Gate : Ventitre Minuti

f. di quella sera ricorda solo che indossava un vestitino a fiori gialli. Nient’altro. E che mancavano ventitre minuti alla mezzanotte. Sì, in mente le è rimasto solo quel colore e l’ora esatta. Il gesto di scoprirsi il polso sollevando appena un petalo di stoffa. Ventitre alla mezzanotte. Ventitre minuti per rientrare a casa, come promesso. Quanta vita può passare in ventitre minuti? Un ultimo bacio, un’ultima risata, un ciao ci vediamo a scuola domani, un’ultima parola ancora da sussurrare in un orecchio e ancora un ciao ci vediamo domani a scuola. La banale giovinezza. O uno stupro. Ci sono molti modi di ricordare. E molti ce ne sono per dimenticare, f. di quella sera ha in mente solo un petalo giallo e l’ora esatta, le altre le passa a ricucire alla meno peggio il buio.

Gate: Una Bellezza Semplice

r. si sentiva predisposta solo alla bellezza. Non ci trovava nulla di male o sconveniente nel pensare che quello fosse un dono che la natura le aveva dato. Il cattivo gusto e le storture dei sentimenti le ferivano gli occhi e le aprivano di volta in volta piccolissime crepe che nel cuore le correvano ovunque sottili e fitte come linee su un foglio di carta millimetrata. Per lei avrebbe voluto nulla che non fosse perfettamente armonico, nulla che fosse meno del completo equilibrio che c’è nell’architettura della coppa immacolata di una calla, del suo stelo semplice e forte e delle sue turgide foglie a punta di lancia, e se questo non poteva averlo, se non poteva avere una vita fatta di una bellezza semplice allora non voleva avere nulla. Il 23 agosto di dieci anni fa uscì dalla sua casa e non vi fece più ritorno.

Gate : Stile Moresco

f. ogni sera recita una preghiera che più o meno fa così. Oh cuore, piccolo cuoricino che te ne stai chiuso nella tua gabbietta e tutta la vita vivi da prigioniero, dimmi come fai da lì a sentire e vedere tutto quello che accade fuori, come fai ad avere tanti sussulti senza avere né gli occhi né le orecchie, come fai se nessuno te lo ha mai insegnato a riconoscere le cose belle se, nel buio dove vivi, ti circondano tetri rumori che sembrano nascere da creature spaventose, e dimmi oh cuore, piccolo cuoricino come fai ad avere tanta speranza e tanta pazienza nel fare il tuo lavoro fino alla fine, intanto che aspetti che qualcosa di bello arrivi, dimmi, insegnami la tua pazienza ora che è notte e sono anch’io qui nel buio, oh cuorino prigioniero, e sono proprio uguale uguale a te. Poi f. chiude gli occhi e nel silenzio della sua stanzetta tutto ciò che sente è il suo cuore che le risponde tump… tump… tump…tump…tump e lei non capisce.

Gate : Arabesque

c. è esagerata in tutto. Si carica la faccia di rossetto, mascara e ombretti, e i suoi vestiti sono caleidoscopici intarsi di colori sovrapposti. Non è sempre stato così, questo se lo ricorda, ma ora ogni mattina perde ore e ore a far sparire le emozioni sotto cumuli di stoffe e di trucco. Ha tantissimi uomini. Ne colleziona i nomi che scrive diligentemente su un taccuino piccolo piccolo dalla copertina color cannella. Le lettere, per mancanza di spazio, su quei fogli piccoli piccoli si attorcigliano come un arabesque, e sembrano scritte in una strana lingua, molto complicata. Lei però si stupisce sempre di come gli uomini siano monotonamente uguali con il solo sesso eretto, e le è rimasta l’abitudine di chiamarli tutti “amore”.

 

Gates

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“[…] Mother of fire, let me stand at your devouring gate
as the sun dies in your arms and you loosen its terrible weight.”
              (Anne Sexton – “Angel of Fire and Genitals.”)

L’oltre limitato dai cancelli mi ha sempre affascinato. Qui, lungo la Costa, di cancelli ve ne sono a decine. Le loro sagome, a volte esili a volte severe altre possenti e minacciose, di tanto in tanto interrompono i muretti, e tagliano lo sguardo verso il mare o il fitto del verde con intrighi di linee, ghirigori e punte. Spesso sembrano aprirsi sul precipizio di un vuoto solitario e immobile o stagliarsi sospesi sul segreto di un universo a cui non è dato l’accesso.
La resistenza che essi oppongono all’indefinito confine fra il dentro e il fuori non è dissimile dalle parole e dal loro silenzioso suono: credi di averli scardinati, ma stai solo annaspando con le mani dentro l’aria.