Gesti#7

 

Oggi ho giocato un po’ a tennis. Quando ho finito, oltre a non sapere o forse non volere dare una risposta a chi vedendomi tornare a casa racchetta in spalla grondante di sudore dopo un’ora trascorsa a correre di qua e di là nel pieno della calura mi chiedeva perché, come fa ogni persona sensata, non avessi preferito starmene al mare, c’era anche un’altra cosa che mi girava in testa.
Il punto è che a tennis ho iniziato a giocare da ragazzina, ricordo molto vagamente un maestro che mi mise una racchetta nella mano, la destra, durante un’estate di chissà quale anno, e ricordo me svolazzante timidamente col bianco gonnellino plissé. Dopo quel corso estivo e dopo aver appreso i primi rudimenti ho abbandonato quasi del tutto questo sport. Quasi, perché, per puro passatempo, di tanto in tanto ho continuato a dare qualche tiro.
Di solito è d’estate, e saltuariamente d’inverno quando il tempo lo consente. Negli ultimi anni ho ripreso a giocare  con una quasi regolarità. I miei diritti sono migliorati, a volte sono ben piazzati e forti. Mi riescono piuttosto bene i diritti incrociati, mi piace soprattutto cercare il bordo della linea esterna che delimita i rettangoli prossimi alla rete. Mi piacciono anche i diritti lungo linea ma in quelli sono meno brava. Ma dove decisamente sono un disastro sono i rovesci. In quella posizione il mio braccio perde forza, di colpo polso e mano avvertono il peso della racchetta in modo innaturale, ma soprattutto la gamba d’appoggio, la destra, appare incerta, quasi timorosa di accollarsi il carico del corpo e la posizione risulta sempre un po’ scorretta perché tende a cercare l’aiuto dell’altra gamba, ed è sempre come se mi trovassi sul lato sbagliato. È come se l’imput dal cervello, invece di dirigersi dove deve, finisse da tutt’altra parte, il risultato è che i rovesci non sono un granché, no, sto mentendo: se i diritti sono a malapena passabili, i rovesci non sono degni neanche di questo nome.
Nel basket , sport che ho praticato per più anni anche a livello agonistico, e benché il concetto di mancino sia in questo sport come in altri relativo, sono mancina. Lo sono nel senso che quando mi chiesero di iniziare a fare il primo passo di quello che in questo gioco viene chiamato terzo tempo, automaticamente partii con la gamba sinistra e con la mano sinistra conclusi il mio tiro a canestro, ovviamente dal lato opposto a quello verso il quale si erano dirette le mie compagne, perché era quella direzione a venirmi naturale.
Ma sono molte le cose che faccio da mancina, generalizzando, tutte quelle che faccio d’istinto : se devo afferrare qualcosa, aprire, svitare, sostenere un peso uso la mano sinistra tanto che percepisco l’innaturalezza dei gesti quando gli oggetti sono comunemente pensati per persone che usano la destra.
Molte cose riesco a farle con entrambe la mani, ad esempio a tavola uso correttamente e senza sforzo il coltello con la destra e così i bicchieri essendo questi solitamente posizionati a destra, ma sfaccendando in cucina uso la sinistra.
Per un brevissimo tempo da bambina di nascosto usavo indistintamente la destra e la sinistra per scrivere, ma poiché all’epoca il mancinismo era osteggiato dalle insegnanti preferii non complicarmi la vita e senza rimpianti scelsi la tranquilla ossidazione della normalità che meglio si adattava alla mia timidezza più che essere oggetto di continue “attenzioni”.
Il fatto che io scriva con la destra ha reso nel tempo il mio quasi mancinismo una forma ibrida e latente che ho finito io stessa con l’ignorare, o tutt’al più a non percepirlo come tale.
Insomma, non sono né una mancina, né una destrorsa, e neppure un’ambidestra. Ho questi confini acquei e mobili fra istinto e regola, non so mai se sarà l’uno o l’altra a prendere il sopravvento, né so se il mio primo approccio verso le cose mi porta verso il lato giusto o quello sbagliato, perché spesso la mia visione è ribaltata.
Ed era a questo che pensavo. Che forse è per questo che a volte, quando scrivo, mi sento come se fossi un guerrigliero in una crosta di massaia.

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