Gesti # 9

 

Io vivo al primo piano di uno stabile. Questo è uno dei motivi per cui raramente uso l’ascensore. Un altro probabilmente trova le sue radici nel fatto che per molti anni ho vissuto in un palazzo privo di ascensore e l’appartamento in cui abitavo con la mia famiglia era al quarto piano, e dunque salire e scendere più volte al giorno i cento gradini e più o forse meno, che dall’ingresso mi conducevano alla mia abitazione e viceversa, era un gesto abituale automatico, direi inevitabilmente necessario.
Ero solita salire e scendere le rampe delle scale proiettandomi sui gradini a due a due. Scendendo, da ragazzina, a volte evitavo del tutto gli ultimi e mi lasciavo scivolare sul bordo liscio del corrimano. La cosa più divertente però era assecondare la sua curva stretta quando arrivava al piano, e io, tenendomi appena al tubo che trafiggeva il suo centro dal pianoterra fino al soffitto dell’ultimo piano, mi lasciavo andare alla velocità acquistata nella pendenza e, quasi per inerzia, giungevo all’incirca al primo metro più in basso della rampa successiva.
La sfida con me stessa e con gli altri coetanei che lì abitavano era quella di superare quanti più gradini fosse possibile evitando di frenare l’accelerazione, una volta abbandonata la resistenza del proprio peso e diminuito l’attrito dei vestiti. Con questa acrobazia mettevamo alla prova non solo il nostro equilibrio, ma soprattutto misuravamo fino a che punto riuscissimo spingere i limiti estremi del nostro coraggio o forse dell’incoscienza oltre il quale il rischio era quello di cadere di sotto poiché, superato un primo tratto, il corpo rimaneva pericolosamente senza alcuna barriera e le mani senza appiglio.
A nessuno di noi toccò mai la brutta esperienza di schiantarsi sui gradini sottostanti, non so se per bravura, per buona sorte o semplicemente perché, e nessuno sarà mai disposto ad ammetterlo, la prudenza malgrado tutto prendesse il sopravvento.
Alla metà fra un piano e l’altro le rampe terminavano in un piccolo pianerottolo su cui si aprivano enormi finestroni, da lì la luce esterna s’iniettava sulle pareti tinteggiate di un grigioverde indefinito che correva netto come una scia compatta da seguire rigorosamente, in cui la consistenza del muro sembrava svanire per riapparire più in alto nel bianco che cercava di rimanere immacolato, ma che gradatamente sfumava anch’esso verso quel grigio obliante e con l’opacità di una perla finta si fondeva al soffitto.
L’effetto dei due colori era quello che ancora oggi si vede nei corridoi e nelle aule delle scuole. Ho sempre pensato che superata la linea di demarcazione fra le due tinte si diventasse adulti, ma che sia stando al di sotto o al di sopra di quel confine le cose non sarebbero mai andate come avremmo voluto che andassero.
Nei giorni soleggiati la luce era imponente. Nel gioco che le ombre delle ringhiere e delle volute di ferro che proteggevano i lunghi rettangoli di vetro basculanti dei finestroni, l’androne delle scale sembrava addentrarsi nei livelli di un’enorme serra da cui erano state portate via tutte le piante.
Qualcuno degli inquilini occupava allora i pianerottoli con qualche vasetto di terracotta dai quali spuntavano piantine anemiche che avevano sempre l’aria di essere quelle scampate al disastro. Sembravano patetiche e malinconiche  sopravvissute a cui mancava sia l’energia per nutrirsi di quella luce sia quella per superare la malia che quel crimine fosse stato effettivamente commesso.
Nella salita e nella discesa, da quegli enormi squadri trasparenti, il paese si svelava a strati, come se fosse uno scavo archeologico. Le epoche apparivano come ricostruite mediante sezioni : su o giù che si andasse, l’architettura, che affiorava o sprofondava in tutta la sua storia a seconda del verso in cui ci si dirigeva,  cambiava .
Dall’alto del penultimo finestrone, quello da cui partiva l’ultimo segmento di gradini che mi separava da casa mia, gli altri pochi edifici di nuova costruzione sembravano ergersi come baluardi di una misteriosa città galleggiante del futuro , ed erano  stranamente simili a quelli che in televisione vedevo tessere intricate tele metropolitane  e  dove c’era sempre qualcosa che accadeva ,  e per questo quei pochi, che spuntavano come chiodi malamente infissi nella parete orizzontale su cui si adagiava il paese, apparivano  ancora più surreali.
Da lì lo sguardo poteva spingersi fino ad una striscia di mare, superando i tetti a tegole e i lastrici dove, qui e là, alternandosi nei  giorni  e in tutte le stagioni, le lenzuola erano in perenne resa.
Che si salisse o si scendesse la scala interna del palazzo era il crocevia da cui si dipanavano le giornate. Nel suo flusso regolare,  nell’alternanza dei suoi spazi orizzontali e verticali e nella sua rassicurante sequenza numerica, ci accoglieva e  come una spugna  strizzava e assorbiva lentamente ogni nostro proposito, ogni nostro impegno, ogni allegria e ogni dolore. Ci pompava dentro e fuori dal mondo, c’illudeva che quel mondo non ci avrebbe mai tradito  e soprattutto mai  ignorato, anche se era esattamente quello che faceva.
Ora vivo al primo piano di un palazzo che  di piani ne ha cinque. Ed ha, come ho già detto, l’ascensore, e un terzo motivo per cui non è mia abitudine utilizzarlo è, anche se può sembrare un controsenso, soprattutto la pigrizia di attenderne l’arrivo.
Oggi di ritorno dalla spesa, portandomi addosso il peso del cielo grigio, il disappunto per gli odori di un giugno sperperati nella pioggia, e con anche le buste sofferenti nelle mani, entrata nel portone ho notato il bollino luminoso verde che segnalava l’ascensore al pianoterra. Invece d’ignorarlo come quasi sempre accade, ho rallentato il passo. PRESENTE.
La scritta uniforme e nera aveva l’aspetto di una sottile fessura tagliata in orizzontale nel verde menta, quasi fosse la pupilla appena visibile fra le palpebre fluorescenti di una creatura infernale che mi invitava ad entrare. Ed è quello che ho fatto.
L’aria all’interno, come in tutti gli ascensori, era la somma di un resto di chiunque prima di me l’aveva occupata. Era un’agonia  dispersa. Come  una cosa senza importanza, semplicemente caduta da una tasca. Ho provato ad immaginare quelle spore ammalate di pensieri, le ho viste accucciarsi e infine  arrendersi alla luce finta del neon, ho sentito la pressione  di quel caos silente sotto assedio, era come essere dentro l’anima del mondo, e da lì non sapere più,  del mondo, l’esatta dimensione, se  fosse quella che forse fuori mi attendeva nelle spirali di una città immaginifica o invisibile o forse inesistente, o quella  trattenuta nel fiato rappreso  di quel piccolo buio fluorescente che mi entrava nei polmoni e col mio respirava nel sincrono di quel momento, facendo di me stessa il  corpo e i confini dell’intero mondo. E allora  se mai ne avessi scritto, di quale mondo avrei  scritto realmente ?

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