, e tu te ne sta lì racchiuso in quell’icona e aspetti. Se piovesse sarebbe ancora ieri.
La strada sgocciola auto in corsa sul rettilineo. Rivoli in viaggio su vetri grigi. Vanno, come se non potessero far altro che andare. E sono come te che aspetti di andare, e intanto guardi l’alone bianco che una piccola goccia ti ha lasciato sulla punta della scarpa.
Eri qui anche ieri, quando la pioggia sottile s’infilava nelle crepe dei muri come un male inguaribile, sedimentandosi in una tristezza scura che orlava i bordi delle terrazze.
Guardi quel piccolo cerchio cristallizzato e sembra l’unico segno del muoversi del tempo, l’unica testimonianza del tuo passato. Non hai neanche più motivo di chiederti se eri lì ieri.
Dietro di te una bocca sorride da due anni e ti augura un benvenuto in tutte le lingue. Una ragazza così non la incontrerà mai nessuno, neanche chi arriva da un’altra direzione. E neanche tu la incontrerai, ma lei è lì per farti credere esattamente il contrario e tu ci credi , almeno fino all’arrivo del tuo autobus. Cerchi di non voltarti a guardarla, ti convinci che quello è il posto giusto, perché è lì che s’incrociano le vite, benedette, santificate da quell’altare in ferro che scolora impercettibilmente colandoti addosso macchie di tempo.
Tu cerchi di crederci, sì che sei tu quello a cui lei sta parlando, che quel sorriso è vero, forse altrove, non qui, ma durerà finché tu sarai lì ad aspettare.
Welcome…wilkomen…bienvenido…bienvenue. È un mantra che reciti a memoria ormai . Un rosario. welcome…wilkomen…bienvenue…bienvenidowelcome…
Guardi a terra. La tua ombra è ancora troppo lunga, è uno stecco che punta ad est piantato nell’asfalto. Quella luce pallida sembra solo una prova generale sul mondo, solo qualche fortunato assisterà allo spettacolo se ne avrà voglia. Se ne avrà il coraggio. È ancora presto adesso.
Se si aprissero tutte le finestre ora, tutte nello stesso istante, l’aria si riempirebbe dell’odore pesante delle stanze avvolte nell’oscurità e del sapore della saliva secca sulle labbra, e gli ultimi sogni, quelli che danno più amarezza a ricordarli nella lucidità invadente delle prime luci, quelli che sembravano più veri, quelli che stavi per afferrare, sì proprio quelli, si spegnerebbero tutti sulla tua faccia, scoppiando silenziosamente come bolle di sapone, svanendo in un invisibile sbuffo del tuo fiato. Puff…Puff…Dormite ancora un po’, c’è tempo. Continua a leggere “Andata e ritorno”

Incompiuta: lettera al poeta

jasper-johns-fool-house_1962

 

( il cielo ora si sfoglia nel quasi buio, non piove più)

                                                         [ torna a scrivere]

“Voi, ombre,
se sono qui a scrivervi non è per quella solita malinconia
di cui voi tutte andate fiere.
Questa che vi scrivo è solo la mia disillusione
per quel vostro modo di entrare nella poesia, per come
la lasciate a macerare fra ombre e dubbi. Ma soprattutto
biasimo quel vostro modo con cui entrate dentro i pori,
la meschina arroganza bi-dimensionale con cui pensate di competere
con la chiarezza del buio nell’oltre della parola buio…”

Questo lo avevi scritto. Volevi dire prepotenza nel penultimo verso,
ma forse come un resto della delusione.

                                 [ora invidia lo stand-by delle parole che si lasciano sospese e incerte]

Prima di continuare devi risezionare l’universo in buono e cattivo per metterti
nell’equilibrio di quello che sarà nel prossimo istante:

                             (il punto critico è quello in cui l’acqua diventa ghiaccio
e poi non resta neanche la memoria. )

[Pensa che scrivere una poesia è come dire quello che hai già detto mentre lo vivevi]

procedi su quello che rimane: fai crepe nell’acqua prima che  ghiacci.

In the mood for… : Rosso

rosso2

 

Rosso

                                                        […] I like the idea of different
                                   theres and elsewheres, an Idaho known for bluegrass,
                                   a Bronx where people talk
                         like violets smell. Perhaps I am somewhere patient, somehow
                         kind, perhaps in the nook
                            of a cousin universe I’ve never defiled or betrayed
                                                        anyone. Here I have
                                  two hands and they are vanishing […]
                                                                                                     (Bob Hicok)

Ma la presenza non è un concetto che può essere racchiuso, non è un elemento unitario del proprio essere. Di presenze ce ne sono due ed entrambe hanno confini indefiniti e continuamente variabili. Continua a leggere “In the mood for… : Rosso”

In the mood for…: I colori

I colori

È quasi intensa, netta, l’eccitazione di quel momento di determinazione, limpido e controcorrente al flusso confuso estivo, che è strano sentirsela ancora dentro ora e, quasi calda come un rossore sulle guance, ora che è un inverno così pieno, riagguantarla per un lembo come quando si ha un pensiero bello che fuggirebbe via se non lo scrivi subito perché quando poi vorresti farlo non c’è già più, e tutto quello che riesci a ricordare è che –era bello– ma non sai dire più il perché. Continua a leggere “In the mood for…: I colori”

In the mood for…

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                                           «I nostri gloriosi anni sono passati come fiore»

Fa yeung nin wa , questo è il titolo originale di quello che, fino ad oggi, è stato l’ultimo film che ho visto al cinema. Continua a leggere “In the mood for…”