Graffiti [ Reloaded]

La punta della costa detta dell’Orso s’insinua all’improvviso
e nel finestrino il mio riflesso sfuma nella macchia scura dei pini marini.
La curva piega a destra in quel punto.
Proprio lì l’estate accende d’eterno il giallo sfrontato delle ginestre,
e lo lascia sospeso fra le raffiche salmastre. TI AMO, dice una scritta,
qualcuno ha aggiunto in rosso -per sempre- come se nel tuffo nudo e arso  delle parole
anche l’amore potesse afferrarsi al volo immortale delle ginestre.
Accendo una sigaretta mentre la punta sfila,
poi si allontana alle spalle. Anche il silenzio nella macchina cade immobile.

Autobiografie: Poesia 3

It's a small world- ed ruscha

 

13/6/2009. h 07.15 Poesia 3 nasce dal taglio
del volo di un gabbiano dentro un cielo già sfinito
di primo mattino e dalla luce che s’inietta nei colori
come se fosse un surrogato di felicità. Poesia 3
si trascina in questa stanchezza accesa
del dover puntare sempre in alto,
essere notizia che attraversa lo spazio,ma in fondo
cosa resta di quel gabbiano
e del suo scrivere l’aria ? Poesia 3 si ferma per un attimo
nel mio pensiero di una rincorsa e di un volo verso un punto
che nessuno ha mai raggiunto
poi si schianta fra i piatti da lavare e le corsie del supermercato,
molto lontana dalla nuova epica, e anche dalla cronaca locale.
È il 13/6/2009. h.10.33

Autobiografie: Poesia 2

ed ruska- I forgot to remeber to forget- 1984

 

11/6/2009 h.09.51. Poesia 2 nasce dalla pratica
del “ci vediamo”, del “ci sentiamo” e
dal tempo che frana e si accumula in un tempo che
non appartiene a niente. Poesia 2 si avviluppa fuori da ogni spazio
a questi scampoli di futuro nel baratto del non compiersi
e la dicotomia di una memoria del non ricordo che mi salva.
è l’astrazione dal corpo?
è il potere dell’essere invisibile ? Eppure
io credevo di essere già qui
sono le ultime parole di Poesia 2 prima di morire.
11/6/2009. h 23.45

Autobiografie : Poesia 1

ruska- the music from balconies-1984

 

10/6/2009 h 21.12.. Poesia 1 nasce dal rumore vivo
del dialetto dei bambini
nella strada. La casa vuota. Il buio sul geranio.
Poesia 1 vuole decifrare se ora questa tentazione
di dire un suono è il desiderio che quel rumore
sia lì per me, se quel geranio
brucerà di rosso anche dentro il vuoto.
Se invece resterà solo il suicidio di un giorno in un altro
e un’altra illusione che c’è dentro ogni suono.
10/6/2009 h. 23.18 . Poesia 1 muore.

Dollies store : outing sconclusionato

                   ” Tratto peculiare di Venezia: scomparire in un attimo, non
                     correre dietro al treno,non agitare a destra e a sinistra il capo
                   in cenno di saluto come fanno le altre città, quando le lasci-svanire
                   in un solo istante, come se non esistesse, come se non fosse mai esistita”
                                              

                                             (da- “Il giunco mormorante”- Nina Berberova”)

Ci sono milioni e milioni di scatti come questo,
altri visi, altri sfondi, altri vent’anni. Foto come queste
foderano i fondi di cassetti, diventano invisibili presenze,
l’arredo di una stanza.
I vent’anni sono sempre un gran casino
sono il caos, e niente di originale: i vent’anni si somigliano tutti in fondo.
Unico segno distintivo? il permanere della loro confusione,
la nebulosità in cui
restano.
Il loro è uno stato aeriforme
si contraggono, si dilatano, si modificano,
è così,
e poi diventano – a vent’anni…- un’epoca senza data,
e poi una trama, da ricordare
da raccontare.
Questa è una mia foto. A vent’anni.
E sarebbe facile a questo punto iniziare a scrivere una storia. Ma non c’è una storia.
E in questa foto il soggetto non sono io, né i miei vent’anni,
né un pregio ha la foto in sé che possa renderla particolare:
ha chiaroscuri troppo acquosi che sembrano sul punto di svanire
dal ruvido del foglio da disegno, una guancia sfinisce in un abbaglio,
sono vent’anni che erano già vecchi al momento stampa,
già tesi al logorio del tempo.
Eppure è una foto che, forse in modo del tutto casuale e
mescolando tutte le sue evidenti pecche,
mi crea il disagio di uno sfacciato outing di un pensiero
che in modo misterioso e oscuro diventa percepibile.
Il modo in cui vorrei scrivere è in questa foto. È lì, oltre ciò che appare.
Oltre l’immagine.
Che sia una poesia, una storia, purché sia qualcosa non in posa,
che sappia vincere il duro delle ossa,
e che liberi le vene dal pulsare liquido del sangue, che abbia il rigore della pietra
e che sconquassi ogni senso di bellezza nel disordine delle trecce,
e nell’ inconsapevole armonia degli elastici
che con uno sfregio ne trattengono l’intreccio.
In questa foto non so perché, non so come,
ma si è fermato tutto ciò che dello scrivere e della poesia mi sfugge,
tutti i perché e i come che l’annebbiano,
i perché e i come domarne i meccanismi.- è così-. In questa foto
non c’è la tentazione di guardare l’obbiettivo
per poi adeguarmi all’immagine capovolta
di una me stessa che non riconosco.
C’è uno straniamento senza contendenti e senza eventi.
C’è una calma senza difesa.
Un semplice claustrofobico istante
in cui tutto si compie, o forse niente.
È una piena e totale e perfetta banalità di un attimo
di cui cerco le parole e non le trovo .

Segni

 

Del primo non te ne accorgi. È un pacchetto di sigarette vuoto
che ti fa uscire. Il giorno: un vagito
che proviene da dietro la collina. L’attesa del mare:
un respiro paziente, uno sguardo senza compassione.
Tutto sembra pronto, come prima dell’inizio di una lezione
la stessa tensione, le stesse prove di odori, gli stessi tentativi di rumori.
Dalla spiaggia il mare sembra buono, una cosa senza trucchi
l’evidenza di un fatto che non dà da pensare, come quando dici che ci credi.
Quando ritorni sui tuoi passi, col mare ci riempi la borsa della spesa,
ci riempi le parole che dici, le parole che ascolti, e via via tutte le ore fino a sera
quando prima di dormire, hai l’abitudine di guardare il tempo.
Segna : 00.00 – è un buon segno- pensi, come se avessi fatto solo un brutto sogno.

La dislessia delle cose

Più o meno un anno fa ho terminato di scrivere questa cosa. Da allora il suo destino ha preso uno strano verso in cui si avvicendavano stati nebulosi ad altri più limpidi, e in cui la direzione che avrebbe preso non era mai certa. Ora credo che sia giunto il momento di “lasciarlo andare” per essere coerente con quello che spesso mi son ritrovata a dire ad amici e amiche che, come me con “La dislessia delle cose” ,finivano col trattenere a tempo indeterminato alcune cose scritte, mescolando in un ambiguo unico sentimento  un senso di fallimento a quello di sereno appagamento.
In parte l’ho già proposta qui, e il suo “destino senza alcun destino” è un altro piccolo tassello nella mia esperienza nel mondo della poesia da cui ho imparato qualcosa.

Continua a leggere “La dislessia delle cose”

Era tempo

 

Antonia la vecchia cammina con le gambe larghe. Le trascina,
strusciando sul pavimento le ciabatte. I piedi stanno larghi,
l’uno a destra, l’altro a sinistra.
I passi piccoli, costretti dall’orlo della gonna.
È come se trattenesse qualcosa lì, in mezzo a quelle gambe
che sembrano radici, scarnite dal salire e scendere le scale.
Se si sente osservata si stringe nelle spalle, ne alza una più dell’altra e ride.
Ride con i pochi denti che le restano, arricciando la pelle
che si stropiccia intorno agli occhi come carta velina. Ride,
che sembra un ghigno
che quasi di donna non ha più niente.
Antonia la vecchia non è vecchia di anni, ma di fatica,
eppure non l’ho vista mai sedersi. Se si ferma se ne sta semplicemente ferma
con le gambe larghe dentro il tempo.
È duro salire e scendere scale,
portare sulle spalle il peso di una cesta di limoni. La schiena si piega,
i polpacci sono duri e gonfi,
i talloni pestano con forza le pietre vive delle scale sconnesse. Scendono le donne,
con le gambe larghe
per mantenere l’equilibrio, e
imparano a stringere le cosce. È solo quello a distinguerle dai maschi.
Il sudore però è lo stesso.
Ma ci sono giorni in cui è l’odore che si portano addosso
ad essere diverso.
Ma non c’è tempo per fermarsi. -Tac tac tac tac –
Suonano le scale un blues mediterraneo.
-Tic tac tic tac – Il tempo chiede.
E Antonia la vecchia non si è mai fermata,
neanche quando si è accorta che stringere le cosce non basta.
Lei lo ha fatto nascere lì nel giardino di limoni.
Abbracciata all’albero, stretta e senza il pudore delle lenzuola,
stretta come se fosse al suo uomo, la gonna alzata fin sopra le ginocchia,
i piedi scalzi puntati nella terra. Umida, nera. donna. Aveva spinto.
Lo fece nascere così, soffocando il dolore nelle foglie.
Quando scivolò giù lento,
lei dice, che fece lo stesso rumore di un frutto maturo
e poi aggiunge – era tempo-

Settembre

E oggi nel vicolo sui muri passa come un vento che porta via gli annunci dei concerti.
Quelli delle sagre si scambiano i colori a graffi e a morsi. Resistono intatti un po’ nei lembi ciondolanti, poi si staccano come fanno già le foglie. Il nome di un artista rotola sui basalti, corre preso da un’improvvisa fretta, poi vola via, in alto, in un punto così lontano che già non lo ricordi. Sugli stessi muri fioriscono bianchi e neri gli addii ai vecchi.
Le ore oggi mancano gli appuntamenti. Ti accorgi adesso che le ore diventano imprecise come se il tempo avesse smarrito l’orologio.
Ed è strano come all’improvviso in settembre il mare si cancelli.
Scioglie nell’oblio i suoi sentieri, torna alla sua forma astratta. Liquido e sfuggente. Il camminare da una sponda all’altra a piedi nudi sulle acque svanisce. Come un miracolo che di colpo si rivela un’impostura. In qualche posto il mare è “al mare”, in altri “al di là del mare”. E come lui, anche tu qui, come un lato da immaginare a caso .

Certi vecchi

 

Mia madre mi rimprovera a volte
di non farle leggere quello che scrivo.
Dice -è perché non capisco-
con uno sguardo fintamente deluso in cui
il suo non capire non è colpa, né mia né sua,
ma ovviamente una mia virtù nell’uso della parola.
(Certi vecchi
non smettono mai l’orgoglio per i propri figli.)
Io non le rispondo,
non so se per pudore, per vergogna, o per non dirle
quanto sia fortunata che le sia risparmiato il rimpianto
di non essere riuscita a parlare col suono dei vivi, e
aspetto che il tempo diventi in fretta tempo seguente
in cui poi mi chiederà cosa cucinerò per il pranzo.

Da qui a lì

Quando si sedette al tavolo del bar spostò il posacenere da qui a lì. Ebbe cura
di farne combaciare un lato, quello con la scritta “MoKA”, con la linea
d’ombra netta del tendone che divideva il tavolino in due.
Il bianco scintillante di MoKA smise il suo brillare scomposto e si spense.
Bevve il caffè e rimase per qualche minuto
ad osservarsi i piedi. Cercò di tenerli perfettamente immobili,
finché le divennero estranei
come se non le appartenessero. Svuotati da se stessa.
Poi spostò la tazzina vuota da qui a lì
dove il sole batteva nitido. Guardò il residuo di zucchero
brunito dal caffè che mimava la sua bocca
stamparsi in una invisibile parola sul bordo. Lungo la strada,
il flusso della folla stordiva di passi
i ciottoli irregolari. Fissò le persone che si muovevano
s’incrociavano, si spostavano da qui a lì. Riempiendo la triste desolazione dei vuoti
che altri avevano lasciato. Da qui a lì senza sosta.
come se andare in una qualsiasi direzione riuscisse a cambiare lo stato delle cose.
Quando si alzò, dopo aver mosso pochi passi, si voltò
a guardare la sedia immobile e  vuota  come un’impronta
e sperò che, se la realtà era vera, anche la tristezza da qui fosse rimasta lì.

Gesti eroici

Era caduta in acqua, confusa forse da un riverbero
che sembrava un fiore. Le zampe annaspavano nell’aria.
Le ali agitavano minuscoli maremoti di trasparenza. L’ho guardata
pensando alle solite cose – è il suo destino-
-solo i migliori o chi ha fortuna ce la fa a questo mondo-
L’ape intanto
lottava . Buffo: nelle ali pregne d’acqua c’era la sua vita, e c’era la sua morte. Continua a leggere “Gesti eroici”

La dislessia delle cose: dell’amore e del sesso

 Oggi che il cielo preme l’aria sul mare fino a disegnarlo senza più orizzonte, e lo fa impalpabile come l’apparenza di una coincidenza che mi attraversa per caso. Oggi che anche le tende hanno perso il vento e restano rigide come morte. Sgonfie. Come palloncini in attesa di una mano innocente che le salvi da un’inerzia di terra. E ora che siamo qui – lo senti il tempo?-  puntando l’ago nel tessuto di quest’istante, vorrei dirti che l’amore è come il tempo – è come la pioggia – Cade sottile e fa rumore solo quando batte sulle cose e le riconsegna al termine di un’attesa in cui riposa il mondo. Traccia ogni linea, riempie ogni vuoto, e poi ti fa credere che quello che vedi era già qui per te e resterà qui per sempre.

Come me che oggi ho tinto le unghie di un profumo salmastro per darti il mare alla pelle senza che tu possa vederlo, per  poi farti credere che ero già qui per te  e resterò qui per sempre.

Ma tutto è un inizio che continua in un altro inizio che qualcuno ha lasciato andare.

Restare è un verbo disumano.

 

–        lo vuoi?- Continua a leggere “La dislessia delle cose: dell’amore e del sesso”

Una poesia metropolitana

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A volte vorrei avere una città dove stare. Una qualunque.
Immensa, un rebus di cemento. Una città rompicapo
che prema sulle mie tempie. Vorrei averla quando qui piove
ed è notte. Come oggi.  Come ora. Gli aghi dei mille palazzi.
Il filo teso dell’asfalto. Un nodo che attanaglia dietro le finestre.
E la mia ombra che si frantuma nelle pozzanghere,
sotto le ruote delle macchine. Di questa pioggia ne farei
una poesia metropolitana, un tram che arriva al capolinea,
lo stesso rumore come se non ci fosse  nessuna luce
d’aspettare né un buio da salvare. La farei dura, violenta,
senza respiro, amara e corrosiva. Come del sesso fatto in fretta,
e che si ribella, e stride quando tocca il fondo così tutti possono sentirla.
Le farei cantare come un ubriaco una canzone sconcia, e dire chissenefrega
con arroganza a chiunque si lamenti. E le farei urlare la solitudine
nelle luci delle vetrine. E sputare in terra tutta la rabbia
tutta la delusione. Invece sono qui che guardo il mare
e la pioggia impotente che finisce nel suo vuoto.
È vetro sottile che si rompe. È acqua nell’acqua
senza un malocchio da sciogliere, senza un suono che la maledica,
senza un tempo che la ricordi come era prima di svanire
e che neanche sa quanto mi somiglia
questa notte questa pioggia questa poesia

Prima o poi

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Oggi c’è una luce incompresa socchiusa fra le nubi. Si muove
in un cielo stropicciato che non promette niente di buono.
Gli uccelli sono gocce in un volo all’incontrario. Gabbiani in cerchi lenti.
– Pioverà prima o poi – mi hai detto
– Prima o poi… – ti ho detto
Ed è già come se piovesse
mentre mi chiedo dove sia finito il tempo per vedere
se la pioggia arriverà veramente