Backstage con intervista

Qualche mese fa, tre all’incirca ma dovrei controllare, lo scrittore e amico Franz Krauspenhaar m’inviò una email. Era di quelle un po’ generiche in cui si chiedeva al destinatario se avesse voglia di rispondere dalla propria personale prospettiva e in piena libertà ad alcune domande “semiserie”, le risposte sarebbero state poi da lui riproposte sul blog collettivo “La poesia e lo spirito”.
Più per curiosità che per una effettiva intenzione ad accettare l’invito, ho aperto il file allegato. Ho dato un sguardo alle domande e sorridendo ho subito risposto mentalmente e d’istinto ad alcune, altre ho lasciato che scorressero. Terminata la lettura, mi sono ripromessa di scrivere più tardi una email per ringraziare ma allo stesso tempo cortesemente rifiutare.
La pagina word con le domande è rimasta aperta sul mio pc e quasi senza volerlo ho iniziato a rispondere a quasi tutte le domande nei momenti di pausa da altro. Quando ho completato il questionario mi sono detta – perché no?- e l’ho inviato al mittente.
La serie delle interviste con la sua carrellata di autori, scrittori e poeti, più o meno conosciuti è andata avanti nel corso dell’estate con un discreto successo (non mi sembra che ci sia un link che le raduni tutte, quello del blog è fra i link del mio blogroll ). Onestamente non so se ( dopo un certo numero di autori l’interesse inevitabilmente cala e le risposte sembrano somigliarsi tutte e anche i commentatori non sanno più che inventarsi) o quando proseguirà.
La mia la propongo intanto qui. Sebbene tentata da qualche correzione non è stata modificata se non con l’aggiunta di una sorta di back stage e brevi riflessioni…semiseri anch’essi.

 

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Gesti #10


Pioverà. L’alzarsi del vento è di quell’indefinibile inquietudine e sollievo che mi prende ogni volta che ritorno qui, anche se questo è il mio paese di cui ogni giorno posso guardare i filamenti nelle sue ultime case che arginano il brusco della roccia. Sembra quasi siano lì solo per impedirle di rovinare in mare. E nei pennelli puntuti di verde scuro dei cipressi che sbavano nel verde chiaro dei filari dei limoneti. Il resto è un qualcosa immaginato e familiare nascosto e rappreso dietro la curva che sale.
La pioggia ora è più che una minaccia, anche se ancora sospesa in un – forse pioverà.- M’incammino verso le luci del palco. Il vento rafforza. Gonfia l’impalpabile scenografia dei teli leggeri, bianchi e neri, tagliando il buio della sera come un mare di Milton Avery.
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Jazz on the Coast : Davide vs Golia

Dei tagli alla Cultura se ne sta parlando molto ma, se i grandi eventi riescono in qualche modo a sopravvivere grazie a sponsor e finanziamenti, seppur ridotti, da parte di Provincia e Regione e/o altri enti pubblici e privati, la percezione della reale entità di questa contrazione che pone una preoccupante battuta di arresto alla naturale crescita culturale di un Paese si coglie soprattutto nella moria di quelle manifestazioni che sono nate, e nel tempo sono proseguite con tenacia anche per contrastare l’eventualità che ciò a cui invece stiamo assistendo potesse accadere.
Pochi gli ingredienti a loro sostegno: passione, impegno, quell’amore che si deve alla propria terra e quel poco vile danaro necessario per coprire le spese. I primi, seppur malconci, restano non ostante, ma quando il danaro viene a mancare del tutto poco si può fare per contrastare il destino.
Ammirevole dunque l’impegno della locale amministrazione che, in totale controtendenza, ha coraggiosamente deciso di opporsi all’inevitabile e definitivo concludersi di una manifestazione che con i suoi appuntamenti per ben quindici anni ha caratterizzato, per qualità e riscontro in termini di gradimento, le estati minoresi.
Solo due le date per questa sedicesima edizione di Jazz on the Coast, ma che io ritengo sufficienti non solo come segno di buona volontà, ma soprattutto come forma di resistenza verso chi vorrebbe questa nostra Costa perennemente sopita.
Non conosco le proposte di queste due serate: The Cookers e Aaron Goldberg trio, ma in fondo quale altro fine dovrebbe essere perseguito da un evento culturale se non quello sì di assecondare passioni e preferenze ma anche allargare e spingerne in avanti i confini e le conoscenze?

Per informazioni:
http://www.jazzonthecoast.it/

Gesti # 9

 

Io vivo al primo piano di uno stabile. Questo è uno dei motivi per cui raramente uso l’ascensore. Un altro probabilmente trova le sue radici nel fatto che per molti anni ho vissuto in un palazzo privo di ascensore e l’appartamento in cui abitavo con la mia famiglia era al quarto piano, e dunque salire e scendere più volte al giorno i cento gradini e più o forse meno, che dall’ingresso mi conducevano alla mia abitazione e viceversa, era un gesto abituale automatico, direi inevitabilmente necessario.
Ero solita salire e scendere le rampe delle scale proiettandomi sui gradini a due a due. Scendendo, da ragazzina, a volte evitavo del tutto gli ultimi e mi lasciavo scivolare sul bordo liscio del corrimano. La cosa più divertente però era assecondare la sua curva stretta quando arrivava al piano, e io, tenendomi appena al tubo che trafiggeva il suo centro dal pianoterra fino al soffitto dell’ultimo piano, mi lasciavo andare alla velocità acquistata nella pendenza e, quasi per inerzia, giungevo all’incirca al primo metro più in basso della rampa successiva.
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Gesti # 8



La scorsa estate ho deciso di stampare, riunendola in un taccuino, una delle mie raccolte di poesie. Con l’aiuto di un amico grafico ne abbiamo curato l’aspetto, l’impaginazione e la stampa, e ne è venuto fuori un librettino che aderiva abbastanza alle mie aspettative.
Quella stessa raccolta, o meglio parte di essa, mi aveva permesso qualche mese prima di ritrovarmi fra i finalisti di un concorso promosso dalla città di Chieri che assicurava al vincitore la pubblicazione da parte di una qualificata casa editrice. Il mio percorso però non era andato oltre. Decisi allora di mandare personalmente la raccolta ad un paio di editori.
Non ricordo di preciso quali, ma ricordo che fra i tanti che pubblicano poesia la mia scelta cadde su quelle case che 1) non chiedessero soldi, 2) non pubblicassero a go-go qualsiasi cosa andasse a capo 3) fra i curatori delle collane ci fosse qualcuno che avevo avuto modo di apprezzare. Insomma cercai un certo compromesso senza mirare né troppo in alto, né troppo in basso, e decisi anche che due tentativi fosse un numero sufficiente per assecondare e accontentare la mia ambizione.
Le case editrici erano di quelle che nei loro siti online s’introducono presentando il proprio lavoro come il frutto di passione, vitalità e rispetto nonché ricerca di qualità e ostinazione nel voler dar voce alla poesia contemporanea lottando con tenacia contro i colossi della grande editoria e bla e bla e bla, e in cui le foto nel chi siamo sono sempre un po’ sfocate quasi avvolte da una nebbiolina celestiale, i volti posti a tre-quarti verso l’obbiettivo e sorridenti, mai poco mai tanto, e che sembrano sempre dire –non lasciarci svanire -. Continua a leggere “Gesti # 8”

Gesti#7

 

Oggi ho giocato un po’ a tennis. Quando ho finito, oltre a non sapere o forse non volere dare una risposta a chi vedendomi tornare a casa racchetta in spalla grondante di sudore dopo un’ora trascorsa a correre di qua e di là nel pieno della calura mi chiedeva perché, come fa ogni persona sensata, non avessi preferito starmene al mare, c’era anche un’altra cosa che mi girava in testa.
Il punto è che a tennis ho iniziato a giocare da ragazzina, ricordo molto vagamente un maestro che mi mise una racchetta nella mano, la destra, durante un’estate di chissà quale anno, e ricordo me svolazzante timidamente col bianco gonnellino plissé. Dopo quel corso estivo e dopo aver appreso i primi rudimenti ho abbandonato quasi del tutto questo sport. Quasi, perché, per puro passatempo, di tanto in tanto ho continuato a dare qualche tiro.
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Una radio straordinaria(?)

Ripensavo a Cheever in questi giorni, in particolare al racconto “Una radio straordinaria”, riflettevo sulla sua intuizione nel prevedere come l’evoluzione della società avrebbe portato la realtà ad assomigliare ad un’amorfa apparenza della realtà stessa, e quella che fino a qualche anno fa appariva una soluzione narrativa fantasiosa per rimestare nell’opaca middle-class abbarbicata nei suoi piccoli quanto ottusi desideri e conquiste, oggi pare realizzarsi come realtà piena e totale e pregnante.
Nel racconto l’apparecchio radio all’improvviso inizia a trasmettere le voci dei vicini e finisce con lo svelare alla  protagonista, la candida e altrettanto ottusa Irene, come quel mondo per cui si è preparata tutta la vita e di cui cerca di far parte sia in realtà imperfetto e ordinario, che la sua stessa vita lo è, e anche lei lo è.
La radio le consente di sintonizzarsi sulle vite di coloro con cui avrebbe voluto essere identificata, ma la verità di fronte alla quale va a trovarsi è la rivelazione della finzione di un mondo perfetto inesistente,  la cui vita appare segnata dalla negazione di qualsiasi redenzione. Attraverso il disvelarsi della pochezza altrui si sgretola la sua presunzione di purezza, il suo piccolo mondo viene risucchiato dalla cloaca, la rispettabilità agognata puzza almeno quanto quella di trovarsi nella condizione di non poterne esserne parte. Continua a leggere “Una radio straordinaria(?)”

Leader e Piazzisti

 

[…] Ora vi chiedo di prestare assoluta attenzione a una cosa che lì per lì può sembrare ovvia. Tra un grande leader e un grande piazzista esiste una differenza. Ci sono anche delle somiglianze, certo. Un grande piazzista di solito è carismatico e accattivante, e spesso riesce a farci fare cose (comprare cose, approvare cose) che forse da soli non faremmo, e sentendoci nel giusto. Inoltre, molti piazzisti sono fondamentalmente rispettabili e sotto tanti aspetti ammirevoli. Ma un piazzista, anche un grandissimo piazzista, non è un leader. Questo perché per un piazzista il movente ultimo e predominante è l’interesse personale: se compriamo quello che lui vende, lui ci guadagna. Perciò, anche se il piazzista ha una personalità molto potente, carismatica, e in grado di suscitare ammirazione, e magari riesce addirittura a convincerci che comprare è nel nostro interesse (cosa che può essere vera), tuttavia una piccola parte di noi sa sempre che in ultima sede ciò che il piazzista vuole è qualcosa per se stesso. E questa consapevolezza è dolorosa… anche se, certo, è un dolore piccolino, più simile a una fitta, spesso inconscia. Ma se si è soggetti ai grandi piazzisti e alle strategie vendita e alle teorie di marketing per lunghi periodi- come quando da bambini si guardano i cartoni animati del sabato mattina, per esempio- è solo questione di tempo prima che in noi si radichi la convinzione profonda che tutto sia questione di vendite e di marketing, e che ogni volta che qualcuno dà l’impressione di interessarsi a noi o a qualche idea o causa nobile, quella persona sia un piazzista, a cui in fin dei conti di noi o delle cause non frega un accidente, ma che in realtà vuole qualcosa per se stesso.
Alcuni credono che il nostro ultimo vero leader sia stato Ronald W. Reagan (1981-89). Molti di loro, però, non sono giovani elettori. Già negli anni Ottanta molti giovani americani, che erano capaci di riconoscere un piazzista da un leader a un chilometro di distanza, avevano capito che Reagan altro non era che un grande piazzista. Ciò che vendeva era l’idea di se stesso come leader. E se, mettiamo, avete meno di trenta-cinque anni, ogni singolo presidente degli Stati Uniti con cui siete cresciuti è stato più o meno la stessa cosa:un piazzista di grande talento, circondato da abili e costosissimi strateghi politici e consulenti media, e spin doctor che gestiscono la sua “campagna” (come in “campagna pubblicitaria”) e lo aiutano a venderci l’idea che è nel nostro interesse votare per lui. Ma il vero interesse che guidava tutte queste persone era il loro. Volevano, più di ogni altra cosa, Essere Presidenti, volevano il potere ottundente e il prestigio, l’immortalità storica. Glielo leggevi negli occhi. (I giovani elettori tendono ad avere una vista particolarmente acuta per queste cose). Ecco perché queste persone non sono state veri leader: perché era evidente che il loro movente più profondo ed elementare era egoistico, non c’era possibilità che potessero ispirarci a trascendere il nostro egoismo personale. Di solito, anzi, hanno contribuito a rafforzare in noi la convinzione, figlia del marketing, che ciascuno debba sostanzialmente badare a se stesso, e che la vita sia fatta solo di vendite e profitti e che parole ed espressioni come “devozione” e “comunità” e “patriottismo”e”dovere” e “Restituire il governo al popolo” e “Sento la vostra sofferenza” e “Conservatorismo compassionevole” altro non sono che le strategie di vendita dell’industria politica, proprio come “antitartaro” e “ alito più fresco” sono la strategia di vendita di quella dei dentifrici. Possiamo anche votarli, un po’ come possiamo andare a comprare il dentifricio. Ma non ci sentiamo ispirati. Non sono la cosa vera. […]

Da: Considera l’aragosta- David Foster Wallace

Tiziano Scarpa: La vita, non il mondo

      

                  

[…]“Un momento ancora questo: -Quanto tempo è passato!-. Ci sta bene. La gente dirà che sono un talento di tipo artigianale, che padroneggio la forma, se, come ho appena fatto, alla fine aggiungo in modo incantevole le parole con cui ho esordito.
( Robert Walser- da: Storie che danno da pensare-)

Un ipotetico sottotitolo per questo libro potrei rubarlo a Robert Walser e al suo “Storie che danno da pensare”, e non solo perché le piccole storie walseriane richiamano il contenitore delle mille battute in cui Scarpa riversa e contiene la sue, ma soprattutto per l’angolazione da cui queste storie vengono lasciate scorrere allo sguardo del lettore. Come Walser, anche Scarpa si pone come osservatore di una micro-quotidianità che aleggia ed esiste come polvere sottile per brevi attimi prima di cadere in terra ed essere inglobata nel tessuto dell’esistenza. Continua a leggere “Tiziano Scarpa: La vita, non il mondo”

E. Hopper – J.D Salinger: l’arte di andare via

Credo di non aver mai prestato la giusta attenzione ai due quadri di Hopper conosciuti come Soir Blue e Girlie Show. Entrambi mi erano sempre sembrati anomale interpretazioni dei temi cari ad Hopper. Sebbene appartengano a due epoche diverse, i soggetti ritratti nelle due tele e in particolare quelli su cui l’attenzione è veicolata, il Pierrot in Soir Blue fra gli avventori ai tavoli di una Parigi dei primi del Novecento e la nudità esposta della ballerina in Girlie Show , si presentano sia nella posa che nell’abbigliamento quasi estranei alla dinamica di quell’epoca che in Hopper trova il suo più malinconico cantore. Continua a leggere “E. Hopper – J.D Salinger: l’arte di andare via”

Smart vs Stupid

 

La timidezza nasce soprattutto dal timore di apparire inadeguati. Alla sua base c’è un’eterna lotta fra la staticità che la condizione di timido comporta e l’agire. La vita di un timido ha come roommate ogni genere di preoccupazione, dalla più insignificante, che viene normalmente ignorata dai più, a quella più ingombrante, che solitamente è razionalmente superata da chiunque.
Di fronte alla stupidità e all’intelligenza dell’interlocutore il timido teme di dire o fare qualcosa di troppo intelligente o stupido che lo escluda almeno quanto la sua stessa timidezza.
In ogni caso il timido vive una sorta di non vita. Egli  conduce un’esistenza doppia, schizofrenica, vissuta nella propria duplice immagine perfettamente sovrapposta di chi si vede sempre ai blocchi di partenza e contemporaneamente nello slancio dello scatto, ma mai o quasi mai a concludere l’azione. Varcare la linea d’arrivo con successo  è per il timido un traguardo che quando si raggiunge viene annotato sotto la voce “evento epocale”.
A nascere timidi ci si dovrebbe augurare due cose: o essere timidi e stupidi e quindi non avere percezione della propria condizione ed essere così a questa  totalmente assenti,   o nascere timidi e intelligenti e dunque avere la consapevole lucidità e accettazione che nonostante tutto la loro sarà una vita di solitudine, che troverà l’unico riscatto in un silenzioso assistere alla stupidità altrui.
All’intelligenza del timido si associa anche una sorta di malinconico cinismo che potremmo definire salvifico poiché gli apre una serie di scappatoie che gli consentono in qualche modo di destreggiarsi nel disagio della propria timidezza.
Ma ho già detto che il timido non ha mai il conforto della certezza e dunque anche il corso della vita del timido intelligente  non è semplice poiché  ha come punto di arrivo un irraggiungibile e continuo superare se stesso nella speranza di riuscire a riscattare un giorno l’esilio in cui la timidezza l’ha costretto.
Ma l’ostacolo più ingombrante del timido è che sentirsi o riconoscersi stupidi o intelligenti, nella percezione di se stesso, si alternano irrazionalmente, in forma entropica, presentandosi in modo disordinato, imprevedibile di fronte alle situazioni. Al timido manca la noncurante leggerezza della spontaneità dell’approccio alle cose. I se, i forse scandiscono ogni suo attimo. È un inferno. Continua a leggere “Smart vs Stupid”

Gesti # 4

Subway Shuffle

Alcuni giorni fa un amico nel corso di una conversazione mi ha dato, letterariamente parlando, dell’emarginata. Ho accolto questo attributo come un complimento poiché nell’ambito della discussione che stavamo avendo mi aveva inorgoglito il fatto che lui, persona il cui modo di scrivere ammiro moltissimo, avesse accomunato la sua condizione alla mia, e malgrado il valore negativo che si accompagna a quella parola essa mi era sembrata una delle cose più belle che mi sia stata detta riguardo a ciò che scrivo.

Un paio di anni fa fui invitata a far parte di un blog letterario collettivo, e seppure non molto convinta accettai. Quell’esperienza durò pochissimi giorni, alcune incompatibilità mi spinsero ad uscirne. Scrissi una cortese e-mail spiegando le mie motivazioni che fu accolta piuttosto freddamente e la cosa si concluse lì. È normale d’altra parte che fra più persone possano nascere delle divergenze e che la convivenza, seppur letteraria, possa fallire e che si senta la necessità della separazione, ma ciò che dell’episodio mi lasciò perplessa fu il fatto che, quasi istantaneamente, tutto quanto potesse riferirsi ad una mia, seppur breve, presenza nel blog fu cancellata. Le poche cose postate, il mio nome, quello del mio blog, tutto sparì. Puff… Continua a leggere “Gesti # 4”

Gesti#1

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[…] Settembre per me è il mese delle rimozioni. Tutto avviene quasi impercettibilmente, finché ogni cosa aggiunta alla provvisorietà estiva viene rimossa. Vale per le cose, spesso anche per le persone, i sentimenti. Settembre è un limbo dell’apparenza, è il mese che più di ogni altro interpreta la nostra umana essenza, quella del passaggio. Qui, fra queste giornate che speriscono all’improvviso nella sera, anche i ricordi si smontano, si accumulano in minuscoli pezzi prima di sbiadire più o meno velocemente, finché un bel giorno si pensa al tempo come “è inverno” e il tempo ad un tratto diventa logico, razionale, fatto di cose e persone organizzate in strani quadranti che si cerca semplicemente di far combaciare, e dove i nomi, gli indirizzi, i volti appena lasciati e che si pensava vivi e vividi diventano all’improvviso inutili, roba da dimenticare. Continua a leggere “Gesti#1”

Il mio nome è Legione: Demetrio Paolin

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Ogni buon scalatore sa che è necessario coordinare il corpo affinché abbia sempre tre punti di appoggio, e che non bisogna mai lasciare la presa di una mano, l’incavo su cui poggia un piede senza averne prima trovato un altro a cui sostenersi.
Così la lettura di “Il mio nome è Legione” è semplice se nel suo procedere si è capaci di non perdere il contatto con ciò che si è appena letto, se ci si lascia aderire alla sua realtà e alla sua scrittura privi di preconcetti, è semplice se ad ogni passo che verrà mosso non si assume la baldanza di chi crede che raggiungere la cima sia solo e semplicemente andare avanti seguendo un sentiero già tracciato perché sarà invece toccare un territorio su cui non ci sono segni, indicazioni, tracce che possano facilitare la nostra lettura. Continua a leggere “Il mio nome è Legione: Demetrio Paolin”

Cul-tura

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Di ritorno dall’entroterra isolano mi è più chiaro il perché io provi una specie di fastidio di fronte ad un certo tipo di manifestazioni culturali : l’atteggiamento mi appare sempre viziato e non dissimile da quello che avevano i primi esploratori quando, trovandosi davanti le popolazioni autoctone, offrivano loro collanine colorate e specchietti come prodotto della civiltà che li avrebbe resi finalmente felici. Poi ritornavano in patria per sentirsi dire che erano degli eroi e, non contenti, loro stessi  erano convinti che di quel glorioso appellativo  fossero pienamente meritevoli.