Poesia sul perché non scrivo poesia

etc- ed ruscha- 1990

è che ora ogni volta che ci tento
riesco a fare solo versi di domande.
Una sfilza d’interrogativi
uno per ogni poesia, uno ad ogni poeta,
è che vorrei capire fino a che punto ci credono davvero
quando parlano di demoni nei corpi
e di terra che all’improvviso
si solleva,
sono stanca
del compiacere della poesia, dei colli lieti, del futuro
misurato a spanne
e delle sacre visceri di donna
giuro, ad esempio, che ad ogni asterisco
a cui non segue una sostanziosa nota
sento che lo stomaco mi si rivolta
è che vorrei capire dove, dove gli asterischi prendono una forma?
posso inciamparci? posso metterci le mani dentro?
e se li scuoto hanno un rumore?
e dove sono i cimiteri dei minuti? lo schianto di un amore merita un processo?
e la solitudine che brucia dentro è di origine dolosa?
e se è così chi è quel delinquente che l’ha voluta?
mi sembra di essere impotente
di fronte a questo bulimico poetico fagocitare
anche ogni minuscolo frammento del tempo
e il suo astratto vomitarlo poi nello stilismo di una parola
mi chiedo a cosa serve? e cosa resta?
Oggi sono stata ad un funerale, e mescolata al corteo
che lento seguiva il morto
mi sono accorta che tutto quanto avrei potuto dire
di ciò che resta
era solo il confuso mormorio
che riempiva l’aria, un parlottare fitto
di chi si sente ancora in trincea
ma col sollievo e il lamento
di essere ancora vivo, un brusio criptato
della paura del vuoto e neanche il coraggio di gridarla a squarciagola
poesia appunto, e a seguire il sospirato applauso degli amici.

Nausea

edward hopper- soir blue

Il senso di malessere è iniziato
nel sovrapporsi delle voci, nei gesti, nelle bocche, gigantesche
perfino quelle innocenti dei bambini, la nausea
è salita allora e a poco a poco, non solo nel pensiero, dal passato  
ma fisica,
nello stomaco
nella gamba che si muove
incontrollata al ritmo di un pasto di suoni
triti che mi finiscono in gola, e la nausea
che cerca di riportarli fuori. Ho paura di parlare.
Fumo.
Fumo.
Scrivo lettere generiche. Senza nervo. Fumo,
per convincermi che non c’è nessuno alle mie spalle.
Ma la nausea ritorna mentre guardo il telegiornale: la gente,
le piazze ,
gli sguardi come patacche, furbe
le bocche
aperte come finestre anodizzate in una torre di Babele.
Fumo.
Non mi fido di nessuno,
diffido anche di me stessa.
Sono qui
e  presto sarà la mia stessa mano a mettermi
faccia a terra
a guardare le fughe delle piastrelle
sbattere
una ad una contro il muro.

Attese

Egon Schiele  -donna seduta 1917

 

22.30. Qui
come in una sala d’attesa
di una stazione,
nell’immobile sagoma
che disegno
sono
una lancetta ferma
nel work-in-progress del futuro.
Lo sento
                     distintamente
il passare del tempo
sulla mia faccia
l’impalpabile caduta
dei minuti
un pulviscolo di me
che scivola lento
                    tra-
fori d’aria
fino in terra
a fare l’ultimo inutile
amore disperato
alle suole delle scarpe.
22.35. Qui…

Dediche : A Jack Spicer

j-spicer

Conversiamo a lungo, sommessamente

l’uno di fronte all’altro quasi cercando

                                  l’urto delle parole

il suono cieco dell’impatto,

l’aprirsi delle onde magnetiche che provengono da Marte

io ci sto bene qui, ti dico,

                                    Summer is over

sì, ci siamo divertiti

fuori dal prezzo della poesia e  dal vezzo  della compassione

e ti amo quasi, senza la perdita che c’è

in ogni parola amore           (manomessa)

poesia         (manomessa)

vita           (manomessa)

cazzo       (manomessa)

e allora  ti amo

                      amo la tua morte

che mi parla dell’innocenza che c’è

quando con segnali radar

conversiamo a lungo, sommessamente

l’uno di fronte all’altro  cercando

                                                       l’urto delle parole

il suono cieco dell’impatto,

l’aprirsi delle onde magnetiche che provengono da Marte.

È qui che io sto bene, ti dico                                                  

Alive Poets Society

jack-goldestein-the-jump

Dicevamo che sarebbe bastato non mentire.
Qualcuno, sottobanco, mormorava tesi
sull’esatto numero delle stelle, perché oltre quello
ogni parola sarebbe stata solo caos
a cui nessuno avrebbe mai creduto.
Qualcun’altro cercava una sintesi dell’intero universo,
una sorta di taccuino, da consultare
quando in cielo si accalcavano le nubi
e la pioggia disfaceva i contorni.
Avevamo messo in conto che mille volte
avremmo sbagliato, e mille volte ancora
saremmo ritornati sui nostri passi. Ma per non confonderci
all’orizzonte legavamo le cime degli alberi
e le parole che non riuscivamo a comprendere
e aspettavamo che si alzasse il vento
a suggerirci suoni più preziosi
che potessero sollevarci da ogni errore.

Ma poi qualcosa accadeva
che non avevamo considerato.

Prima fu la distanza fra Algenib e Markab,
poi fu la coscienza del buio che le circonda.
Ed era proprio lì che intanto passavano le nostre vite
nell’intreccio mobile dell’accadere
in cui si scoperchiava la vera misura degli anni luce,
la dispersione inesorabile delle superbe nostre piccole cose
dei gesti oscuri che facevano rumore nelle cucine,
della polvere che si posava
e di tutto quanto abilmente tacevamo
del fluire del tempo, che dipingevamo invece  impigliato
nel sollievo di qualche conversazione di noi
in cui amavamo fingerci peggiori, a volte migliori
per mascherare ogni presunzione
scambiandoci, noi stessi, illusorie promesse
che non riuscivamo a mantenere e
aggraziati arrivederci in qualche punto di
Pegaso
e così ciechi alla notte
da non domandarci neppure com’ era che continuassimo a perderci
senza avvertire alcun dolore
né perché l’aver scritto miliardi di versi,
nonostante tutto non ci rendesse, nella realtà, migliori
.

Ricordi

untitledyou-are-not-yourself-barbara-kruger-1981

 

Di certo saprei ancora essere più di così.
Lo dicono i biglietti del cinema,
dell’ultimo autobus delle 10.30,
i piccioli di quelle ciliegie che ingialliscono
le pagine scritte con i colori degli umori
nel buio, tra i vecchi maglioni,
tra i nidi delle cinture
si dicono – mi ricordo-
ed è un ricordo buono
e se ancora sono lì,
i biglietti, i piccioli, il buio
è perché a volte mi sembra che quel ricordo di me
possa da un momento all’altro ritornare

Le ore sottratte

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Continuavamo a ripeterlo da mesi che sarebbe accaduto
gli altri, quelli che morivano preparavano il lutto.
Dalla stanza sentivamo le saracinesche
che ringhiavano su e giù, e intanto era
la conta dei lividi, l’esatta posizione di ogni nuova cicatrice,
le briciole nei piatti, i sorsi di silenzio di queste ore sottratte
i passi sempre più brevi, sempre più lenti, sempre di meno.
Ogni cosa era annotata, distribuita all’ingrosso
all’ingrasso degli ingranaggi che muovevano le nostre vite:
nulla andava sprecato,
tutto aveva un suo scopo, anche morire la vita lentamente.

Piano piano

 

oggi appena sveglia avevo scommesso
su una meraviglia
che avrei trovato fuori, sul davanzale
o forse solo poco più in là, quasi immateriale.
Certo ci vuole abilità a scendere dal letto
puntare con forza i piedi per terra
tenere chiusa ancora un po’ la finestra
stare al gioco della luce di là in cucina
convincersi che il primo caffè è il primo respiro
Ci vuole abilità a non guardare fuori
a lasciarsi distrarre da – solo piano
piano piano
sola
tendere ancora un po’ l’irrazionale
del filo della notte
e poi dire -fine dei giochi-
ammettere che non è niente
che anche stavolta non ho vinto
che questo giorno
mi ha battuta ancora
che d’inspiegabile c’è solo quella macchia
così in alto sullo specchio
così lontana anche per la mia mano

Sensi

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Avrei almeno quattro cose
che potrebbero confermare la mia presenza:
il ronzio sull’orlo delle orecchie
l’odore dello smalto appena steso sulle unghie
la saliva che piano piano secca amara lì, sul fondo
dove dovrebbero esserci dei suoni
la mia mano che passa ora tra i capelli
ma è poi la vista che  fallisce
                    – sono io tutto questo?-
Leggo qualche e-mail, F. dice che sta male,
M. mi rimprovera gli anni di silenzio, leggo
il vuoto, mi dà del tu,
è a me che parla, è di me che pensa
mi sembra anche che la mia testa annuisca
leggo ancora, da cima a fondo,
dal mio nome scritto in alto
fino all’affetto dei saluti
                         – ti abbraccio-
ma neanche questo serve

Dead Poets Society

milton-avery-1

 

Pensavamo che sarebbe passato del tempo
prima di dimenticare.
Ore, giorni, mesi, anni, un’era vagamente geologica
che avrebbe impiegato millenni per finire, e seppellirci.
Abbiamo organizzato una sorta di resistenza,
ricopiando con cura ogni minimo gesto,
lasciando nelle crepe dei muri citazioni di illustri scrittori,
mozziconi di sigarette sull’asfalto, impronte
sulla vernice delle panchine, facevamo preventive ricostruzioni
della nostra assenza da cui ci salvavamo a vicenda
rimettendoci esattamente dentro i contorni di gesso bianco
annebbiavamo l’aria con milioni di suoni,
ovunque, ovunque lasciavamo tracce,
ma non è servito a nulla
ci siamo estinti come dinosauri,
in una sola notte senza un preavviso, una ragione