Tiziano Scarpa: La vita, non il mondo

      

                  

[…]“Un momento ancora questo: -Quanto tempo è passato!-. Ci sta bene. La gente dirà che sono un talento di tipo artigianale, che padroneggio la forma, se, come ho appena fatto, alla fine aggiungo in modo incantevole le parole con cui ho esordito.
( Robert Walser- da: Storie che danno da pensare-)

Un ipotetico sottotitolo per questo libro potrei rubarlo a Robert Walser e al suo “Storie che danno da pensare”, e non solo perché le piccole storie walseriane richiamano il contenitore delle mille battute in cui Scarpa riversa e contiene la sue, ma soprattutto per l’angolazione da cui queste storie vengono lasciate scorrere allo sguardo del lettore. Come Walser, anche Scarpa si pone come osservatore di una micro-quotidianità che aleggia ed esiste come polvere sottile per brevi attimi prima di cadere in terra ed essere inglobata nel tessuto dell’esistenza. Ma la vera particolarità che trova corrispondenza nei due libri è la sensazione che ci avvolge leggendo entrambi i testi, quella di trovarsi in una sorta di galleria dell’accadere che sfila con un imprevedibile movimento, disomogeneo ma costante, mentre è chi scrive a sembrare apparentemente fermo.
Le storie più che essere cercate dallo scrittore arrivano nel suo campo visivo, e non è dunque l’occhio a zoomare per afferrarne il tratto minuzioso  e poterne estrarre l’essenza della forma microscopica con cui sono poi appuntate, ma sono colte nel modo in cui la realtà si esibisce attimo dopo attimo e cioè mentre partono da un punto lontano che solo apparentemente sembra non appartenerci, ma che invece ci attraversa e ci coinvolge come testimoni nella duplice identità di spettatori e protagonisti.
Per comprendere questo particolare punto di vista ci sono d’aiuto le pagine che Walser e Scarpa dedicano alla pittura.
Guardare un dipinto, un’opera d’arte infatti ci offre l’opportunità di intendere come ci apparirebbe la realtà se potessimo fermarla nel momento prima “dell’impatto”, se ciò fosse effettivamente possibile potremmo capire se e in quale punto e in che misura noi ne siamo compresi.
Non c’è in queste “letture” il nichilismo di chi si pone all’esterno, che pure traspare a sprazzi in alcuni dei brani in cui sembra più indotto che premeditato, non c’è l’estraneità della mera osservazione bensì la constatazione di una realtà in cui ci si scorge raffigurati nel nostro umano essere, con quello “[…] splendore autogeno, una gloria che il volto si procura da sé […]. È il trionfo effimero di una luce umana, transitoria, artificialmente provocata. Dura poco. Non si può copiare dal vero, solo immaginare e ricordare.” scrive Scarpa descrivendo “El Soflòn” di El Greco.
Mantenendo un invisibile legame col tema iconografico tutte le microstorie contenute in “La vita, non il mondo” si susseguono per ordine di categorie creando l’effetto quasi di un’esposizione pittorica che si snoda in piccole stanze. Le miniature scorrono rappresentate come un’opera che l’artista ci narra mediante diapositive e in cui la presenza dell’autore assume l’aspetto dell’ombra, impalpabile ma viva, di un relatore che si sovrappone alle immagini, e che più che apparire disturbante diventa necessaria per comprenderne il senso e per renderle reali.
Al MoMa, visitato un paio di anni fa, nella sezione dedicato alla fotografia mi colpì in particolare una parete in gran parte occupata da una serie di fotografie in bianco e nero, tutte stampate nel formato 10×15 e tutte scattate in esterno. Avevano l’aria di essere le tipiche fotografie scattate da un fotografo di un chissà quale sperduto paesino. Gli abitanti vi erano ritratti in pose rigide, spesso spoglie ma non innaturali, davanti le loro case, le drogherie, le strade polverose della piccola provincia agricola americana negli anni 30-40, e quasi sempre in piena luce o appena sfiorati dalle ombre dei piccoli patii.
Singolarmente e nel loro insieme queste foto più che esprimere una forzata ricercatezza artistica sembravano costituire nella loro semplicità un documento storico di un microcosmo che per un attimo di fronte alla macchina fotografica tratteneva il respiro per fare, con discrezione, mostra di sé affinché ne rimanesse memoria.
In effetti l’unicità di queste foto era data principalmente dalla insolita presenza dell’ombra del fotografo stesso, che compare in ognuna di esse come se avesse voluto immortalare nella sua opera la sua relazione non solo con l’opera stessa, ma anche con i soggetti ritratti, delegando ad essi la rappresentazione di se stesso, e di riflesso alla sua ombra il compito di racchiudere in sé la somma di una sconosciuta quanto reale galleria di umanità.
E così anche Scarpa, come lo sconosciuto fotografo, nelle sue piccole storie più che assumere la fredda veste di catalogatore di un genere umano, sembra voler eludere la passività salvifica in cui spesso cade l’artista quando si relaziona al mondo, riconoscendosi e mostrandosi invece egli stesso, come  noi, ignoto, a volte buffo, eroe di quella avventura fra l’artista e l’opera  che si allarga dunque a comprendere anche la vita, il mondo e  che Walser, nelle sue pagine dedicate a “L’Arlesienne” di Van Gogh,  definisce   “un’avventura dell’anima”.

 

http://www.ibs.it/code/9788842091912/scarpa-tiziano/vita-non-il-mondo.html

 

4 pensieri riguardo “Tiziano Scarpa: La vita, non il mondo”

  1. Leggilo Marco. La brevità dei singoli testi è ingannevole, s’inizia pensando che ti renda le cose facili e invece le complica.

    grazie
    lisa

    p.s leggo che sei ancora negli Stati Uniti. Ciao

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