Gesti # 14

Quando un paio d’anni fa tradussi in parte “After Lorca” ero piena d’entusiasmo. Mi sembrò che dentro quelle pagine ci fosse un mondo in cui tanti miei quesiti trovassero se non le risposte, ma almeno un senso. L’entusiasmo crebbe quando il poeta Francesco Marotta di quel mio lavoro ne fece uno dei Quaderni raccolti nel suo blog. Ero felicissima di poter condividere quella lettura che tanto mi aveva appassionata, e soprattutto curiosa di sapere se in altri avrebbe provocato lo stesso effetto, la stessa frenesia, la stessa tenerezza. Alcuni lettori apprezzarono, ma nel complesso i testi non suscitarono grandi reazioni benché quello stesso anno, la pubblicazione del corposo “My Vocabulary Did This to Me: The Collected Poetry of Jack Spicer” avesse avuto una certa risonanza tanto da meritare l’American Book Award. L’attribuii alla natura stessa dei testi, più teorici che poetici, ed anche forse ad una inadeguata, da parte mia, presentazione degli stessi, nonché ai tempi rapidi che il web impone che spesso penalizzano la lettura.
In quel mio stato d’innamoramento ero decisa però a vendermi anche l’anima pur di coinvolgere altri in quella che io ritenevo essere una voce eccezionale, una voce che avesse tanto da dire al nostro mondo contemporaneo, e facendolo in modo originale, così molti mesi dopo mi decisi a proporre alcuni di quei testi alla redazione di un lit-blog. Era la prima volta che mi avventuravo in quello che ai miei occhi e alla mia timidezza appariva come un gesto di eccezionale audacia.
In un primo tempo i redattori a cui mi ero rivolta si mostrarono molto interessati, poi però mi fecero notare che per correttezza essendo i testi già presenti in un blog già segnalato nel loro, forse era opportuno proporre se possibile altri testi dello stesso autore, se ne avessi.
Credo sia capitato a tutti d’innamorarsi a tal punto da pretendere che il proprio amato, la propria amata apparisse agli altri così come lo era ai propri occhi, essere tanto innamorati da volere che lei o lui riuscisse a suscitare negli altri lo stesso amore cieco, e quello che invece accadeva era qualcosa d’ingiustificatamente normale, inadatto, inadeguato, qualcosa che era dentro le regole e che non era mai abbastanza.
Di Spicer avevo altre traduzioni, ma dopo quel cortesissimo scambio di e-mail, decisi che certi amori restano tali forse solo quando si consumano nell’intimità.
A lasciarmi perplessa erano stati non i toni molto cortesi così come la disponibilità, ma piuttosto la sostanza del breve scambio.
Il concetto di rete, per sua natura, si basa appunto sulla possibilità di poter convogliare, indirizzare e reindirizzare, essere e creare per l’appunto una rete capace di far convergere l’attenzione di molti laddove si ritiene opportuno farla giungere. Difatti raramente in rete un testo non contiene link di riferimento ad altri, e non è raro neanche che uno stesso testo venga proposto in parte in più sedi e reindirizzato alla sede originaria per accedere il testo completo, non è raro neanche che si abusi di questa capacità del web e che un testo vada a disperdersi nei troppi rimandi. Ma nei suoi limiti questa è una comunissima e civilissima pratica, per cui l’eticità su cui si basava quella cortese obiezione mi lasciò confusa, mi apparve come qualcosa d’incompleto proprio come quando inaspettatamente e in modo incomprensibile il mondo intero non sembri amare colui/colei che noi amiamo, e, se anche lo facesse, non nello stesso modo estremo in cui noi l’amiamo tanto da essere disposti a tutto, e tutto per me finì lì.

Mi è tornato in mente quest’episodio in questi giorni in cui ho tentato di seguire l’evoluzione del nuovo movimento, quello dei cosiddetti TQ, che dopo una pre-presentazione di qualche mese fa ha esordito ufficialmente negli ambienti culturali con un Manifesto articolato in tre punti, e con questo testo inaugura anche il proprio blog. Molte le cose interessanti proposte, molte quelle che ancora non sembrano trovare una precisa connotazione, di certo, come per ogni manifesto che cerchi di sovvertire, c’è l’attesa.
L’attesa ha in sé sempre qualcosa di estremamente vivo, sanguigno. Nell’attesa si condensa il divenire nelle sue molteplici possibilità, ma come proprio stamane scrivevo ad un amico l’attesa quasi sempre è migliore di ciò che si attende.
Non è mia intenzione però emettere giudizi, non ne sono in grado al momento, e in parte ciò dipende proprio da questo inizio schioppettante…forse troppo. Il Manifesto mi è parso essere stato lanciato in rete così come quando nei boschi si appiccano i fuochi, con la stessa tecnica di chi sa che se si appicca su più fronti l’incendio impiegherà giorni e giorni ad essere domato. Il “buon danno”, come in questo caso si vorrebbe che fosse, deve coprire e diffondersi su zone quanto più possibili ampie, i pompieri devono sforzarsi fino giungere allo stremo.
Ed è proprio allo stremo che mi sembra di essere già giunta dopo appena qualche giorno salterellando di qua e di là a furia di seguire link a testi, a commenti, a seguire parole e parole per poi ritrovarle pari pari riportate su un altro fronte. La discussione segue andamenti serpentini, ondeggianti, s’incunea e riemerge altrove, si perde continuamente il filo del discorso nel cambio degli interlocutori, e quando lo ritrovi si è aperto un nuovo fronte, c’è chi commenta di qua, ma non commenta di là, chi risponde di là ma non di qua, ognuno dirige la propria attenzione nella sede che ritiene più consona operando di fatto una selezione di “pensiero”, e così fanno alcuni dei firmatari del Manifesto, ( pochi, gli altri firmatari dove sono?) che si prestano a dare risposte a te sì e a te no o quasi, tutto si svolge come sempre con gli stessi nomi che si rincorrono o si evitano, tanto che alla fine sembra di essere finita semplicemente in un deja vu.
Intanto il blog di riferimento al movimento, quello neutrale e simbolo di un chiaro punto e a capo, è invece un monolitico monumento di se stesso. Lì giacciono silenti e granitici le premesse, i nomi dei firmatari, il manifesto stesso. Lì al momento i commenti sono disabilitati, e ogni discussione è reindirizzata ad alcuni lit-blog segnalati attraverso un link. I soliti noti, quelli la cui connotazione ai frequentatori assidui della blogosfera è già da tempo conosciuta, quelli che, chi pro o chi contro, hanno visto accendersi e spegnersi fuocherelli e incendi, quelli dove questa generazione TQ si è riconosciuta ed è cresciuta anche con quella che in parte l’ha preceduta, ma che ora forse non basta più, tanto da estrapolare dal magma quella compresa dai trentenni e quarantenni, quella che ora sente la necessità di una trasparenza e di scrollarsi di dosso una posizione dell’universo culturale in fondo troppo morbida e sottomessa verso e dalla realtà politica e culturale.
Ed è proprio questo che non capisco. Non capisco perché si sia scelto di “non iniziare”, ma bensì di proseguire indirizzando su vie già percorse, utilizzando come una sorta di “cavallo di troia” la netiquette, rieccola, nella sua valenza tanto democratica quanto selettiva ( discutete qui e qui, leggete qui e qui…), e facendolo dunque così come un’impresa gestisce la propria sezione marketing rivolgendosi ad una “fascia di mercato” già da tempo definita, proseguendo con la morbidezza non traumatizzante, e non traumatizzata con cui in un primo tempo il movimento si era identificato, utilizzando gli stessi canali e riconfermando gli stessi riferimenti in cui si annida il bene del passato ma anche purtroppo il suo subdolo male in cui quasi sempre ogni cosa va stancamente ad esaurirsi fra i soliti interlocutori, e quasi a dire –siamo diventati grandi per fare tutto questo…ma non abbastanza-
Qualcuno fra i commentatori ha posto l’accento sul linguaggio con cui questo Manifesto si propone e propone, un linguaggio in parte ancora intriso dagli stessi canoni da cui il movimento dichiara di volersi allontanare, o almeno iniziare a considerarli nel loro aspetto critico e politico, io aggiungerei che anche le modalità non sono di rottura. Quella che forse voleva essere una forma di apertura dopo il primo approccio riservato e a porte chiuse, che forse avevo più apprezzato come forma di una maturità verso l’azione e che rassomigliava un po’ alla spregiudicatezza delle grandi passioni, quelle il cui fuoco s’alza alto tanto da far dire anche a chi osserva da lontano – lì c’è qualcosa che accade- mi sembra assumere l’assetto di una nuova forza dirigenziale. Con vecchie metodologie essa si appresta a rieducare o semplicemente reindirizzare senza traumi a conformarsi alla propria visione della realtà e a come in questa vadano ad inserirsi concetti come –qualità, etica, impegno politico etc -mancando invece l’occasione di un archivio di discussione autonomo dove questa apertura acquisisca e documenti la propria determinazione e dia una forte connotazione al gesto di cambiamento degli auspici del movimento stesso, tanto da volere essere identità e traino per un reale sconvolgimento dei canoni attraverso i quali il mondo degli intellettuali, a vari livelli, possa e debba, con consapevolezza e spregiudicatezza, interagire con la realtà.
È piuttosto un po’ come accadeva nei matrimoni combinati quando si aveva la pretesa che ai predestinati, per condividere la vita, dovesse bastare lo scambio di una logora fotografia in cui apparivono ritratti su mirabili quanto improbabili esotici sfondi.
Come sempre resta l’attesa, l’entusiasmo, come dicevo si è fermato a qualche anno fa .

2 pensieri riguardo “Gesti # 14”

  1. Di Spicer avevo altre traduzioni, ma dopo quel cortesissimo scambio di e-mail, decisi che certi amori restano tali forse solo quando si consumano nell’intimità
    lisa a volte credo tanto nella poesia che torno qui e trovo frasi che hanno lo stesso colore del sole
    un carissimo saluto
    c.

  2. Questo non voleva essere un testo critico o polemico, è che a mio avviso a creare recinti laddove già ve ne sono, a volte, in un certo senso, si tradisce la causa e “le linee d’ombra” aumentano.
    grazie carmine
    lisa

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