Cosa dovevamo farne adesso?

Ci viene servito il pesce, e a questo punto
qualcuno tira fuori quella vecchia foto, da una tasca?
da una borsa ? sembra essere stata scavata
dalla stessa consunta malinconia
che impregna la tappezzeria e la piccola sala
che s’affaccia sul porto vecchio. Dai finestroni larghi
si scorgono le barche e il tendersi del cordame e
quel loro ipnotico torpore. Piove,
                                              com’è giusto che sia,
le gocce scivolano lente e sporche, e un tempo severo
lacca i vetri. C’è fumo e odore di pesce.


Di chi era stata l’idea di quella riunione? lì seduti,
guardandoci dissimulare la fatica
di rammentarci nei nostri banchi, diciotto anni allora,
e in quella foto di noi,
era rimasta sospesa la nostra giovinezza,
                                                    cosa dovevamo farne adesso?
ricordi, ma solo quelli belli e divertenti, per fingere
di aver goduto allora, e risate
da farci venire le lacrime agli occhi, da non farci stare fermi
su quelle poltroncine stinte
quasi a ricreare l’impazienza di quelle tante ore
che avevano fatto da canovaccio ai nostri amori disperati.
E invece di tanti non riesco neanche a ricordarne il nome
e anche guardando la fotografia
non sono capace di pescare nella mia memoria una sola cosa
che me li renda familiari. Rivedersi dopo venti anni.
Il destino era stato così gentile a non farci più incontrare, così generoso
nel concederci di ricordarci così come eravamo, senza il peso
che sarebbe poi seguito, senza quello che saremmo diventati.
Il pesce arrugginisce i piatti nella sua salsa disgustosa
dall’orribile colore ocra, lo stesso che
le lampade dalle ventole ingiallite dà alle nostre facce
paralizzate dai sorrisi.
Noi, così diversi da quei ragazzi che si abbracciavano stretti
e convinti tra il disordine di quei banchi
che quello che in quegli anni ci aveva uniti
non ci avrebbe  mai dimenticato.
Invece in quest’allegoria c’è spazio solo per lo stupore
di ritrovarci così cambiati, così distanti e poco più che estranei
e non sono le rughe, i seni flosci e le pance devastate dalle gravidanze
o i primi capelli bianchi o quei pochi che restano
e neanche i nostri abiti così formali, non è questo a metterci a disagio,
ma essere ormai incapaci di trovare le parole per capirci.
Il silenzio a cui ritorneremo tuona sulle finestre. Ci aggrappiamo
a quella foto come ad un salvagente, per non affondare nell’amarezza
di aver scoperto di essere stati imbrogliati.
Con le dita indichiamo un viso, poi un altro e un altro ancora
lo sfioriamo cercando di risentire quello stesso complice affetto
che abbiamo provato un tempo, si parla
ripescando aneddoti sempre più divertenti, ma per coprire la delusione
di non avere ora nulla da dirci.
Una torta viene posta al centro della grande tavolata.
Le candeline ardono il buio. Cosa si festeggia? e qualsiasi cosa sia
                                                                 cosa dovevamo farne adesso?
soffiamo forte, tutti quegli anni sono passati
come in quel soffio, spenti, spazzati via,
poi il botto dello spumante, l’ultimo guizzo di un’allegria
che si scioglie in gola nel gusto aspro della farcia al limone.
Chiamami, teniamoci in contatto, ci diciamo. Non lo faremo.

4 pensieri riguardo “Cosa dovevamo farne adesso?”

  1. non credo di avere il cosidetto “passo del narratore”, i pochi racconti che ho scritto in gran parte sono “brevissimi” e alcuni di questi sono sempre un po’ in bilico fra poesia e prosa, come questo che è di molti anni fa. Non mi aveva mai convinto del tutto, credo che avesse troppo per essere poesia e troppo poco per potersi definire racconto, aveva semplicemente qualcosa di vero che forse non meritava questo limbo.
    l’ho ripreso in mano, ad ogni lettura c’era qualcosa di superfluo che cadeva, qualcosa che si stravolgeva e poi ha preso questa forma.

    ciao rodolfo

    grazie
    lisa

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