A proposito della “La dislessia delle cose”

Come ebbi a dire già qui  “La dislessia delle cose”  ha avuta una strana esistenza, segnata da alti e bassi.
Scelta, appena che ne ebbi terminata la scrittura, da “Feaci Poesia” non fu mai più pubblicata, né me ne fu mai data la motivazione  né  tantomeno ho ricevute mai delle scuse .
“La dislessia delle cose” rimase  infatti ferma  per molti mesi finché non decisi che l’attesa era durata abbastanza così come  quello che io ritenevo essere un mio obbligo di correttezza nei confronti di quella redazione e, avendo nel frattempo aperto questo blog, decisi anche che potevo darle qui una più dignitosa sepoltura.  In realtà la cosa è stata un po’ più complicata perché negli anni che sono seguiti mi sono ritrovata più volte a doverne spiacevolmente difendere la paternità.
“La dislessia delle cose”  è un poemetto che ha ormai i suoi anni, ma ad esso mi lega un momento di un passaggio, a me importante, fra una fase ed un’altra della mia scrittura, ma le sue tante disavventure me l’hanno reso ancora più caro.
Dunque oggi sono proprio contenta di questo piccolo riconoscimento. Un epitaffio più che dignitoso.
Grazie ad “Anterem” e alla giuria del “Premio Lorenzo Montano” che hanno voluto premiarlo con una segnalazione

La dislessia delle cose

Più o meno un anno fa ho terminato di scrivere questa cosa. Da allora il suo destino ha preso uno strano verso in cui si avvicendavano stati nebulosi ad altri più limpidi, e in cui la direzione che avrebbe preso non era mai certa. Ora credo che sia giunto il momento di “lasciarlo andare” per essere coerente con quello che spesso mi son ritrovata a dire ad amici e amiche che, come me con “La dislessia delle cose” ,finivano col trattenere a tempo indeterminato alcune cose scritte, mescolando in un ambiguo unico sentimento  un senso di fallimento a quello di sereno appagamento.
In parte l’ho già proposta qui, e il suo “destino senza alcun destino” è un altro piccolo tassello nella mia esperienza nel mondo della poesia da cui ho imparato qualcosa.

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da:La dislessia delle cose- La malinconia è un fiore in un bicchiere

C’è malinconia ora.
-Non so.- La malinconia non viene. È come un fiore in un bicchiere.
È il gambo che si spezza dentro l’acqua e si fa in doppio. Io. E io in un tempo che non esiste.
La malinconia abita la tua stanza, è come se tu le appartenessi da sempre. Per sempre.
-non guardarmi ora- ti dici
È che non hai vene dove far passare altre parole. E allora aspetti.
Aspetti che appassisca. Come un muro che svanisce in pulviscolo lieve,sospeso.
Come un ventre di una vecchia
che si è strappata già tutti i colori ma odora di una lavanda antica
stretta fra le pagine di un libro, e le orla di una attesa
che cambia il senso alle parole per farti credere che hai già scritto tutto
e puoi andare via.

La dislessia delle cose: dell’amore e del sesso

 Oggi che il cielo preme l’aria sul mare fino a disegnarlo senza più orizzonte, e lo fa impalpabile come l’apparenza di una coincidenza che mi attraversa per caso. Oggi che anche le tende hanno perso il vento e restano rigide come morte. Sgonfie. Come palloncini in attesa di una mano innocente che le salvi da un’inerzia di terra. E ora che siamo qui – lo senti il tempo?-  puntando l’ago nel tessuto di quest’istante, vorrei dirti che l’amore è come il tempo – è come la pioggia – Cade sottile e fa rumore solo quando batte sulle cose e le riconsegna al termine di un’attesa in cui riposa il mondo. Traccia ogni linea, riempie ogni vuoto, e poi ti fa credere che quello che vedi era già qui per te e resterà qui per sempre.

Come me che oggi ho tinto le unghie di un profumo salmastro per darti il mare alla pelle senza che tu possa vederlo, per  poi farti credere che ero già qui per te  e resterò qui per sempre.

Ma tutto è un inizio che continua in un altro inizio che qualcuno ha lasciato andare.

Restare è un verbo disumano.

 

–        lo vuoi?- Continua a leggere “La dislessia delle cose: dell’amore e del sesso”

Prima che fuori facesse buio

l’abat-jour intenerisce la luce della stanza
e fuori il buio già mi marca alle spalle
io dunque scrivo
scriveva e fuori il buio già la marcava alle spalle e
l’ombra del lampione cambiava la linea della strada
lontano una bimba piangeva
mentre lei scriveva seduta al tavolo e la sua solitudine era ferma
fuori e nella stanza dove il buio marcava alle spalle
un cane abbaiava nel buio
la luce di un abat-jour inteneriva la stanza
le persiane erano già chiuse prima che fosse buio fuori
e la strada forse era un’ulcera che lacerava la sera e
lontano sanguinava il rumore del mare e il pianto di una bimba
quando nella stanza inizio a scrivere
che sentivo fuori il buio che già mi marcava alle spalle e
lontano una bimba piangeva in una stanza
e fuori l’ombra era già cambiata prima che io sapessi
mentre scrivevo nella solitudine della stanza
che avrei scritto nella pagina successiva
di quella mia solitudine prima che fuori facesse buio

Incontri al neon

Poi il sole cala e mi rassegno alla luce delle lampadine,
alla ruga che mi corrode la faccia, alla sensazione che presto
sarà un buio senza trucco.
Sono le cinque. Gli appuntamenti quando scadono
non lasciano sbavature di rossetto, sfumature di ombretto.
È tempo adesso.
E senza cuscini, senza nuvole di piume
fra noi l’aspetto del giorno è un tapis-roulant,
come di sabato le strade quando le distanze si sfilacciano
e per toccarsi basta rimanere immobili.
Lo spazio è un filo di fumo che sale dalle tazze
che ora tocca le bocche, ora cerca gli occhi
fra un’intermittenza di parole
che muore in ogni attimo che viene dopo, e tutto quanto ci diciamo
è un torto a tutto quello che ignoriamo.
Come poeti in guerra inventiamo frammenti di carezze, innesti di mani
bende di odori sulle frontiere di galassie fluorescenti
che cedono, quando chiudiamo gli occhi, ingoiate
da un buio fermo di passi, dallo scricchiolio del legno,
dall’abbaiare di un cane
e si spengono.
In mezzo noi, messi ognuno in un altro corpo, in un sarà che ci rincorre
con una corrispondenza scritta a matita
che si cancella ad ogni suono
e si allontana in qualche tempo perso che non ci risponde
e che forse presto ci sorprenderà vuoti e stanchi, senza aver vinto niente.
Ci mettiamo vicini e lontani- a fasi alterne- come una luce al neon
che singhiozza in una messinscena di silenzio
per non cedere alla tentazione di pensarci
oltre quel tempo minimo che ci mette a nudo
poi ci prende la fretta di tornare a casa
e immaginare quale suono avrà sapersi nelle nostre stanze.

Quando mi vuoi

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Quando mi vuoi inizio dalla fine.
Dall’ultimo bottone. Dall’unghia del piede.
Prima di toccarti stendo sulle lenzuola
tutte le parole che restano.
Arredo la stanza con un solo suono
da cercare fino all’alba
-parlami ora-
ti resto sulla bocca come un niente da dire
come quando la notte viene
ed è una vita che preme in basso
e il buio scuote l’aria in una sconcezza di silenzio
e la frantuma in due.