Ego-centro

Sarò sincera, ogni volta che un evento straordinario sconquassa il corso delle cose, il susseguente scatenarsi di splendidi articoli mi lascia sempre più indifferente. Certo, mi trovo a leggere testi che fanno bene il proprio lavoro: sono belli e tanti, tutti diversi e tutti belli, chi nella puntigliosa cronaca, chi nell’approccio emotivo, tutti sono belli. Ma poi mi ritrovo a chiedermi- cosa resterà di concreto? cosa produrranno di concreto?- e la risposta è più o meno sempre la stessa – nulla- se non qualche accorata partecipazione e l’appurarne dal pubblico ristretto l’obbiettiva bellezza. È un po’ come quando passando davanti una vetrina ci si sofferma davanti alla bellezza di un oggetto – è bello- dici a qualcuno che ti accompagna, ma a questa qualità il più delle volte non si affianca una oggettiva necessità o utilità che possa spingere all’acquisto.  Quel bicchiere sottile ed etereo, quel piatto così finemente decorato e dalla linea pura hanno, all’atto pratico, la medesima funzione di quelli che già possiedi, allora riprendi a far la strada tua e dopo pochi passi è già tutto dimenticato.
Ecco, spesso leggendo questi testi è come se ne riuscissi a cogliere semplicemente e solo la bellezza stilistica, una pulita perfezione quasi in contrasto con la polvere delle macerie, come se nonostante tutto leggessero il mondo da dietro un vetro lasciando sulla superficie appena un alito di fiato. Al di là dal vetro restano i volti indistinti, – bello- paiono dire- ma cosa darà al mio futuro?-
Già, perché la gente vera lo sa, lo sa che alla fine di tante parole non resterà niente, neanche la loro bellezza. Ognuno tornerà a scrivere altre parole belle, a fare altri libri belli, a tingere il mondo così come crede di averlo veduto e, dall’oltre del vetro, resterà la casa da ricostruire, il lavoro da reinventare , i figli e per loro il miglior futuro di cui si può essere capaci. E non proseguo a dire altro che pur sarei capace di dire ma che è ben nitido a chi ne fa esperienza. Finirei soltanto col precipitare, dalla comodità del mia casetta, da questo giorno più o meno agiato, nel carrozzone di una patetica retorica.
Io però ogni volta mi stupisco che il copione si ripeta, che da quegli stessi che pure si mostrano così presenti e attenti, non nascano gesti in grado di andare oltre la conclamata coerenza e la bellezza di una filigrana di parole ben cesellata.
Non so. Questa è la cosiddetta terra di poeti ( e scrittori) e navigatori ( e anche di geologi in caso di terremoto) ma mi chiedo – oltre che dimostrare ogni volta la fondatezza di quest’assunto non si può proprio far di più? non si può, oltre che usare le parole, fare in modo che le parole facciano qualcosa? che il gesto sia nelle parole stesse e non nel mostrare semplicemente quanto bene siamo in grado di usarle? che a farlo non sia la solita antologia commemorativa che verrà? che spenti i microfoni riposte le sedie qualcosa resti? che il nocciolo sia , alla fine della fiera, realmente un epicentro e non un “ego-centro”?-
Io non so se sia semplice o complicato o possibile approfittare delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia per concedere di far scaricare un proprio libro in formato e-book con un piccolo contributo che vada a versarsi su un conto di chi, nel suo corpo, nel suo proprio nome, al momento è in difficoltà. Di fatto ho passato gli ultimi due giorni scorsi cercando di scoprirlo, ma non ne sono venuta a capo.
Penso, però, che forse case editrici, grandi blog letterari saprebbero come muoversi in tal senso, nella maniera e nei giusti termini, saprebbero fare qualcosa che non sia riempire la posta di annunci degli ultimi saldi da prendere al “volo” o fare a gara nel proporre sul “menù del giorno” l’ultimo succulento virtuosismo.
So anche che chi opera nel campo ha i suoi confini, so quale possa essere un legame verso il lavoro a cui ci si è tanto dedicati e che ci si augura sempre che venga riconosciuto, so che staccarsene senza un tornaconto, qualsiasi esso sia, non è facile, ma credo che la solidarietà non sia nel superfluo che in fondo lava soltanto la coscienza ma nel dare qualcosa al sé caro. Qualcosa che quel vetro sia capace di spaccarlo, e non solo appannarlo.
Io non ho libri o un curriculum su cui si possa confidare, ho cose scritte di cui posso solo dire che ho voluto scriverle, dunque ,e per quel che può valere, sperando che il mio gesto non venga frainteso o male interpretato, ché si sa cosa e chi sarebbe importante, nel caso qualcuno di qui passasse sapendo come fare ho la mia plaquette pronta. Per me avrebbe più senso del tempo breve di una qualsiasi possibile pubblicazione, o di un bravo che lascia il tempo che trova.

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