Leader e Piazzisti

 

[…] Ora vi chiedo di prestare assoluta attenzione a una cosa che lì per lì può sembrare ovvia. Tra un grande leader e un grande piazzista esiste una differenza. Ci sono anche delle somiglianze, certo. Un grande piazzista di solito è carismatico e accattivante, e spesso riesce a farci fare cose (comprare cose, approvare cose) che forse da soli non faremmo, e sentendoci nel giusto. Inoltre, molti piazzisti sono fondamentalmente rispettabili e sotto tanti aspetti ammirevoli. Ma un piazzista, anche un grandissimo piazzista, non è un leader. Questo perché per un piazzista il movente ultimo e predominante è l’interesse personale: se compriamo quello che lui vende, lui ci guadagna. Perciò, anche se il piazzista ha una personalità molto potente, carismatica, e in grado di suscitare ammirazione, e magari riesce addirittura a convincerci che comprare è nel nostro interesse (cosa che può essere vera), tuttavia una piccola parte di noi sa sempre che in ultima sede ciò che il piazzista vuole è qualcosa per se stesso. E questa consapevolezza è dolorosa… anche se, certo, è un dolore piccolino, più simile a una fitta, spesso inconscia. Ma se si è soggetti ai grandi piazzisti e alle strategie vendita e alle teorie di marketing per lunghi periodi- come quando da bambini si guardano i cartoni animati del sabato mattina, per esempio- è solo questione di tempo prima che in noi si radichi la convinzione profonda che tutto sia questione di vendite e di marketing, e che ogni volta che qualcuno dà l’impressione di interessarsi a noi o a qualche idea o causa nobile, quella persona sia un piazzista, a cui in fin dei conti di noi o delle cause non frega un accidente, ma che in realtà vuole qualcosa per se stesso.
Alcuni credono che il nostro ultimo vero leader sia stato Ronald W. Reagan (1981-89). Molti di loro, però, non sono giovani elettori. Già negli anni Ottanta molti giovani americani, che erano capaci di riconoscere un piazzista da un leader a un chilometro di distanza, avevano capito che Reagan altro non era che un grande piazzista. Ciò che vendeva era l’idea di se stesso come leader. E se, mettiamo, avete meno di trenta-cinque anni, ogni singolo presidente degli Stati Uniti con cui siete cresciuti è stato più o meno la stessa cosa:un piazzista di grande talento, circondato da abili e costosissimi strateghi politici e consulenti media, e spin doctor che gestiscono la sua “campagna” (come in “campagna pubblicitaria”) e lo aiutano a venderci l’idea che è nel nostro interesse votare per lui. Ma il vero interesse che guidava tutte queste persone era il loro. Volevano, più di ogni altra cosa, Essere Presidenti, volevano il potere ottundente e il prestigio, l’immortalità storica. Glielo leggevi negli occhi. (I giovani elettori tendono ad avere una vista particolarmente acuta per queste cose). Ecco perché queste persone non sono state veri leader: perché era evidente che il loro movente più profondo ed elementare era egoistico, non c’era possibilità che potessero ispirarci a trascendere il nostro egoismo personale. Di solito, anzi, hanno contribuito a rafforzare in noi la convinzione, figlia del marketing, che ciascuno debba sostanzialmente badare a se stesso, e che la vita sia fatta solo di vendite e profitti e che parole ed espressioni come “devozione” e “comunità” e “patriottismo”e”dovere” e “Restituire il governo al popolo” e “Sento la vostra sofferenza” e “Conservatorismo compassionevole” altro non sono che le strategie di vendita dell’industria politica, proprio come “antitartaro” e “ alito più fresco” sono la strategia di vendita di quella dei dentifrici. Possiamo anche votarli, un po’ come possiamo andare a comprare il dentifricio. Ma non ci sentiamo ispirati. Non sono la cosa vera. […]

Da: Considera l’aragosta- David Foster Wallace

E. Hopper – J.D Salinger: l’arte di andare via

Credo di non aver mai prestato la giusta attenzione ai due quadri di Hopper conosciuti come Soir Blue e Girlie Show. Entrambi mi erano sempre sembrati anomale interpretazioni dei temi cari ad Hopper. Sebbene appartengano a due epoche diverse, i soggetti ritratti nelle due tele e in particolare quelli su cui l’attenzione è veicolata, il Pierrot in Soir Blue fra gli avventori ai tavoli di una Parigi dei primi del Novecento e la nudità esposta della ballerina in Girlie Show , si presentano sia nella posa che nell’abbigliamento quasi estranei alla dinamica di quell’epoca che in Hopper trova il suo più malinconico cantore. Continua a leggere “E. Hopper – J.D Salinger: l’arte di andare via”

Gesti # 4

Subway Shuffle

Alcuni giorni fa un amico nel corso di una conversazione mi ha dato, letterariamente parlando, dell’emarginata. Ho accolto questo attributo come un complimento poiché nell’ambito della discussione che stavamo avendo mi aveva inorgoglito il fatto che lui, persona il cui modo di scrivere ammiro moltissimo, avesse accomunato la sua condizione alla mia, e malgrado il valore negativo che si accompagna a quella parola essa mi era sembrata una delle cose più belle che mi sia stata detta riguardo a ciò che scrivo.

Un paio di anni fa fui invitata a far parte di un blog letterario collettivo, e seppure non molto convinta accettai. Quell’esperienza durò pochissimi giorni, alcune incompatibilità mi spinsero ad uscirne. Scrissi una cortese e-mail spiegando le mie motivazioni che fu accolta piuttosto freddamente e la cosa si concluse lì. È normale d’altra parte che fra più persone possano nascere delle divergenze e che la convivenza, seppur letteraria, possa fallire e che si senta la necessità della separazione, ma ciò che dell’episodio mi lasciò perplessa fu il fatto che, quasi istantaneamente, tutto quanto potesse riferirsi ad una mia, seppur breve, presenza nel blog fu cancellata. Le poche cose postate, il mio nome, quello del mio blog, tutto sparì. Puff… Continua a leggere “Gesti # 4”

Il mio nome è Legione: Demetrio Paolin

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Ogni buon scalatore sa che è necessario coordinare il corpo affinché abbia sempre tre punti di appoggio, e che non bisogna mai lasciare la presa di una mano, l’incavo su cui poggia un piede senza averne prima trovato un altro a cui sostenersi.
Così la lettura di “Il mio nome è Legione” è semplice se nel suo procedere si è capaci di non perdere il contatto con ciò che si è appena letto, se ci si lascia aderire alla sua realtà e alla sua scrittura privi di preconcetti, è semplice se ad ogni passo che verrà mosso non si assume la baldanza di chi crede che raggiungere la cima sia solo e semplicemente andare avanti seguendo un sentiero già tracciato perché sarà invece toccare un territorio su cui non ci sono segni, indicazioni, tracce che possano facilitare la nostra lettura. Continua a leggere “Il mio nome è Legione: Demetrio Paolin”

Cul-tura

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Di ritorno dall’entroterra isolano mi è più chiaro il perché io provi una specie di fastidio di fronte ad un certo tipo di manifestazioni culturali : l’atteggiamento mi appare sempre viziato e non dissimile da quello che avevano i primi esploratori quando, trovandosi davanti le popolazioni autoctone, offrivano loro collanine colorate e specchietti come prodotto della civiltà che li avrebbe resi finalmente felici. Poi ritornavano in patria per sentirsi dire che erano degli eroi e, non contenti, loro stessi  erano convinti che di quel glorioso appellativo  fossero pienamente meritevoli.

Il destino di un libro

iris

 

Solo di recente sto iniziando ad avere percezione di quale possa essere il fascino che alcuni libri riescono ad esercitare e perché esiste un mercato di collezionisti del libro. Il primo “fremito” l’ho avvertito all’incirca un anno e mezzo fa quando, leggendo le note biografiche di Jack Spicer, scoprii che lui stesso spesso auto-produceva le sue raccolte in quantità minime, copie che amava poi distribuire agli amici. Ne curava l’aspetto grafico, disegnava la copertina, le numerava talvolta  con numeri e lettere. Di After Lorca, ad esempio, ne furono stampati solo cinquecento esemplari dalla White Rabbit, di un paio di quelle prime ne ho trovato le tracce, tramite internet, in alcune librerie americane specializzate in libri antichi e rari, una delle due potrebbe essere fra le mie mani per la “modica” cifra di mille e passa dollari.
Non credo che potrà finirci, però per un po’ ho assaporato quel gusto che pensavo potesse appartenere solo a qualcosa di unico, come potrebbe essere un dipinto, una scultura. Continua a leggere “Il destino di un libro”

Jazz on the Coast – 2009

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Con il primo appuntamento che ieri sera ha visto protagonista Roy  Hargorve– RH Factor: è stato dato il via alla XV edizione della rassegna internazionale di musica “Jazz on the Coast” . Si rinnova così anche quest’anno, per gli appassionati di jazz e per chi nel jazz muove i primi passi e per gli amanti della musica in genere, la possibilità di vedere esibire artisti di fama internazionale.
Il successo registrato ieri sera da Roy Hargorve e la sua band conferma che la Costiera e il suo pubblico, quello di ieri eterogeneo e attento, ha voglia di nuovi piaceri e nuovi stimoli, che non siano solo quelli del gusto e delle mandolinate, e dunque di manifestazioni ben curate e di ottimo livello come questa che, ormai da quindici anni e con circa ottanta concerti presentati, propone “Jazz on the Coast”.
È auspicabile,dunque, che amministrazioni e enti preposti investano sempre più in tale eventi e non riducano di anno in anno i loro fondi, già esigui, e s’impegnino  invece ad offrire una qualità che sia ricercata ma non snob, accessibile ma non modesta…. insomma come dire   “Jazz on the Coast” Continua a leggere “Jazz on the Coast – 2009”

Il giallo e il nero

Monet- tavolozza

 

In certe ore estive la linea breve con cui il paese si distende verso l’interno sembra che s’inclini, e si corrughi, e allora tutto scivola ammassandosi verso il mare: la gente, i rumori, gli odori; tutto sobbolle, come un sugo concentrato d’umanità, nella sottile striscia dei pochi metri di spiaggia e del lungomare.
Sono queste le ore in cui il sole si conficca perpendicolare nella carne del paese, e chi non è al mare è nel chiuso fresco delle stanze.
Basta spingersi però poco oltre la linea di confine, allontanandosi dal mare, e il paese appare come svuotato da se stesso in tutta fretta, del suo passaggio restano poche tracce : qualche cicca di sigaretta, pezzetti di merendine cadute dalle mani dei bambini, il breve tempo che separa l’attesa di tazzine e bicchieri prima che i tavolini dei bar vengano rigovernati, le sedie lasciate nell’atto fermo e scomposto dell’abbandono.
Tutto è immerso in un silenzio che però non è puro e totale, ma è viscoso come resina e se ci entri dentro t’imbatti nei minuscoli suoni che vi sono intrappolati dentro.
Mi piace allora, soprattutto quando mi rendo conto che in fondo non ho nulla di memorabile da aggiungere, starmene lì, in questa specie di pelle di serpente, in questa cosa né viva né morta. Continua a leggere “Il giallo e il nero”

Premio Strega: L’uomo che guarda

 

È un paio di giorni che si ripresenta lì. L’uomo che guarda appare sempre all’improvviso. Non so da quale direzione, non so quando di preciso, so che ad un tratto me lo trovo di fronte. Io seduta sulla sdraio e pochi metri dalla riva, lui in acqua. Fermo.
Anche se è ormai già luglio, la spiaggia è ancora quasi semi deserta, e la sua presenza così statica non passa inosservata. Lui se ne sta lì e guarda. Asettico, inespressivo. Se ne sta lì, senza nuotare, con solo la testa a fuoriuscire dall’acqua, la schiena rivolta al mare alto, gli occhi verso la spiaggia. Guarda come potrebbe guardare una cosa, lo sguardo vuoto, se cambio posizione mi segue ruotando appena gli occhi. Intorno a lui l’acqua è immobile. Resta lì così anche mezz’ora, poi esce si asciuga e poi rientra in acqua e si ferma più o meno nello stesso punto. Continua a leggere “Premio Strega: L’uomo che guarda”

Gerani

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Sono le cinque del mattino. Sono sveglia già da un po’. Tanto vale alzarsi. Dopo aver fatto colazione esco sulla terrazza a fumare. Quest’ora che precede di pochi attimi l’aurora ha sempre un fascino tutto particolare. Innanzi tutto la luce, che ha una sfumatura metallica, e da questa luce le cose emergono una alla volta come in un appello di caserma : motorino, ragazzo con uno strano cappellino colorato, mano che apre una finestra, uccelli che, come guidati da un direttore d’orchestra, attaccano a cinguettare tutti insieme, il mare poi, è una lastra zaffiro, non sembra neanche d’acqua tanto è fermo e compatto, in nessun’altra ora è così. Distanti sento dei passi. Da principio non capisco perché il loro suono ogni tanto s’interrompa, poi la vedo spuntare. È una signora di poco oltre la mezza età, gonna a fiori, lunga camicia verde, capelli tinti e leggermente ricci che vanno sul biondo rossiccio. Anche lei fuma una sigaretta. Nell’altra mano ha una busta di plastica in cui con cura ripone le talee di gerani che, con destrezza e con una naturalezza disarmante, sta recidendo dalle piante dei bar del Corso. La sigaretta le pende dalla bocca mentre usa la mano destinata a reggerla. La guardo inebetita, lei continua anche se si è accorta della mia presenza, la guardo mentre spezza rapida i rametti selezionando le diverse tonalità  dei fiori. Li taglia qui e là, nessuno si renderà conto del malfatto. Pochi attimi ed è già sparita alla mia vista.
Si dice che la civiltà di un Paese si vede dalle piccole cose. Allora perché mi meraviglio? In fondo qui ad essere rubata è solo la bellezza alla mia alba. Continua a leggere “Gerani”

Cover baby

bambina

Nei giorni scorsi ho trascorso molte ore in libreria sbirciando fra gli scaffali e sui banchi delle ultime uscite. Mi ha colpito l’enorme quantità di libri che sulle copertine riportano l’immagine di bambini: occhi di bambini, primi piani di bambini, da soli, in coppia o in gruppo. L’inquietudine dei loro sguardi mi ha seguito ovunque.
Questi bambini non offrono mai un’idea d’infanzia. I loro volti, nella maggior parte dei casi, appaiono inespressivi, hanno sguardi intensamente fissi e vuoti, le bocche sono appena socchiuse o rigidamente serrate in una tristezza infinita. Più che bambini sembrano adulti schiacciati, sconfitti dalla vita, ormai assenti. Gran parte delle immagini sono però in bianco e nero quasi a volerle estrapolare dalla realtà, forse per renderle meno dolorose. Passate.
Non so attraverso quale processo si giunge alla scelta della copertina, né so fino a che punto e in che misura le trame di quei libri ruotino intorno a protagonisti bambini, ( volevo stilarne una lista ma poi me ne è mancato il tempo, ma vi assicuro sono veramente tanti) tuttavia non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa, a prescindere dal libro, si cercava di suscitare, quale sentimento, su quale leva dell’animo di un potenziale lettore si voleva far forza, quale messaggio gli veniva mandato e perché quella scelta e non un’altra di eguale tensione e verità?
Devono colpire, smuovere, intenerire, incuriosire, essere compresi, farsi amare o cosa? e non è questo quello che in fondo cerchiamo tutti? e l’immagine  allora, che sia la copertina di un libro o quella che di noi  stessi mostriamo agli altri, è al servizio della verità o  della strategia?

Yes…

Dave_Brubeck

Le telefonate s’incuneano sempre fra frammenti di tempo. La voce di qualcuno si sovrappone alle tracce che in quel momento stanno scorrendo per creare un  motivo nuovo  in una sorta di mixaggio simile a quello che con grande cura si realizza nelle sale di registrazioni.
Ricordo che un po’ di tempo fa stavo scrivendo qualcosa, e come  faccio spesso avevo un sottofondo musicale ad accompagnare il tip-tip delle mie dita sulla tastiera. Ascoltavo il susseguirsi   casuale dei brani  quando il telefono ha squillato. Era un amico. Il tip-tip si è interrotto, sostituito dalla mia voce –ciaooo-  ho detto e deve essere arrivato al mio interlocutore su una base che faceva più o meno così paraparaparapapapapa. “Take five” di Dave Brubeck  è stata la mia risposta alla domanda – cosa ascolti?- Il breve scambio che ne è seguito  può condensarsi nel dire che l’amico  ha liquidato il famosissimo pezzo con un  secco – è musica per ascensore- .

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Evoluzione

evoluzione

 

E anche questo sei giugno è arrivato. Dopo aver assistito ancora una volta allo stesso copione di sempre, alla questua dei voti, ai guizzi satanici sottopelle mascherati da volti tirati a lucido, ai tormentoni alienanti degli slogan e dopo aver percepito la mia conseguente rarefazione d’individuo pensante, mi chiedevo se ci sia  stata una volta in cui, andando a votare, non mi abbia accompagnato la sgradevole sensazione che stessi in realtà rendendomi complice di un piano criminale per farmi sempre meno umana, sempre più bestia.