Workshop di scrittura: riflessioni a caldo, o quasi

Ho partecipato dal 17 aprile al 20 aprile ad un workshop di scrittura multipla. Io non ho mai frequentato un corso o un workshop di scrittura prima di questa data, non sono mai riuscita neanche ad immaginare come l’uno o l’altro potessero svolgersi, e non sono mai riuscita ad immaginare come le interazioni che conducono ad un testo scritto, che solitamente agiscono all’interno di un territorio di privata e individuale intimità, si potessero coniugare anche nell’accettazione di un’intrusione. Di scrittura multipla ne sapevo ancora meno. Anzi confesso che al momento dell’iscrizione alla candidatura per uno dei dodici posti disponibili non ho neanche prestato attenzione alla presenza di questo attributo. Dunque la mia partecipazione ha avuta come motivazione principalmente la curiosità di dare corpo ad una non-immaginazione, a cui, una volta lì, è andato ad aggiungersi anche l’aggettivo “multiplo”. Il workshop era tenuto da Giulio Mozzi che a questa mia motivazione ha reagito storcendo un po’ il naso, ma questa era.
A parteciparvi ci siamo ritrovati in quattordici. La presenza femminile sovrastava abbondantemente quella maschile: undici erano le donne, tre gli uomini. Lo scarto è diminuito nel giorno successivo all’inizio del corso, fino a ridursi ulteriormente nell’ultimo giorno a cui si è giunti in nove. I partecipanti erano, me esclusa, tutti molto giovani. Io era la più anziana del gruppo.
Il primo approccio è stato dedicato alle presentazioni e di seguito alla scelta di un possibile tema intorno al quale sarebbe stata costruita la “narrazione”.
Fra le varie proposte ( nessuna nata da me che nel contesto  ero abbastanza atrofizzata) è stata preferita quella che prevedeva la genesi, e il successivo concretizzarsi fino a raggiungere punte di violenza,di una rivolta dei portatori di handicap stanchi di veder occupate le aree di parcheggio a loro riservate.
Definito il tema si è passati alla fase di costruzione degli eventi. Ad ognuno dei partecipanti è stato assegnato un momento della rivolta col compito di schematizzarne la situazione e  i personaggi coinvolti, con i quali si sarebbe impiantata  successivamente la narrazione vera e propria.
Il mio primo compito è stato quello di trovare uno slogan. Io non amo gli slogan, dunque non posso dire di essere stata presa dalla immediata febbre della scrittura, ma poi ho pensato che anche Fitzgerald ne aveva scritti per una lavanderia…
Dopo qualche tentativo di cercarne uno adatto avevo scritti sul quaderno solo una serie di versetti, più simili a filastrocche per la conta dei bambini che allo slogan che mi era stato richiesto. Solo dopo un po’ un neurone che ancora dava segni di vita è riuscito a trovarne uno.
Intanto gli altri erano impegnati nella più complessa stesura della successione dei fatti.
Nei giorni seguenti, formati i piccoli gruppi, che devo dire hanno molto ben interagito fra loro e con Mozzi molto meglio di quanto io sia stata capace, la rivolta e il suo svolgersi hanno preso corpo nella loro struttura di “fatto di cronaca”. Dunque la finzione narrativa ha ricreata ogni fase dell’evento: articoli di quotidiani, interviste, dichiarazioni, pagine face book, video. Mozzi ha coordinato con la sua brusca e garbata gentilezza il lavoro di tutti. Dialoghi e dichiarazioni hanno richiesto un certo impegno da parte di chi si è ritrovato ad affrontarli, soprattutto nel  cercare di determinarne i giusti toni  affinché non assumessero una connotazione ambigua. Io ho lavorato da sola. Le pause pranzo sono state piacevoli. Andare a fumare una sigaretta in bagno di tanto in tanto, straniante.
L’ultimo giorno è stato dedicato alla lettura del lavoro nella sua interezza, anche se è mancato il tempo per giungere ad una  sua stesura definitiva. Ho notato che,  nonostante ci fosse una supremazia numerica femminile,  a nessun personaggio femminile è stato dato un ruolo primario. Questa annotazione non l’ho espressa.
Il mio testo, una lettera di autodenuncia ad un giornale di un solitario ribelle, ha disegnato un greve silenzio nell’aria e qualche perplessità. Ma l’avevo messo in conto poiché sebbene nel corso del workshop l’atmosfera sia stata molto rilassata ho avvertito un certo scollamento fra me e il resto del gruppo. Per descriverlo potrei dire che era un po’ come essere al cinema con un gruppo di amici e io ero quella che in fondo sapeva già cosa riservasse il finale.  Credo ci sia di mezzo una questione di disincanto. Mio.  A leggere il mio testo è stato Giulio Mozzi, come aveva fatto con i testi degli altri, e nel farlo mi è parso che ne sottolineasse, scandendone più lentamente le parole, i passi che più gli piacevano. Ma potrei sbagliarmi.
L’ultimo giorno, di ritorno a casa, in autobus, con il  sottofondo di un cielo che, dopo freddo e pioggia, finalmente si apriva ad una promessa di tersità , ho ripensato a cosa mi lasciava dentro tutto questo e non ho saputo spiegarmelo. Guardavo fuori dal finestrino, avevo un terribile mal di testa e tutto mi sembrava così fermo e limpido e rassicurante, e l’unica cosa che mi ronzava in mente era – sniff – della Imaginary Still Life #10 di Joe Brainard. Sniff , e come ciò che scrivevo mi fosse sembrato così distante fuori da quel silenzio.

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Poesia à la carte: Strade

Penso alle strade, queste, che non sanno stare dritte,
e si contorcono finché
non trovano riposo, breve,
nell’anima di un luogo, adesso, come adesso è in un amore fugace, penso
alle trame che tessono le ruote delle macchine, i pensieri
di chi va di chi viene, senza sosta, come se per vivere
bastasse guardare, penso agli sguardi
sfiorati appena dalla ruvidezza dei muri
dal verde frantumato dal mare
dalla natura morta ferma tra le ringhiere
penso alle strade, queste, a tutto quanto si lasciano dietro
che s’inabissa in filamenti di luce, abbagli all’incontrario,
nomi in-com__pre-si, lasciati____ andare,
penso alle strade, queste, come la bellezza rovente
di una fluorescenza che brucia anche il rimpianto
di fermare il possibile frammento, l’istante,
penso a me allo stesso modo, questo,
a questo andare nella velocità addomesticata
dove tutto è già accaduto, compiuto e
il compiuto è appena un riverbero che per un attimo
combacia alla pelle, poi si allontana

Poesia à la carte: Stralcio di un sogno

io dico Warhol l’aveva previsto e forse
quello che intendeva
era proprio questo, questo che ora accade
Warhol forse aveva proprio immaginato che poi io
forse avrei scritto
chissà, un trattato sul push-up
o forse una poesia complice
o in versi libri interi

s -o -s-

tenendo
che ogni potere o che ogni volere
è una iperbolica metafora
della ingegneria tracciata
nelle imbottiture e nelle stecche
e nel pizzo e nel merletto

quindici minuti fatati, i miei, quelli che mi spettano
e mi vedo lanciata
come un cavallo scosso
nella folle corsa dei ma e dei perché
dei no gridati in coro dei sì estasiati
quindici minuti e

io sono

sotto di tutti gli occhi io mi

mostro

io in forma scritta
meta-anagrammata

quindici minuti strappati a questo tempotutto
che dopotutto a tutti è dato solo in comodato

a questo punto guardandomi dormire
Jack mi dice where have you been?
io dico in un nessun dove
how it named? mi dice Jack
gli dico l’ho dimenticato
poi come un’ombra il risveglio s’apre
come un libro nuovo o
forse soltanto come una pagina che segue

Duetto

 

oggi il corpo del paese
non so perché

questo corpo

si fa come la scarica elettrica di un neurone potrebbe
 essere la fine di un’ora o soltanto un ricordo o

un modo come un altro per dire

la fine di un dicembre vista da un punto che si allontana
c’è l’aria mistica del mare o chissà c’è un sogno     forse

– me stessa, me, io –

e poi le case
danzano ferme come fili d’erba

nel fottio delle ore quotidiane

fanno ombre accatastate
nella quiete di ringhiere e panni stesi

dietro queste contorte barricate

ovunque    c’è nient’altro che questo dramma inanimato
e inespresso che il paese viene quasi voglia di leccarlo

      senza poesia

messo così nudo e opaco
– l’ho fatto con certe ferite

con il battito di quel dolore che lasciano solo i nomi propri

che non voglio
dire – così salato

nel pensiero

amaro di silenzio come se ne sta
in queste ore

senza tregua      e tra le parole

quando tutto sembra essere
messo lì alla rinfusa nel trasloco del tempo

come aria messa ad asciugare

solo per insegnare
l’arte di svanire

per dimenticare

o ma sì
ma sì se sto qui a dirlo, semplicemente l’arte di restare

o forse ma sì
ma sì …

Verde

Lasciarsi camminare
dentro questo mattino
di novembre il sole a picco
che picchia nudo sulle braccia
pensare –che strano questo tepore
in questa stagione-
e intanto guardare il mare
spingere qualche pensiero
farli diventare dello stesso colore
verde…
prendere Neruda sottobraccio
e insieme mettere i piedi
sopra ombre di ringhiere
l’asfalto lento come neve
la velocità delle ruote
il passo del tempo
sentire che tutto intorno
è febbre di malinconia
pensare – ecco
io sono qui
e questa è la strada-

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Dollies Store: Forse

Sera. Una famiglia. La cena frugale       gli avanzi del pranzo
un po’ d’insalata e per finire 
una macedonia dagli scarti salvati della frutta
la macedonia piace a tutti    – ancoraunpo’ancoraunpo’ – chiede
la piccola e porge il bicchiere – ancoraancoraancora –
la sua vocetta stride sul piano dell’aria
come un gessetto sulla lavagna – aspetta – dice il padre
e lei insiste                               – dipiùdipiù- spinge il bicchiere
come la testa di un ariete                        e il bicchiere
già colmo di frutta traballa fra le mani e il tavolo e Continua a leggere “Dollies Store: Forse”

Troppa velocità troppo rumore

È un’altra sera di un settembre. Almeno così sembra io
me ne sto seduta nel rumore dei pensieri del vagone
e guardo fuori. Troppa velocità
e troppo rumore. Le cose sono deformati proiettili       e  grigie
le luci       corde fluorescenti che fendono il buio. Allora
chiudo gli occhi           e immagino altre cose
faccio una lista di quelle che non fanno suono
così mi viene da pensare            che in qualche parte di settembre
l’aria è l’aria che respira         la spiaggia stesa
 l’umido salmastro che sale dalla sabbia
Continua a leggere “Troppa velocità troppo rumore”

– un po’ più di jazz-

voilà! t’inventerai un’altra vita per pensare a questa vita
a questa tenacia con cui sprofondano inafferrabili le cose
nonostante tu continui a dirti che se solo lo volessi
potresti farle vere e ferme                che se solo ci credessi
potresti disseppellire l’anima del mondo            ma non  puoi
anche se ancora non lo sai             tu non puoi
 t’inventerai allora  un’altra vita per pensare a questa vita
   saranno altri pensieri
altri suoni                  
-un po’ più di jazz –
                 e metti su “Kind of Blue”
per guardarti dentro
come quando dai vetri si guardano le strade
                 con quel blu notte che le spegne
così sottile               senza materia
             quasi perfetto
inviolabile      e         finito
irreparabile come è irreparabile ogni cosa       quando è già passato
e  sai già che ti sta portando via tutto
anche l’ultimo passo di qualcosa 
o qualcuno che per un attimo hai creduto di sorprendere
 a venirti incontro dentro il buio   e in questo blu
infine dimenticherai che in un’altra vita volevi essere felice

Pensiero

è  quasi come averlo    ora

che  lo dico           

          come cosa

 è questo

                 pensiero

che cammina        ora

         si ferma

picchietta       batte                 

             l’ora        poi       è         

            fermo

immagine                 nelle mani

         negli occhi

è quasi come averlo          ora

        – che pensiero! –              quello

rinchiuso    trattenuto

                   ora                 non dire

e poi dire

           le cose che muove

ammettere il contatto

                         con         tatto

al varco della bocca      e commuove

      a volte                  misurato   

             respiro             come un passo

avanza

          svanisce     così sembra

tradire

           ciò che accade         è  

       sempre    

 nella distanza

                 che scavalca

e dire  che             è

               ora     

è  un pensiero che già non esiste

Fumando una poesia nel buio

L’idea
che nel tempo
mi sono fatta
di questa corrispondenza
somiglia molto
           
   ( – in my mind – )
a quella di quei party
dove tornelli
di persone che
non si conoscono
discutono
su qualcosa
che poco prima ha detto
il padrone di casa
mentre questi fa                               avanti
                                        e indietro
dalla cucina
lanciando sguardi
all’uno o all’altro
come per dire
                                   “tu  tto bene?”
                                                  “ vi pia  ce ?”
                                           “ ne volete
                                     an   cora?”
Quando la festa finisce
tutti vanno via.
È tardi,
il padrone di casa spegne le luci,
si siede su una poltrona
e con la testa riversa
all’indietro
fuma una sigaretta
e seguendo ad
occhi chiusi
il salire del fumo nel buio
                              
pensa
                                che
                                  dopotutto
                                anche
                                   
          quella volta
                                   non è riuscito
                                              ad
                                              essere
                                           
f
                                                  e
                                              l
                                            i
                                       c
                                           e

                                       
.
                                                                  
              .

Sa Sardinna : Silenzi

0z

potrei tornare ad essere
selvatica, primitiva
pisciare dietro l’angolo di un muro
potrei farmi crescere i peli delle ascelle
o mettermi accovacciata contro un uscio
e sarei una donna, femmina di questo futuro
ma se solo dicessi una parola
una sola
crollerebbe tutto il paese.
Qui anche le fondamenta sono fatte di silenzio
e questa mia poesia è la pazzia.

Sa Sardinna : Case

03

Sono rimaste poche ombre
delle tegole storte
colate sul grigio dei gusci,
smerlano la storia muta delle case.
Resta qui e là qualche uncino arrugginito
delle finestre, ad arpionare l’aria
sottile sottile:
le punte che bucano un vuoto
così vuoto
che anche il silenzio
se n’è andato via.
Scrivo come se
fossi anch’io
un pezzo, un mattone
tolto alle ore
come se ad un tratto
mancassi anche a questa debolezza
dei muri,
scrivo in questo pugno di vento
legato al niente e
anche scrivere è
leggero leggero.
Come un lenzuolo steso
aspetta che il tempo lo asciughi,
il ricordo lo cancelli

Sa Sardinna : I vecchi

02

 

Qui i vecchi non parlano
raschiano dalla gola boli
di antichi addii
densi come universi
che sputano per terra
come fanno gli dei.
Se ne stanno seduti e
reggono sul filo delle schiene
lo squadro dritto dei muri
per quando verrà la sera
a sagomare le ombre
e i loro contorni
da lasciare in testamento : i vecchi,
la morte li disegnerà a figura intera
nella piazza del paese
i più fortunati avranno anche un volto.

Sa Sardinna : Controra

07

 

Da qualche punto nel brullo
arriva il suono come di campanaccio:
é così tanto il desiderio
di vedere che qualcosa si muove
che resto alla finestra
cercando la bestia.
Ma è solo il vento che
chissà dove scuote ferro contro ferro.
Nella controra rimane questo, e a lungo,
l’unico suono, l’unico muoversi
ma così nascosto
che posso a stento immaginarlo
poi, ad un tratto, anche il vento,
come un’anima
lascia il paese
e se solo mi muovessi
sentirei sotto i piedi
lo spezzarsi delle sue ossa