Dollies Store: Forse

Sera. Una famiglia. La cena frugale       gli avanzi del pranzo
un po’ d’insalata e per finire 
una macedonia dagli scarti salvati della frutta
la macedonia piace a tutti    – ancoraunpo’ancoraunpo’ – chiede
la piccola e porge il bicchiere – ancoraancoraancora –
la sua vocetta stride sul piano dell’aria
come un gessetto sulla lavagna – aspetta – dice il padre
e lei insiste                               – dipiùdipiù- spinge il bicchiere
come la testa di un ariete                        e il bicchiere
già colmo di frutta traballa fra le mani e il tavolo e Continua a leggere “Dollies Store: Forse”

Ah! : Le donne dell’Est

[…] Le donne dell’Est sono estratti di un passato che qui non ha mai lasciato queste strade. Hanno mèches percorse da una punta di giallo oro sfiammato di rossoviola che somiglia alla malinconia immobile che è anche nel resto delle cose. Scorrono dentro come un semplice memento alla bellezza per noi che da qui da un passato non ci siamo mai allontanati e per questo non abbiamo termini per farne adesso una questione di frontiere. Continua a leggere “Ah! : Le donne dell’Est”

Destini in corso

Se si baciassero sarebbe come se
per quel breve attimo una terribile tenerezza potesse
non solo tenere unite le loro bocche
ma anche sorreggere le loro vite, poi anche il bacio
si scioglierebbe nel sapore stantio di anni. Quando
le labbra perderebbero il contatto quel bacio
sarebbe già della stessa materia di cui sono fatti i ricordi.
Sfocherebbe, e infine  prossimo a svanire
sarebbe come un passato già dimenticato. Senza scambiarsi una parola
si volterebbero ed entrambi si allontanerebbero
proseguendo sui propri passi. La luce opaca del lampione
aprirebbe sul selciato un grande cerchio vuoto.
Lui si girerebbe per guardarla mentre si allontana. Gli sembrerebbe che
l’imbrunire la segua tingendo di un grigio cristallino
tutto intorno e la strada semi deserta
tacerebbe di un silenzio duro. Lui la guarderebbe
tagliare quel primo accenno di oscurità col suo passo frettoloso e
penserebbe che si sarebbe voltata soltanto
quando sarebbe stata certa che il buio
avesse ingoiato tutto lo spazio fra lei e lui prendendosi entrambi
nel suo vuoto, per sempre.
No. Non così.
Continua a leggere “Destini in corso”

Cosa dovevamo farne adesso?

Ci viene servito il pesce, e a questo punto
qualcuno tira fuori quella vecchia foto, da una tasca?
da una borsa ? sembra essere stata scavata
dalla stessa consunta malinconia
che impregna la tappezzeria e la piccola sala
che s’affaccia sul porto vecchio. Dai finestroni larghi
si scorgono le barche e il tendersi del cordame e
quel loro ipnotico torpore. Piove,
                                              com’è giusto che sia,
le gocce scivolano lente e sporche, e un tempo severo
lacca i vetri. C’è fumo e odore di pesce.

Continua a leggere “Cosa dovevamo farne adesso?”

Graffiti [ Reloaded]

La punta della costa detta dell’Orso s’insinua all’improvviso
e nel finestrino il mio riflesso sfuma nella macchia scura dei pini marini.
La curva piega a destra in quel punto.
Proprio lì l’estate accende d’eterno il giallo sfrontato delle ginestre,
e lo lascia sospeso fra le raffiche salmastre. TI AMO, dice una scritta,
qualcuno ha aggiunto in rosso -per sempre- come se nel tuffo nudo e arso  delle parole
anche l’amore potesse afferrarsi al volo immortale delle ginestre.
Accendo una sigaretta mentre la punta sfila,
poi si allontana alle spalle. Anche il silenzio nella macchina cade immobile.

L’altra sera ascoltavo Erri

Mulas ritrae Lucio Fontana

 

Ieri ascoltavo Erri. Lui era lì, di fronte a me
ma io riuscivo soltanto ad ascoltarlo
perché la sua faccia si spegneva e si accendeva
fra le teste di chi mi stava davanti.
Mi sembrava strana quella sua voce mite che parlava di rivoluzione,
era strano vederla arrampicare
come edera, e contorcersi sui muri a cinque stelle e antichi,
ma d’intorno tutto chiamava ad una Bellezza inerme:
l’erba del prato che solleticava i miei piedi, il suo profumo,
che è diverso perché  qui sull’alto di queste  colline
le radici affondano nel mare
e ovunque pensassero di fuggire gli occhi
ovunque era precipizio e cercare il coraggio di guardare.
E allora ti ho detto, non importa tutto questo, vero?
alla Bellezza si può perdonare di non essere perfetta?
E non lo so tu cosa mi hai risposto perché la sbavatura ,
mentre intanto cadeva a poco a poco una polvere di buio,
non era solo nel vizio che quel suo racconto
di guerre di lotte armate e dei morti ammazzati
che non hanno trovato mai giustizia
si posasse insieme al buio fra l’upper-class e la dolcezza dei limoni
ma era nello sfregio che la tua assenza lacerava nella sera,
nei brandelli che restavano nell’aria e si facevano pensiero
e il tuo silenzio sbatteva e sbatteva dentro la mia testa

                                 alla Bellezza si può perdonare di non essere perfetta?

alla Bellezza si può perdonare di non essere perfetta?

Questa estate brucia male

 

Questa estate brucia male.
I metereologi s’inventano strane depressioni
perturbazioni anomale,
l’anticiclone delle Azzorre che staziona altrove
o che sta lottando sull’oceano con el niño.
Io guardo le facce della gente
mentre maledice la vita, il governo ladro
e pure questa estate che la deruba.
Ma mai fidarsi della scienza, né dei numeri binari
e neanche della saggezza dei vecchi quando dicono
passerà anche questa lunga notte.
Io credo che certi respiri trattenuti,
possano decidere il destino delle nubi
io credo che quando l’aria resta ferma nel vuoto delle mie mani
possa ammalare senza rimedio l’anima delle persone
e il solo fatto che io non ti baci
possa in Giappone mandare a picco l’indice Nikkei .
Allora penso che dovrei fare un annuncio in mondovisione
chiedere scusa a tutti per i disagi, rivelare che
è solo perché tu mi manchi se sta andando tutto storto.

Autobiografie: Poesia 3

It's a small world- ed ruscha

 

13/6/2009. h 07.15 Poesia 3 nasce dal taglio
del volo di un gabbiano dentro un cielo già sfinito
di primo mattino e dalla luce che s’inietta nei colori
come se fosse un surrogato di felicità. Poesia 3
si trascina in questa stanchezza accesa
del dover puntare sempre in alto,
essere notizia che attraversa lo spazio,ma in fondo
cosa resta di quel gabbiano
e del suo scrivere l’aria ? Poesia 3 si ferma per un attimo
nel mio pensiero di una rincorsa e di un volo verso un punto
che nessuno ha mai raggiunto
poi si schianta fra i piatti da lavare e le corsie del supermercato,
molto lontana dalla nuova epica, e anche dalla cronaca locale.
È il 13/6/2009. h.10.33

Autobiografie: Poesia 2

ed ruska- I forgot to remeber to forget- 1984

 

11/6/2009 h.09.51. Poesia 2 nasce dalla pratica
del “ci vediamo”, del “ci sentiamo” e
dal tempo che frana e si accumula in un tempo che
non appartiene a niente. Poesia 2 si avviluppa fuori da ogni spazio
a questi scampoli di futuro nel baratto del non compiersi
e la dicotomia di una memoria del non ricordo che mi salva.
è l’astrazione dal corpo?
è il potere dell’essere invisibile ? Eppure
io credevo di essere già qui
sono le ultime parole di Poesia 2 prima di morire.
11/6/2009. h 23.45

Autobiografie : Poesia 1

ruska- the music from balconies-1984

 

10/6/2009 h 21.12.. Poesia 1 nasce dal rumore vivo
del dialetto dei bambini
nella strada. La casa vuota. Il buio sul geranio.
Poesia 1 vuole decifrare se ora questa tentazione
di dire un suono è il desiderio che quel rumore
sia lì per me, se quel geranio
brucerà di rosso anche dentro il vuoto.
Se invece resterà solo il suicidio di un giorno in un altro
e un’altra illusione che c’è dentro ogni suono.
10/6/2009 h. 23.18 . Poesia 1 muore.

“la mar”

la mar

 

“Pensava sempre al mare come la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che lo amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano le barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva e rifiutava grandi favori e se faceva cose strane e malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna , pensò.”
                                   [Il vecchio e il mare – Ernest Hemingway]

 

C’é appena un po’ di vento. Soffia dal mare
e lo fa di un colore verde pallido, lattiginoso come se fosse
di materia vetrosa appena scossa,
un alabastro antico andato in pezzi e poi pazientemente rimesso insieme,
come quelli che si vedono nelle teche dei musei e sono percorsi
da mille e mille sottilissime crepe che sanno di un mistero tramandato
un passato che il tempo non ha rimosso. Continua a leggere ““la mar””

Dollies store : outing sconclusionato

                   ” Tratto peculiare di Venezia: scomparire in un attimo, non
                     correre dietro al treno,non agitare a destra e a sinistra il capo
                   in cenno di saluto come fanno le altre città, quando le lasci-svanire
                   in un solo istante, come se non esistesse, come se non fosse mai esistita”
                                              

                                             (da- “Il giunco mormorante”- Nina Berberova”)

Ci sono milioni e milioni di scatti come questo,
altri visi, altri sfondi, altri vent’anni. Foto come queste
foderano i fondi di cassetti, diventano invisibili presenze,
l’arredo di una stanza.
I vent’anni sono sempre un gran casino
sono il caos, e niente di originale: i vent’anni si somigliano tutti in fondo.
Unico segno distintivo? il permanere della loro confusione,
la nebulosità in cui
restano.
Il loro è uno stato aeriforme
si contraggono, si dilatano, si modificano,
è così,
e poi diventano – a vent’anni…- un’epoca senza data,
e poi una trama, da ricordare
da raccontare.
Questa è una mia foto. A vent’anni.
E sarebbe facile a questo punto iniziare a scrivere una storia. Ma non c’è una storia.
E in questa foto il soggetto non sono io, né i miei vent’anni,
né un pregio ha la foto in sé che possa renderla particolare:
ha chiaroscuri troppo acquosi che sembrano sul punto di svanire
dal ruvido del foglio da disegno, una guancia sfinisce in un abbaglio,
sono vent’anni che erano già vecchi al momento stampa,
già tesi al logorio del tempo.
Eppure è una foto che, forse in modo del tutto casuale e
mescolando tutte le sue evidenti pecche,
mi crea il disagio di uno sfacciato outing di un pensiero
che in modo misterioso e oscuro diventa percepibile.
Il modo in cui vorrei scrivere è in questa foto. È lì, oltre ciò che appare.
Oltre l’immagine.
Che sia una poesia, una storia, purché sia qualcosa non in posa,
che sappia vincere il duro delle ossa,
e che liberi le vene dal pulsare liquido del sangue, che abbia il rigore della pietra
e che sconquassi ogni senso di bellezza nel disordine delle trecce,
e nell’ inconsapevole armonia degli elastici
che con uno sfregio ne trattengono l’intreccio.
In questa foto non so perché, non so come,
ma si è fermato tutto ciò che dello scrivere e della poesia mi sfugge,
tutti i perché e i come che l’annebbiano,
i perché e i come domarne i meccanismi.- è così-. In questa foto
non c’è la tentazione di guardare l’obbiettivo
per poi adeguarmi all’immagine capovolta
di una me stessa che non riconosco.
C’è uno straniamento senza contendenti e senza eventi.
C’è una calma senza difesa.
Un semplice claustrofobico istante
in cui tutto si compie, o forse niente.
È una piena e totale e perfetta banalità di un attimo
di cui cerco le parole e non le trovo .

Segni

 

Del primo non te ne accorgi. È un pacchetto di sigarette vuoto
che ti fa uscire. Il giorno: un vagito
che proviene da dietro la collina. L’attesa del mare:
un respiro paziente, uno sguardo senza compassione.
Tutto sembra pronto, come prima dell’inizio di una lezione
la stessa tensione, le stesse prove di odori, gli stessi tentativi di rumori.
Dalla spiaggia il mare sembra buono, una cosa senza trucchi
l’evidenza di un fatto che non dà da pensare, come quando dici che ci credi.
Quando ritorni sui tuoi passi, col mare ci riempi la borsa della spesa,
ci riempi le parole che dici, le parole che ascolti, e via via tutte le ore fino a sera
quando prima di dormire, hai l’abitudine di guardare il tempo.
Segna : 00.00 – è un buon segno- pensi, come se avessi fatto solo un brutto sogno.

Era tempo

 

Antonia la vecchia cammina con le gambe larghe. Le trascina,
strusciando sul pavimento le ciabatte. I piedi stanno larghi,
l’uno a destra, l’altro a sinistra.
I passi piccoli, costretti dall’orlo della gonna.
È come se trattenesse qualcosa lì, in mezzo a quelle gambe
che sembrano radici, scarnite dal salire e scendere le scale.
Se si sente osservata si stringe nelle spalle, ne alza una più dell’altra e ride.
Ride con i pochi denti che le restano, arricciando la pelle
che si stropiccia intorno agli occhi come carta velina. Ride,
che sembra un ghigno
che quasi di donna non ha più niente.
Antonia la vecchia non è vecchia di anni, ma di fatica,
eppure non l’ho vista mai sedersi. Se si ferma se ne sta semplicemente ferma
con le gambe larghe dentro il tempo.
È duro salire e scendere scale,
portare sulle spalle il peso di una cesta di limoni. La schiena si piega,
i polpacci sono duri e gonfi,
i talloni pestano con forza le pietre vive delle scale sconnesse. Scendono le donne,
con le gambe larghe
per mantenere l’equilibrio, e
imparano a stringere le cosce. È solo quello a distinguerle dai maschi.
Il sudore però è lo stesso.
Ma ci sono giorni in cui è l’odore che si portano addosso
ad essere diverso.
Ma non c’è tempo per fermarsi. -Tac tac tac tac –
Suonano le scale un blues mediterraneo.
-Tic tac tic tac – Il tempo chiede.
E Antonia la vecchia non si è mai fermata,
neanche quando si è accorta che stringere le cosce non basta.
Lei lo ha fatto nascere lì nel giardino di limoni.
Abbracciata all’albero, stretta e senza il pudore delle lenzuola,
stretta come se fosse al suo uomo, la gonna alzata fin sopra le ginocchia,
i piedi scalzi puntati nella terra. Umida, nera. donna. Aveva spinto.
Lo fece nascere così, soffocando il dolore nelle foglie.
Quando scivolò giù lento,
lei dice, che fece lo stesso rumore di un frutto maturo
e poi aggiunge – era tempo-

Settembre

E oggi nel vicolo sui muri passa come un vento che porta via gli annunci dei concerti.
Quelli delle sagre si scambiano i colori a graffi e a morsi. Resistono intatti un po’ nei lembi ciondolanti, poi si staccano come fanno già le foglie. Il nome di un artista rotola sui basalti, corre preso da un’improvvisa fretta, poi vola via, in alto, in un punto così lontano che già non lo ricordi. Sugli stessi muri fioriscono bianchi e neri gli addii ai vecchi.
Le ore oggi mancano gli appuntamenti. Ti accorgi adesso che le ore diventano imprecise come se il tempo avesse smarrito l’orologio.
Ed è strano come all’improvviso in settembre il mare si cancelli.
Scioglie nell’oblio i suoi sentieri, torna alla sua forma astratta. Liquido e sfuggente. Il camminare da una sponda all’altra a piedi nudi sulle acque svanisce. Come un miracolo che di colpo si rivela un’impostura. In qualche posto il mare è “al mare”, in altri “al di là del mare”. E come lui, anche tu qui, come un lato da immaginare a caso .