E. Hopper – J.D Salinger: l’arte di andare via

Credo di non aver mai prestato la giusta attenzione ai due quadri di Hopper conosciuti come Soir Blue e Girlie Show. Entrambi mi erano sempre sembrati anomale interpretazioni dei temi cari ad Hopper. Sebbene appartengano a due epoche diverse, i soggetti ritratti nelle due tele e in particolare quelli su cui l’attenzione è veicolata, il Pierrot in Soir Blue fra gli avventori ai tavoli di una Parigi dei primi del Novecento e la nudità esposta della ballerina in Girlie Show , si presentano sia nella posa che nell’abbigliamento quasi estranei alla dinamica di quell’epoca che in Hopper trova il suo più malinconico cantore.

Benché dipinto negli Stati Uniti Soir Blue trae ispirazione dall’esperienza oltreoceano di Hopper e  soprattutto dal suo soggiorno parigino,  la cui influenza è molto evidente in questo quadro. Fu questo un periodo in cui i colori gli si rivelarono all’improvviso in quel lavorio di luci e ombre che caratterizzeranno in seguito la sua opera, ma  che  delineeranno anche le basi dei temi del distacco e della volontaria solitudine. La triste e attonita maschera del Pierrot sembra infatti esprimere già il disagio che Hopper nonostante tutto sente. Egli avverte la propria distanza dall’alacre corteo, spesso volgare, in cui pare muoversi l’arte e a cui si sente estraneo. Farne parte significa dover indossare una maschera. Ma questo suo cercare di confondersi al carnevale non fa che accentuare il senso di esclusione. Il bianco abbagliante del costume, unico elemento con cui cerca di tenere a riparo e allo stesso tempo esprimere sia la purezza interiore dei suoi intenti nei confronti dell’arte sia forse la passionalità dell’innocente immaturità, non fa che evidenziare la sua diversità trasformandolo in una patetica raffigurazione di se stesso sotto l’occhio superbo e indifferente altrui.

 

 

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p style=”text-align:justify;”>Il nudo di Girlie Show è molto diverso dalle nudità con cui Hopper ci ha abituato ad entrare nell’intimità femminile. Qui il corpo atletico della ballerina è molto ben delineato. I muscoli definiscono le curve morbide donando all’insieme un effetto volume che è quasi del tutto assente negli altri dipinti, in cui i corpi appaiono invece quasi approssimati, piatti e un po’ tozzi.
La ballerina si offre al suo pubblico senza veli. Il suo è un corpo inevitabilmente esposto, ma nello sguardo che la donna rivolge altrove il suo diventa anche un corpo inviolato.Quello sguardo preserva il diritto e la volontà di non essere complice partecipe o compiacente allo sguardo fisico degli spettatori che la osservano poco distanti dal palco. Tutti infatti rivolgono la propria attenzione verso il palcoscenico ad esclusione di una figura, probabilmente l’artista stesso, sul lato sinistro che sembra completamente disinteressato allo spettacolo che si svolge alle sue spalle. Un gesto questo con cui Hopper anche in questo caso si estranea ad una Arte che diventa merce.
In entrambi i quadri si percepisce, dunque, quel comune senso di estraneità all’attimo presente che caratterizza gran parte della produzione di Hopper, ma attraverso le loro figure focalizzanti vi sono anche espressi sia la volontà del pittore di proclamare la propria autonomia sia il consapevole straniamento con cui deve pagarla.

Non so se suggestionata dal percorso in cui la visione delle due tele mi è stata proposta nella recente mostra milanese su Hopper, ma ho finito col mettere in relazione queste due grandi tele e, associandole ad una delle ultime opere del pittore, Two Comedians, ne ho composto una sorta di trilogia in cui si evidenzia sia il rapporto fra l’artista e la sua opera sia quello che si va a creare con i loro fruitori. Entrambe le relazioni diventano a loro volta oggetti dell’opera.

Il pierrot di Soir Blue ha in sé, nella sigaretta che gli pende dalle labbra, nelle spalle flosce, tutto lo sconforto dei dubbi di un caos di voci che sovrasta l’artista fino a renderlo parodia di se stesso ma, quando si fanno largo le certezze, ecco che la propria visione e l’opera stessa diventano un corpo nudo, quello di “Girlie Show”, in balia dello sguardo altrui. Suo malgrado ,l’Arte secondo Hopper è costretta a fingere se stessa sotto i riflettori di un immenso palcoscenico. Essa diventa lo spettacolo impudico in cui finzione e realtà si sovrappongono  e da cui l’artista sembra estraniarsi volgendogli le spalle.

Il tema del palco, e dunque della doppia finzione, infatti ritorna spesso in molte tele, fino all’ultima in cui si ripresenta anche la maschera del pierrot con cui Hopper e sua moglie nelle vesti dei Two Comedians salutano con un inchino il pubblico. Un pubblico stavolta non raffigurato se non nella sua reale essenza di presenza immateriale con cui diventa parte di ogni opera. Davanti a questo vuoto materico emerge il bianco candido, la purezza con cui l’artista e la sua visione svaporano lievemente ai suoi occhi.

Non a caso in una delle sue ultime tele, Sun in an Empty Room, vi è raffigurata una stanza completamente vuota, in cui scompare del tutto l’elemento umano.  Qui  è solo  il sole sottile  che entra da una finestra a creare rettangoli di luce come possibili impalpabili passaggi per accedere all’opera stessa e colmarne i vuoti.

È di questi giorni la notizia della morte di J.D Salinger. Non so, ma non mi ha stupito non averne letto omaggi particolarmente accorati. Ad essere posta in rilievo nel ricordarlo è stata soprattutto la sua scelta di ritirarsi dal palcoscenico, il suo barricarsi dietro la sua stessa icona incarnando quel giovane Holden perennemente giovane e inquieto che voltava le spalle al mondo. Eppure quella sua scelta era già scritta, segnata nelle sue stesse storie e personaggi.

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p style=”text-align:justify;”>Chi lo ha ricordato tracciandolo nel bene delle sue opere l’ha fatto sommessamente, così come quando ci si ritrova a parlare del primo amore e, scoprendola nel ricordo occhialuta e cicciottella, la si racconta un po’ sottotono, giustificandosi poi con l’inesperienza dell’adolescenza e rimpiangendone solo stupore mai più possibile del primo fremito irrequieto della carne. Chi ne ha scritto raccontandolo attraverso il poco della sua limitatissima attività letteraria l’ha fatto rinnegando ogni propria inquietudine che a quella stessa età sempre si accompagna. L’ha fatto con un cuore adulto, spossato da un futuro, che la vita e la ragione, trasformano troppo in fretta in anemico insopportabile passato: proprio con quel cuore dei “se” e dei “ma” grossi e pesanti come macigni di fronte al quale Salinger aveva preferito ritrarsi.
Il punto è che non c’era nulla da scrivere a riguardo senza cadere nell’uno o nell’altro eccesso, nulla se non l’evidenza che a volte l’arte interpreta se stessa in maniera del tutto indipendente sia nello stare che nell’andare via, essa prende una strada totalmente svincolata dagli schemi a cui spesso in modo più o meno consapevole l’arte e l’artista si sottomettono pur di esistere.

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p style=”text-align:justify;”>C’è una piccola casa qui lungo la strada costiera che mi ha sempre attratta. Apparentemente non ha nulla che la distingue dalle altre che puntinano le pareti di roccia su cui sono abbarbicate. Fino a qualche anno fa era solo un piccolo rudere, probabilmente con un passato di uso agricolo, poi è stata ristrutturata ed è ora una graziosa casetta bianca con il tetto a botte dal sapore antico, così come tante più o meno rispettose del paesaggio. Ma ha una particolarità che mi procura sempre una sorta di tenerezza nel guardarla: volge le spalle al panorama. Mentre tutte le case fanno a gara per porsi di fronte allo spettacolo mozzafiato della Costiera, lei con puntigliosa riservatezza se ne sta completamente addossata ad un grosso spuntone di roccia. È questo un blocco grigio che punta in alto come un enorme dente cariato dal vento e digrigna il profilo della montagna che appoggia il suo mento aguzzo sulla strada e preclude alla casa ogni vista sul mare.
Eppure in questa sua anomala posizione essa ha una sua bellezza del tutto autonoma, quasi ribelle, che pur armonizzandosi al resto, pur facendone parte non cede al  facile conformarsi all’ immagine lussuosa, stereotipata e anche un po’ puttana della costiera.
La sua è interpretazione solitaria, è una visione sghemba verso il Nord-Est e il Nord-ovest che gode della grazia, che pochi conoscono, di cogliere il silenzioso momento di luce in cui la bellezza dei colori si accende per poi spegnersi in quella del buio del tramonto, e in cui essa stessa appare e poi sparisce con identico singolare splendore, in un passare sulla terra leggero che, lo si voglia o no, pure esiste.

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