Le lettere


Non c’è nulla che gli si possa opporre. Anche l’animo più nobile e distaccato, prima o poi, si lascia tentare e da quell’istante inizia ad accarezzare l’idea del possibile avverarsi di quel sogno di veder pubblicata, nero su bianco, la sua fatica.
Un libro in sé è un oggetto fragile, lo si può ridurre in pezzi, strapparlo, bruciarlo, sommergerlo fino a veder sbiadire il nero dell’inchiostro, o lo si può dimenticare in una camera d’albergo o, stanchi, sulla poltrona sdrucita dopo un lungo viaggio, oppure lo si può ignorare. Ad un libro possono accadere infinite cose che ne possono determinare il finire, lo svanire non solo da te lettore ma anche da te che lo avevi scritto, eppure la pubblicazione cartacea resta una sorta di monumento, l’incoronazione eletta del segno scritto, il permanere materiale dell’immaterialità del proprio pensiero, l’elaborazione in cui anche una fantasia si concretizza attraverso la leggerezza di un foglio di carta e l’impronta di un dito sconosciuto lasciata mentre lo sfoglia.
E tutto quel palpitare, anelare, tutto questo ansare, fremere, sognare che costituisce l’insieme del processo che è compreso fra momento in cui si è “chiuso” un testo e quello in cui lo si vede stampato su carta, e allora finalmente ti appare in tutta la sua fragilità eppure cosa palpabile, idea divenuta oggetto, ed lì col tuo nome, tutto questo rollercoaster emotivo l’ho vissuto anch’io qualche anno fa, anche se il libro in questione era di quelli che solitamente sono contrassegnati dall’acronimo AA.VV, un’antologia destinata come tante a diventare null’altro che una voce aggiunta al curriculum se mai un curriculum, un giorno, ti fosse stato richiesto.
Del libro infatti ben presto se ne perse ogni traccia come a volte è giusto che sia, e più che dei racconti, di cui ho un vaghissimo ricordo, non possedendone del libro una copia, mi è rimasta un’antologia di istanti, di cose, di persone ad esso legato come le ore trascorse una sera con Maura, la curatrice, ore in cui parlammo e parlammo fino a notte alta, la e-mail che qualche tempo dopo ricevetti da Cosimo in cui mi diceva semplicemente che gli era piaciuto molto il mio racconto, il rosso del vino in cui cercai di offuscare la timidezza la sera della presentazione, e di quella stessa sera l’impermeabile di Franz che non tolse mai di dosso, l’espressione della sua faccia che sembrava dire come ci sono finito io qui, la pioggia nel fumo delle sigarette, la gentilezza di Michelangelo che si offerse di riaccompagnarmi a casa, Marco che rincontrai per caso mesi e mesi dopo ad una presentazione presso una libreria dove fra gli scaffali mi mostrò una copia highlander di quella nostra antologia, e con cui mi ritrovai in un chissàdove milanese senza sapere come fare per tornare a casa, il taxi, la cena e l’ospitalità che gli offrii a casa con i miei figli, e la lunga chiacchierata semplice che ci portò a parlare di tantissime cose.
Io credo che ogni libro, ogni testo si porti dentro, oltre ciò che narra, anche queste storie disperse nella casualità fatale del tempo, e in qualche modo attraverso queste essi r-esistono anche quando nella loro realtà falliscono.
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Dollies Store: Forse

Sera. Una famiglia. La cena frugale       gli avanzi del pranzo
un po’ d’insalata e per finire 
una macedonia dagli scarti salvati della frutta
la macedonia piace a tutti    – ancoraunpo’ancoraunpo’ – chiede
la piccola e porge il bicchiere – ancoraancoraancora –
la sua vocetta stride sul piano dell’aria
come un gessetto sulla lavagna – aspetta – dice il padre
e lei insiste                               – dipiùdipiù- spinge il bicchiere
come la testa di un ariete                        e il bicchiere
già colmo di frutta traballa fra le mani e il tavolo e Continua a leggere “Dollies Store: Forse”

Dollies store: sulla strada


 

Ah! che gran fortuna incrociarci sconosciuti
nel magico crepuscolo,
io, salda sui miei piedi passo dopo passo,
da un punto all’altro dei paesi
a mettere le onde in fila alla maniera di certi versi
con il naso perso nella presunzione
di mettere in rima “mare” Continua a leggere “Dollies store: sulla strada”

Dollies store : outing sconclusionato

                   ” Tratto peculiare di Venezia: scomparire in un attimo, non
                     correre dietro al treno,non agitare a destra e a sinistra il capo
                   in cenno di saluto come fanno le altre città, quando le lasci-svanire
                   in un solo istante, come se non esistesse, come se non fosse mai esistita”
                                              

                                             (da- “Il giunco mormorante”- Nina Berberova”)

Ci sono milioni e milioni di scatti come questo,
altri visi, altri sfondi, altri vent’anni. Foto come queste
foderano i fondi di cassetti, diventano invisibili presenze,
l’arredo di una stanza.
I vent’anni sono sempre un gran casino
sono il caos, e niente di originale: i vent’anni si somigliano tutti in fondo.
Unico segno distintivo? il permanere della loro confusione,
la nebulosità in cui
restano.
Il loro è uno stato aeriforme
si contraggono, si dilatano, si modificano,
è così,
e poi diventano – a vent’anni…- un’epoca senza data,
e poi una trama, da ricordare
da raccontare.
Questa è una mia foto. A vent’anni.
E sarebbe facile a questo punto iniziare a scrivere una storia. Ma non c’è una storia.
E in questa foto il soggetto non sono io, né i miei vent’anni,
né un pregio ha la foto in sé che possa renderla particolare:
ha chiaroscuri troppo acquosi che sembrano sul punto di svanire
dal ruvido del foglio da disegno, una guancia sfinisce in un abbaglio,
sono vent’anni che erano già vecchi al momento stampa,
già tesi al logorio del tempo.
Eppure è una foto che, forse in modo del tutto casuale e
mescolando tutte le sue evidenti pecche,
mi crea il disagio di uno sfacciato outing di un pensiero
che in modo misterioso e oscuro diventa percepibile.
Il modo in cui vorrei scrivere è in questa foto. È lì, oltre ciò che appare.
Oltre l’immagine.
Che sia una poesia, una storia, purché sia qualcosa non in posa,
che sappia vincere il duro delle ossa,
e che liberi le vene dal pulsare liquido del sangue, che abbia il rigore della pietra
e che sconquassi ogni senso di bellezza nel disordine delle trecce,
e nell’ inconsapevole armonia degli elastici
che con uno sfregio ne trattengono l’intreccio.
In questa foto non so perché, non so come,
ma si è fermato tutto ciò che dello scrivere e della poesia mi sfugge,
tutti i perché e i come che l’annebbiano,
i perché e i come domarne i meccanismi.- è così-. In questa foto
non c’è la tentazione di guardare l’obbiettivo
per poi adeguarmi all’immagine capovolta
di una me stessa che non riconosco.
C’è uno straniamento senza contendenti e senza eventi.
C’è una calma senza difesa.
Un semplice claustrofobico istante
in cui tutto si compie, o forse niente.
È una piena e totale e perfetta banalità di un attimo
di cui cerco le parole e non le trovo .

Era tempo

 

Antonia la vecchia cammina con le gambe larghe. Le trascina,
strusciando sul pavimento le ciabatte. I piedi stanno larghi,
l’uno a destra, l’altro a sinistra.
I passi piccoli, costretti dall’orlo della gonna.
È come se trattenesse qualcosa lì, in mezzo a quelle gambe
che sembrano radici, scarnite dal salire e scendere le scale.
Se si sente osservata si stringe nelle spalle, ne alza una più dell’altra e ride.
Ride con i pochi denti che le restano, arricciando la pelle
che si stropiccia intorno agli occhi come carta velina. Ride,
che sembra un ghigno
che quasi di donna non ha più niente.
Antonia la vecchia non è vecchia di anni, ma di fatica,
eppure non l’ho vista mai sedersi. Se si ferma se ne sta semplicemente ferma
con le gambe larghe dentro il tempo.
È duro salire e scendere scale,
portare sulle spalle il peso di una cesta di limoni. La schiena si piega,
i polpacci sono duri e gonfi,
i talloni pestano con forza le pietre vive delle scale sconnesse. Scendono le donne,
con le gambe larghe
per mantenere l’equilibrio, e
imparano a stringere le cosce. È solo quello a distinguerle dai maschi.
Il sudore però è lo stesso.
Ma ci sono giorni in cui è l’odore che si portano addosso
ad essere diverso.
Ma non c’è tempo per fermarsi. -Tac tac tac tac –
Suonano le scale un blues mediterraneo.
-Tic tac tic tac – Il tempo chiede.
E Antonia la vecchia non si è mai fermata,
neanche quando si è accorta che stringere le cosce non basta.
Lei lo ha fatto nascere lì nel giardino di limoni.
Abbracciata all’albero, stretta e senza il pudore delle lenzuola,
stretta come se fosse al suo uomo, la gonna alzata fin sopra le ginocchia,
i piedi scalzi puntati nella terra. Umida, nera. donna. Aveva spinto.
Lo fece nascere così, soffocando il dolore nelle foglie.
Quando scivolò giù lento,
lei dice, che fece lo stesso rumore di un frutto maturo
e poi aggiunge – era tempo-

Dollies Store – La nuvola

Volevo dire qualcosa. Ma me ne sto zitta. Le cose non è che si devono sempre dire a voce alta, basta dirsele nella testa. Però bisogna dirsele proprio come se le stessi dicendo a qualcuno. Se le dici per filo e per segno, allora fanno quasi lo stesso effetto di quando le dici ad alta voce. E poi tanto si sa, a chi interessa veramente sapere quello che vuoi dire? Chi ti ascolta? Parlare, dire, questo sì, questo interessa a tutti. Bla bla bla.
Che cielo che c’è oggi. Azzurro. Neanche l’ombra di una nuvola. È pulito, lucido come se ci avessero passato ora ora la cera a specchio. Continua a leggere “Dollies Store – La nuvola”