Poesia à la carte: Fast Food

Nel disordine caotico di tutte le possibili modulazioni come su un pentagramma porto a spasso la mia testa tonda.

Si salutano stamane le vecchie sul lungomare, una parola alla volta, le gambe sotto il sole come ancelle stanche, sapessi interpretare il corso delle vene, l’orografia della piccola vita che vi è corsa dentro, quelle strade della pazienza.

Continua a leggere “Poesia à la carte: Fast Food”

Gates: te lo ricordi mamma?

s. sta perdendo la memoria. s. dimentica di ricordare che sta perdendo la memoria e allora si smarrisce quando le chiedono con insistenza te lo ricordi mamma? no, s. non se lo ricorda, ma cosa le hanno chiesto? Per adesso il male va e viene, e quando viene, anche se non lo sa, s. contiene il vuoto di se stessa. s. quando il male viene è già la sua assenza. Quando il male va s. non ricorda che il male l’ha cancellata. Che il male c’è a s. lo dicono le pillole, ecco la tua pillola dicono a s., e s. guarda quella minuzia bianca nel palmo della mano ecco l’acqua e a volte s. beve e manda giù, sorride grazie dice, a volte se ne resta con lo sguardo fisso e non sa cosa fare. s. da qualche tempo, quando il male va, ha preso ad annotare le cose ovvie che conosce e che la circondano: mi chiamo s., l’uomo nel mio letto è mio marito stiamo insieme da quarant’anni, la donna alta e bionda che mi tiene per mano e, anche se non sono più una bambina, mi accompagna ovunque si chiama Lara, è ucraina, non mi parla quasi mai ma solo perché non parla bene la nostra lingua, mi piacciono le fragole e le ciliegie, ho tre nipoti, il più piccolo ha due anni, la pioggia non è nulla di spaventoso, e così via. Continua a leggere “Gates: te lo ricordi mamma?”

Gates: Ah, questa vita!

d. anche lei come le altre è scesa in piazza d. anche lei con le altre è stata la fiumana, d. il prato immenso, d. la voce, d. il filo d’erba. d. come le altre poi è tornata a casa. d. i letti ancora da rifare. d. qui le calze colorate e d. là le lenzuola bianche attenta a non sbagliare. d. la fame da nutrire. d. la fila al supermercato. d. il dentifricio, saliva schiuma rattrappita che chiazza il lavandino. d. guanti di plastica. d. schizzi di urina sulla porcellana. d. le notti insonni. d. la mano sulle fronti calde. d. a volte troppo silenzio da non sapere più da quale parte accarezzarlo. d. questa vita così diversa dalle parole delle canzoni cantate in coro. d. ah, questa vita! questa vita fuori vento che in questo resto resta la stessa, d. e questo freddo, questo freddo sordo che si stringe addosso .

Gates: Certa poesia

m. quando cammina e passa accanto la vetrina di una profumeria non resiste, m. deve entrarci. A m. piacciono molto quelle grandi, quelle che hanno lunghe vetrine popolate da strane donne che sembrano bellissime benché siano ridotte in pezzi. A m. piace guardare quei corpi tronchi e immaginifici composti soltanto da occhi immensi, o da mani affusolate, oppure da bocche immobili nell’incantesimo di un nulla misterioso, o da gambe lisce e culi tondi teneramente rosei che disegnano enigmatici punti interrogativi. m. entra e immagina che quella sia la bottega di dio, m. immagina che dio lì ripari le donne malriuscite. Continua a leggere “Gates: Certa poesia”

Gates: Sette Battute e Uno Spazio


d. ha sedici anni e quando di mattina esce per andare a scuola uno zainetto viola chiaro chiaro le fiorisce sulla schiena. d. ha la frangia castana ben pettinata e liscia messa di lato e lunga tanto che le copre un occhio quasi del tutto. d. somiglia ad un ciclope. L’occhio di d., quello che si vede, si accende fra fauci di trucco nero e ciglia che sembrano spade infoderate in bell’ordine dentro il mascara. L’occhio di d., quello nascosto, contiene i suoi segreti. d. il mondo lo guarda così, con un occhio adulto e con l’altro che lo sbircia di sguincio attraverso il pudore di un ultimo spiraglio di fanciullezza. Il suo, quello di d. è un mondo strabico, è un mondo diviso in due. d. ha sedici anni e ha dentro gli occhi l’asimmetria di questo abbozzo di mondo, che è solo suo. d. ha anche duecentosedici sms salvati sulla memoria del suo cellulare, un amore racchiuso in miniature. Continua a leggere “Gates: Sette Battute e Uno Spazio”

Gates: L’anima del Torrente


g. sembra fatta d’acqua tanto è magra. Oggi che le giornate si sono ormai spogliate nell’aria della stagione calda g. nella sua camicina di cotone leggero sembra scorrere come un torrente nella secca estiva. g. dentro quei pochi centimetri di stoffa stropicciata è la poca acqua che rimane. g. è un torrente quando la sua poca acqua che rimane scopre i segreti delle sue sponde e del suo fondo. g. è la poca acqua che rimane di un torrente e non fa quasi più rumore. g. si guarda quel che può. E quel che g. può guardare di se stessa sono le sue braccia che sembrano due stecchi spezzati e torti che giacciono sul fondo di un torrente che la secca ha messo allo scoperto. g. si guarda le linee dei rivoli azzurrognoli sotto la velina della pelle di quelle sue braccia piegate sul lenzuolo. g. si guarda e non vede altro che quella membrana palpitante e fine poggiata sulle sue braccia come fosse la poca acqua che rimane di un torrente. Io sono come un torrente quando la stagione secca lo scarnisce e la sua anima si scopre e tutti possono vederla. Questa è la mia anima esposta, questa sono io, riuscite a vedermi adesso?

 

Gates: Inspiegabilmente

l. è andata a letto che fuori piove. l. si sveglia con un pensiero ancora di pioggia filata che s’intesse nella parola “fuori”. l. allora si alza e tira su la persiana della sua stanza e guarda. Fuori l. vede il muro dell’edificio di fronte coperto di luce, un’ombra che mima un altro muro ma l. non capisce dove quell’altro muro sia, vede il verde brillante di un geranio che sfrangia un balcone, il colore viola di un fiore, le enormi mutande maschili beige stese e ferme su un filo che attraversa da parte a parte una terrazza, le enormi mutande femminili di un rosa stinto e modesto stese e ferme sullo stesso filo che attraversa da parte a parte una terrazza, l’ombra di un colombo che per un attimo viaggia sul muro dell’edificio di fronte coperto di luce e che poi scompare, un viso di una donna che spunta da una finestra e che volge lo sguardo verso qualcosa che l. non può vedere, il terrazzino accanto al suo e la sedia su cui l. non ha mai visto sedere nessuno, il bianco della resina della sedia investito dal sole, vede qualcosa di giallo che l. non riesce a capire cosa sia, forse un giocattolo di plastica, e più su in alto un trapezio di azzurro pallido teso e pulito tagliato in due dalla scia bianca e rugosa di un aeroplano che non si vede già più. l. si schiarisce la voce benché non voglia dire niente e pensa che poche cose sarebbero potute accadere ancora in quel resto del giorno che avrebbero potuto farla sentire, senza un motivo e senza condizioni, inspiegabilmente più felice.

 

Gates: Forse con la vita stessa

c. è una casalinga. c. ha una vita dignitosamente opaca. c. ha una vita come ce ne sono tante che inizia da trent’anni con l’odore del latte che si scalda sul fornello della cucina, e inizia che fuori neanche è fatta l’alba. c. non se lo sa spiegare come quel liquido così bianco e innocente possa avere quell’odore. c. quell’odore non sa proprio definirlo. Non dolce, non aspro, è più che altro un odore senza un suo aggettivo, se volesse classificarlo nel modo più convenzionale. c. crede che abbia che fare con le cose che si hanno dentro. c. crede che anche l’odore del cuore che batte non ha un aggettivo ma forse si rassomiglia a quello che ha il latte quando lo si scalda. c. il latte lo guarda mentre lentamente si gonfia al calore della fiamma, e si inturgidisce come una mammella bianca, e mentre questo accade l’odore diventa più pieno e intenso e vivo. c. il latte lo guarda venir su sfrigolando lungo le pareti di metallo, su su fino ai bordi ricurvi del bricco e quando c. spegne la fiamma guarda quella materia montata che ricade giù avvolta da un velo sottile che sembra pelle, portandosi appresso il suo odore. c. pensa che quell’odore abbia a che fare con quella che è la sua vita. Forse con la vita stessa.

 

Gate: La Tempesta

 

r. è conosciuta nel suo ambiente come la Bulgara, ma r. è di Gragnano. r. ha i capelli biondi biondi ma sono tinti, gli occhi invece sono proprio così, di un verdeazzurro tanto insolito e particolare che sembra finto. Una volta una persona colta, un professore le aveva perfino detto che era uguale al verdeazzurro che si scatena nel cielo in tempesta del Giorgione. La mamma di r. quando r. era una bambina e aveva ancora i capelli neri la chiamava bell’uochie mie. La mamma di r. a volte le dava un bacio e aggiungeva c’ust’uocchie farai l’attrice. r. dopo tanti anni non lo sa ancora se era partita da Gragnano per il Nord perché ci aveva creduto o il suo era stato solo un atto di ubbidienza. r. al Nord ci era rimasta e alla fine aveva trovato anche un lavoro, e a Gragnano non ci era più tornata, di tanto in tanto telefona alla mamma le dice sto bene mamma faccio qualche particina, no mamma il mio nome non ci sta sulla locandina e a Gragnano questi film al cinema non li danno, e non glielo dice che dopo che ha finito il suo lavoro è così stanca che chiude gli occhi e dorme. r. non le dice neanche che a volte però si sveglia che le sembra di sentire qualcuno che la chiama col suo nome di bambina, e allora si mette a pancia insù e si ripassa nella testa il suono di quel nome così come l’ha sentito mentre dormiva. Una volta r. l’aveva detto ad un cliente che r. mica era il suo nome, mi chiamo f. gli aveva detto, mia mamma mi chiamava f.bell’uocchiemie, tutto attaccato, e lui le aveva detto che non gli importava, non m’importa le aveva detto tu sei la mia puttana. r. allora aveva chiuso gli occhi, spento la tempesta.

Gate : Non ho niente da dire

 

g. ha pensato alla morte molto spesso negli ultimi tempi. g. non ha alcun motivo di pensare alla morte, ma la morte arriva nei suoi pensieri, allora g., quando il pensiero della morte arriva, pensa a se stessa così lontana dalle cose che non riesce più a vederle. g. pensa allora che anche tutte le cose muoiono quando lei muore. g. ha tante cose solo sue che conserva gelosamente perché le ricordano un momento, qualcuno, ma oggi g. ha deciso di buttar via tutto, oggi ha capito che la morte è non avere più i ricordi, e quelle cose alla sua morte ritorneranno ad essere soltanto cose.
g. quando ha finito di buttar via guarda i due grandi sacchetti, dentro ci sono i suoi ricordi, ora sono lì ma continueranno ad incrostarsi ai pensieri nella sua testa. Anche la sua testa è un sacchetto, pensa g., e la morte lo butterà via. Sorride. Forse potrebbe scrivere un biglietto, solo poche righe, da lasciare agli altri. Così su di una busta scrive da aprirsi alla mia morte. g. pensa che è stato facile scrivere quelle cinque parole; la morte una volta scritta non le apparteneva già più. Poi g. resta a lungo a fissare il foglio bianco senza trovare nulla da dire, come se tutte le parole fossero solo in quei ricordi ora accatastati alla rinfusa e costretti nel biodegradabile buio, e lì soltanto ne conservassero il senso. Allora g. scrive non ho niente da dire. In basso aggiunge p.s e poi il suo nome. Infila il foglio nella busta, lecca con cura la colla e richiude la busta con la leggera pressione della mano chiusa a pugno.

Gate : Una storia per davvero complicata

m. è il suo nom de plume. m si diletta, no, ama, no, ha la passione, no… m. se glielo chiedi non sa mai bene come definire questa cosa. m., che in realtà si chiama g. scrive racconti. Non lo sa lei se sia per diletto, per amore o per passione o chissà per quale altra ragione, m. scrive senza chiedersene il motivo, lei scrive soltanto seguendo le storie che si muovono nelle cose. m. si firma così da quando la sua amica più fidata dopo aver letto un suo racconto le disse che a leggerlo veniva il mal di testa come quando ci si perde nei colori di Matisse. m. infatti scrive strane storie arditamente arzigogolate le cui trame cambiano continuamente direzione e spesso non hanno un vero finale. m. una volta ha incontrato uno scrittore vero, che scrive storie vere e che se gli chiedono cosa lo spinge a scrivere storie così vere e lineari sa dirlo senza tentennare, anche se ha scritta sulla faccia un’aria complicata, confusa e un po’ assente. Sei brava le aveva detto lo scrittore, scrivi come un uomo. m. gli aveva risposto anche tu sei bravo, la tua scrittura è molto femminile e lui si era offeso. m. aveva pensato che quella era una storia con molte ombre, quella era per davvero una storia intricata da raccontare.

Gate : Che dici?

 

t. per i suoi venticinque anni di matrimonio ha voluto una gran festa. Per giorni si è data un gran da fare, per gli inviti ha telefonato a tutti, parenti e amici. Ha comprato per sé un abito di seta bianca, molto elegante, e per la cena ha prenotato un costosissimo locale. Che bel vestito le dicono tutti quando arriva. Auguri, auguri. E t. sorride. Tutti sorridono come se si fossero preparati a farlo per anni e anni. t. ha un bicchiere vuoto in mano quando si accorge di una enorme macchia proprio in vita, distoglie lo sguardo per dimenticarla, la guarda ancora, la fissa e poi liscia la stoffa, la tende come se volesse levare via lo sporco con un gioco di prestigio. Ma sulla stoffa tesa la macchia si allarga. Scura al centro e sfilacciata lungo tutto il bordo irregolarmente tondo. È un disastro, e t. cerca di nasconderlo con una mano. Sapete, anche dietro questi anni tutto è in rovina, dice. E solleva il bicchiere. Auguri, auguri. Tutti la guardano. Ora non sanno cosa dire, non sanno cosa fare. Che dici? le dice lui. Ecco, questo è il punto, da venticinque anni si parlano usando due lingue.

Gate : Come un fiore che si stacca dal gambo

 

b. ha settantaquattro anni e gli occhi di un azzurro lattiginoso e spento come se dentro, di quel tempo, non ci fosse passato niente. Ha l’abitudine di dormire su di un fianco, voltando le spalle all’uomo, al vecchio che ogni sera le si distende accanto. Stanotte si è tirata ben bene la coperta rosa fin sulla testa. b. ci guarda attraverso e il buio terso si fa di un rosa rugginoso e marcio. b. torna a pensare spesso alla sua prima volta, quando si era aperta come un fiore all’uomo, ora vecchio. Che strano, non aveva sentito nessun dolore. È così per i fiori? Si aprono alla bellezza e di bellezza senza né sentire né sapere cosa o dove la bellezza sia? b. si scosta la coperta, scopre la testa e fa per girarsi verso l’uomo, il vecchio, come se da lui volesse una risposta, ma poi all’improvviso lo sente, è un dolore enorme, che si espande ovunque, e fiorisce, fino a riempire la stanza dal pavimento fino al soffitto, inutile come se fosse stato chiuso troppo a lungo, e fosse diventato altro che somiglia ad un tempo che non le era appartenuto. Resta ferma. Chiude gli occhi. È tardi adesso. Il buio le cade addosso, lieve come un fiore che si stacca dal gambo, senza ricordi. Forse ora finalmente sogna.

Gate : Ventitre Minuti

f. di quella sera ricorda solo che indossava un vestitino a fiori gialli. Nient’altro. E che mancavano ventitre minuti alla mezzanotte. Sì, in mente le è rimasto solo quel colore e l’ora esatta. Il gesto di scoprirsi il polso sollevando appena un petalo di stoffa. Ventitre alla mezzanotte. Ventitre minuti per rientrare a casa, come promesso. Quanta vita può passare in ventitre minuti? Un ultimo bacio, un’ultima risata, un ciao ci vediamo a scuola domani, un’ultima parola ancora da sussurrare in un orecchio e ancora un ciao ci vediamo domani a scuola. La banale giovinezza. O uno stupro. Ci sono molti modi di ricordare. E molti ce ne sono per dimenticare, f. di quella sera ha in mente solo un petalo giallo e l’ora esatta, le altre le passa a ricucire alla meno peggio il buio.

Gate: Una Bellezza Semplice

r. si sentiva predisposta solo alla bellezza. Non ci trovava nulla di male o sconveniente nel pensare che quello fosse un dono che la natura le aveva dato. Il cattivo gusto e le storture dei sentimenti le ferivano gli occhi e le aprivano di volta in volta piccolissime crepe che nel cuore le correvano ovunque sottili e fitte come linee su un foglio di carta millimetrata. Per lei avrebbe voluto nulla che non fosse perfettamente armonico, nulla che fosse meno del completo equilibrio che c’è nell’architettura della coppa immacolata di una calla, del suo stelo semplice e forte e delle sue turgide foglie a punta di lancia, e se questo non poteva averlo, se non poteva avere una vita fatta di una bellezza semplice allora non voleva avere nulla. Il 23 agosto di dieci anni fa uscì dalla sua casa e non vi fece più ritorno.