Gesti # 4

Subway Shuffle

Alcuni giorni fa un amico nel corso di una conversazione mi ha dato, letterariamente parlando, dell’emarginata. Ho accolto questo attributo come un complimento poiché nell’ambito della discussione che stavamo avendo mi aveva inorgoglito il fatto che lui, persona il cui modo di scrivere ammiro moltissimo, avesse accomunato la sua condizione alla mia, e malgrado il valore negativo che si accompagna a quella parola essa mi era sembrata una delle cose più belle che mi sia stata detta riguardo a ciò che scrivo.

Un paio di anni fa fui invitata a far parte di un blog letterario collettivo, e seppure non molto convinta accettai. Quell’esperienza durò pochissimi giorni, alcune incompatibilità mi spinsero ad uscirne. Scrissi una cortese e-mail spiegando le mie motivazioni che fu accolta piuttosto freddamente e la cosa si concluse lì. È normale d’altra parte che fra più persone possano nascere delle divergenze e che la convivenza, seppur letteraria, possa fallire e che si senta la necessità della separazione, ma ciò che dell’episodio mi lasciò perplessa fu il fatto che, quasi istantaneamente, tutto quanto potesse riferirsi ad una mia, seppur breve, presenza nel blog fu cancellata. Le poche cose postate, il mio nome, quello del mio blog, tutto sparì. Puff…
Questo gesto mi parve simile a quello con cui si attribuisce un marchio d’infamia, era come se mi fossero stati tolti i “gradi” per essere poi messa al confino.
Inutile dire che presi la cosa con un certo stupore, sul momento divertito, ma che ben presto si trasformò in una attonita amarezza.
Ero abituata all’emarginazione in cui spesso la mia stessa timidezza mi costringeva, ma ero del tutto impreparata al fatto che l’emarginazione potesse giungermi da una posizione presa e che questa fosse squalificante, la cosa mi procurò un certo disagio che intaccò per un po’ anche le poche certezze che avevo riguardo il mio modo di scrivere.

L’emarginazione in effetti è un modo per attestare l’esistenza delle gerarchie.
L’amico, con quell’appellativo, aveva cercato in un gesto di cortesia di non crearne fra me e lui per evitare di cadere lui stesso nella trappola di un micro potere che attestasse alla sua emarginazione una straordinarietà da cui io ero esclusa; attribuendola anche a me, aveva dato alla mia “emarginazione” una valenza positiva, in cui non dovevo chiedermi se ciò che scrivevo fosse ritenuto da lui buono o meno, poiché io potevo a quel punto riflettermi nel  giudizio positivo che attribuivo alla sua scrittura.
La stessa valenza aveva assunto invece segno contrario nel secondo caso. Il cancellare ogni traccia metteva me in una inequivocabile posizione esterna, aveva stabilito la gerarchia di cui io non potevo far parte, e non solo. Quel gesto aveva stabilito i gradi di quella gerarchia, e non ero certo io ad avere quelli più alti, ecco perché l’ombra di una supposta mia inettitudine, di un’incapacità di essere all’altezza delle regole aveva accompagnato sgradevolmente quella mia decisione che pur ritenevo giusta. Cancellando ogni cosa venivano ambiguamente evidenziati non una mia posizione da emarginata, ma la mia non presenza, e di ciò che avevo scritto il valore nullo.

Il senso di emarginazione in chi scrive rispetto ad altri che scrivono non è tanto nel non vedere riconosciuta la concretezza del proprio essere e quindi del proprio scrivere, ma che entrambi lo siano come essenza “cancellata”, in cui il proprio bene e il proprio male non sono riconoscibili come valore assoluto.

Borges nel suo “Abbozzo di autobiografia” a proposito dei suoi romanzi scritti a quattro mani con Bioy, scrive […] Mi hanno sempre chiesto come la collaborazione sia possibile. Credo che richieda l’abbandono dell’ego, della vanità, e anche della comune cortesia. I collaboratori dovrebbero dimenticare se stessi per pensare soltanto all’opera.[…] ed è quello che accade anche quando c’innamoriamo – Dos amantes dichosos hacen un solo pan – scrive Neruda infatti. Ma queste sono condizioni straordinarie: l’amore finisce, molto spesso per il prevaricare  dell’uno sull’altro o per l’emarginazione in cui l’uno pone l’altro, e anche Borges è costretto ad ammettere che altri tentativi di collaborazione con amici intimi fallirono per […] la loro incapacità di farsi di volta in volta mansueti o insensibili […]

Personalmente se dovessi condensare cosa mi trattiene a galla penso all’epilogo di “Falconer” romanzo breve dello spigoloso e spietato Cheever, padre del minimalismo forse più del tenero Carver .
Ferragut, appena evaso da Falconer s’imbatte in uno sfrattato che con tutte le sue cose attende l’autobus alla fermata. È l’incontro fortuito fra due vite derelitte. Entrambi non hanno un posto dove andare, ma entrambi liberi di andare. Conversano brevemente una volta saliti sul mezzo. Inizia a piovere e lo sconosciuto regala a Ferragut un cappotto. È un gesto senza storia, senza un passato e senza un futuro. L’evaso ringrazia e si appresta a scendere.

“ Farragut raggiunse la parte anteriore dell’autobus e scese alla fermata successiva. Mettendo piede in strada, vide che aveva perso la paura di cadere e tutte le altre paure dello stesso tipo. Teneva la testa alta e la schiena dritta e camminava benissimo. Rallegrati, pensò, rallegrati.”

11 pensieri riguardo “Gesti # 4”

  1. ciao lisa.

    A fine giugno a Parigi una sera sono arrivata al ristorante prima di tutti, perché non potevo affaticarmi a camminare e solo io avevo preso il taxi, tutti gli altri avevano preferito fare una passeggiata. Non erano ancora le nove di sera: c’era ancora un’ora di luce e i locali del ristorante dove poi avremmo cenato erano aperti sull’Esplanade des Invalides. Ero un po’ in difficoltà per questa faccenda di non poter camminare liberamente, e, anche se dopo un mese di esami e di visite avevo da pochi giorni saputo che non avevo nulla di serio, avevo conservato una sfumatura di preoccupazione.
    Mentre aspettavo gli altri, un signore anziano decisamente zoppo con stampelle e la moglie dietro di lui di qualche metro è uscito dal ristorante. I valletti, è un posto un po’ elegante ma soprattutto è una zona dove è difficile parcheggiare, sono andati a recuperare la sua macchina, che aveva un’aria decisamente dimessa, e a quel punto ho osservato lui, e l’aspetto dei suoi vestiti denunciava una condizione economica inferiore a quello che ci si poteva attendere da chi frequenta posti del genere.
    Lui era raggiante. Leggermente sconnesso nei movimenti a causa della zoppìa e delle stampelle, stava da cinque minuti cercando di estrarre qualche moneta da dare al valletto che gli avrebbe riconsegnato la macchina senza che, come vuole la forma, i soldi comparissero nelle sue mani prima del necessario.
    Al momento buono ha sorriso di gratitudine al valletto, quel ragazzo era responsabile, o almeno rappresentava, la sua con ogni evidenza consuetudinaria parentesi di felicità. Sono arrivati gli altri.

    francesca

  2. ciao francesca.
    diciamo che, e stringo il campo a quello delle “affinità elettive” quale può essere la scrittura, il senso di emarginazione fa parte del gioco, si è sempre dentro o fuori qualcosa, ora se proprio qualcuno volesse tirarmene fuori o tirarmi dentro, e capita a volte, me ne “rallegro” quando è con un gesto che non ha memoria, lo preferisco immorale piuttosto che caritatevole, perché anche la gratitudine a volte priva del giudizio, della libertà e ghettizza ancor più dell’emarginazione.

    grazie del racconto
    lisa

  3. ciao lisa.
    ho riletto il tuo pezzo, è molto complesso e secondo me un po’ oscuro – è un complimento – quando si sposta impercettibilmente tra scrittura e vita: non penso accada esattamente la stessa cosa. la scrittura come terreno puro di scambio è un pensiero che condivido.
    del “gesto” che intercetta e quindi interrompe l’emarginazione del cuore, invece, non riconosco troppe differenze tra la estemporaneità di un amore senza memoria e la gratuità come infondatezza di una supposta ma palesemente non reale affinità, insomma di quello che per te è un’impostura della gratitudine. sono prove di vita, spesso molto consapevoli.
    c’è più ottusità in chi ha ritenuto di suggellare un abbandono e ha trasformato un tuo passaggio effimero su un blog in un non-passaggio, che in tutta la danza cortese tra i valletti e l’anziano signore zoppo.
    ciao, f.

  4. Se spogliamo all’osso un atto di compassione o di gratitudine è un po’ come dire- vedi Io posso fare il tuo bene- dell’uno, e un vincolo- ho bisogno di te- dell’altro e dunque in modo sottile, ma si creano dei ranghi.
    E questo succede anche nel momento in cui chi scrive si offre ad un lettore e il mio era soprattutto un discorso legato alla scrittura e ai suoi meccanismi che non sono non possono e non devono essere slegati dal vivere e da tutte le sue meschine contraddizioni e fragili tenerezze e dal modo in cui le une si mescolano alle altre, ma quello che mi interessa ora è nell’immaterialità dello scrivere.
    L’ oscurità di questo testo probabilmente c’è, è reale ma dovuta forse al fatto che prosegue, o proseguirà non so dove e non so quando, ma anche perché la sua origine è nei testi, nelle poesie che lo precedono, nei dialoghi che ho cercato e in quelli che ho evitato, e la sua conclusione dunque non poteva essere che questa.

  5. Ciao Lisa,
    ho letto, tutto d’un fiato, il tuo pezzo e il dialogo con Francesca che lo segue… E’ fantastico! Dice Francesca che ha trovato il tuo pezzo “un po’ oscuro”, e subito dopo se ne esce con un: “non riconosco troppe differenze tra la estemporaneità di un amore senza memoria e la gratuità come infondatezza di una supposta ma palesemente non reale affinità…” minchia! Heidegger, in confronto, è Topolino! Devo ancora decidere se è perché siete due persone molto, molto profonde o perché siete due donne… :)
    Con affetto, come sempre.
    ste

  6. Ste, ti devo una risposta e provo a dartela iniziando a mia volta con una domanda: attraverso quali parametri, che siano di chi scrive o/e di chi legge, si riesce a giudicare l’integrità intellettuale di un testo? So che questa è una specie di mia ossessione, tant’è che già da tempo è entrata in quasi tutto quello che scrivo, anzi mi sto convincendo che forse inizierò veramente a scrivere solo quando mi pacificherò dandomi una risposta che mi soddisfi, considerando anche che il rapporto scrittore/scrittura/lettore ha meccanismi che passano inevitabilmente attraverso la realtà e questa è imperfetta e irreparabile, tuttavia esiste ed è invasiva con il suo bene e il suo male.
    Qualche tempo fa c’è stato un piccolo episodio che mi ha molto colpita. Ho lasciato poche parole di commento ad un brano di uno scrittore che è anche un amico. Subito dopo ho ricevuto l’email di un amico che si diceva indignato dal fatto che io avessi apprezzato quel testo perché questo lasciava intendere al suo sguardo intellettuale che mi ero inchinata anch’io alla legge del dare e dell’avere.
    La cosa a quel punto ha indignato me. Ne è seguita una serie di email in cui entrambi siamo rimasti nella propria indignata posizione. Quando dopo qualche giorno ci siamo incontrati per caso e abbiamo cercato di chiarire, mi sono resa conto di come certi concetti potessero essere speculari e opposti. Lui continuava a chiedermi- dimmi che l’hai fatto solo perché è un tuo amico- io ribadivo- siamo amici dall’infanzia, non avresti dovuto neanche pensare di accusarmi di bieco sodalismo –
    Questo piccolo evento mi ha spalancato una specie di voragine. Come mettere in equilibrio un medesimo concetto che infamia e a cui ci si deve allo stesso tempo appellare affinché dimostri che non sia così?
    Secondo quali termini è possibile attribuirsi un’integrità intellettuale nel dare un giudizio a se stessi e agli altri? Si ritorna dunque alla domanda iniziale e all’oggettività dell’integralità quando passa al setaccio della realtà con cui bisogna misurarsi.
    Ma ora ritorniamo al racconto di Francesca e spogliamolo di tutta quella retorica che ci torna utile per farcelo interpretare come un semplice e spontaneo gesto di solidarietà, torniamo a quella danza dei valletti che tanto mi ricorda “ The Singing Butler”, cosa vedremo? Un rapporto dovuto, preconfezionato, un dare e un avere, un servo e un padrone, e ben diverso da quello di Ferragout e lo sconosciuto che si regge sull’attimo e di cui nessuno dei due sentirà il peso. – grazie – dice Ferragout e se ne va via.
    Solo grazie, perché lui è ora un uomo libero e non ha più paura.
    Francesca secondo me non era libera quando ha interpretato la danza dei valletti poiché ha lasciato che fosse la sua realtà a mediare il gesto.
    Ma qual è la nostra posizione sociale quando scriviamo? Quale gradino di questa gerarchia che si crea, in realtà, ci rende liberi?
    Fino a poco tempo fa credevo di bastasse essere in questa sorta di “emarginazione” fatta più di domande che di inappellabili asserzioni, pensavo che dubbi e ritrosie verso le stesse cose che scrivo e la loro gestione seppur nella loro imperfezione affiorassero ad accreditare la mia libertà, ma oggi non lo penso più. Da qui l’esigenza, più che una vera e propria decisione, di non continuare con questo falso d’autore.
    Esigenza tanto più confermata quando mi si ricorda che ho amici “importanti”, ed è vero. Ho persone che lo sono per la mia scrittura e per la mia vita, persone che incontro altre che non ho mai visto, persone che amo, e tutto questo entra in quello che scrivo, come tutto il resto, e la cosa buffa è che neanche lo sanno quelle persone perché quasi nessuno a conti fatti mi legge più di tanto. È male ? No, per me non lo è. È male se ad “importanti”, ancora una volta si affianca il “solidali”, questo termine implica l’ambiguità di quei ranghi che non accetto, e mi sembra che quello che ne consegue da questo atteggiamento sia abbastanza evidente. Che almeno mi si riconosca quel minimo d’intelligenza di rendermi conto del credito che mi viene attribuito!
    C’è una strana energia di questo periodo, a dire il vero è come se mi sentissi derubata di qualcosa. che era mia, la mia direzione, e ora sono qui come spiaccicata sul costone di una montagna in questa posizione stupida senza andare né avanti né indietro, e non so se è per il troppo orgoglio o per vanità ( non è granché come spettacolo somigliare ad una merda secca sopra un muro) che preferisco chiudere qui, e ricominciare da zero.
    Questa estate mi capitò di vedere questo.

    http://www.nytimes.com/packages/html/nyregion/1-in-8-million/index.html#/orrin_harris

    mi colpì la semplicità della narrazione che anche se supportata dalle bellissime foto si focalizza quasi totalmente nella voce narrante: Pepper.
    Pepper dorme di giorno e sta sveglia di notte a guardare dalla finestra, mentre narra brevemente la sua vita a un certo punto dice- ora non lascio che nessuno mi venga vicino perché ogni volta che qualcuno mi viene vicino mi ferisce, devono stare fuori da me perché io ho anche un lato cattivo…capisci… non sono una santa –
    Brava Pepper, mi viene da dirle.
    Lei prosegue nel suo racconto, e la sua voce si fa più malinconica ma non perde la fierezza- sono abituata a stare da sola…ho diritto a stare da sola. A volte mi seggo e piango…mi seggo e guardo dalla finestra con le lacrime agli occhi…mi piace sentirmi così a volte perché ho lasciato tanto là fuori…ho lasciato tanto.
    Ecco caro ste, a volte credo sia necessario non farsi scudo con la retorica e credere alla danza dei valletti, ma ci si deve semplicemente sedere e prendersi la notte.

    grazie a te e a tutti

    lisa

  7. cara Lisa, ti confesserò una cosa che non ti ho mai detto: ho sempre avuto una sorta di difficoltà espressiva con te, e forse la tua sensibilità te l’avrà fatta avvertire. Difficoltà che nasce dalla chiarissima sensazione di avere un modo di pormi di fronte al mondo e alle cose che se non è antitetico al tuo, quantomeno ne è lontanissimo, anche se forse in qualche modo complementare.
    Quando tu parli di qualunque argomento io mi scopro a non trovare le parole adatte per risponderti sullo stesso piano. Mi sembra, in genere, di peccare di smania semplificatrice, ma credo che questo sia dovuto al fatto che per me tu hai la forte tendenza a complicare… capirai la stranezza di tale situazione per uno che si spaccia per filosofo, e che dovrebbe quindi, da copione, esser lui a “complicare”. Ma io, nella mia rozzezza, mi scopro sempre più intollerante ai sofismi, e insofferente verso ogni discorso che mi sembri nascondere una tendenza masochistica sotto la veste di qualche profonda indagine psicologica. Tant’è, ti dirò, dopo questa premessa, ciò che penso del tuo discorso, e lo farò, scusami, a mio modo, e cioè schematizzando, semplificando, sicuramente svilendo (in modo molto “maschile”, insomma).
    Da quel poco che capisco io ti vedo dibatterti in un problema che è chiaramente di tipo morale. Il tuo discorso è pieno di remore, di incertezze sul come porsi di fronte alla scrittura, e cioè di fronte agli altri. Tu senti il peso della responsabilità di ciò che scrivi, e questo peso rischia di schiacciarti. Di qui una sorta di istinto di fuga, che in questa situazione diventa istinto di sopravvivenza.
    Quello della responsabilità è un grosso tema in filosofia morale. E’ strettamente legato a quello del libero arbitrio, e quindi a quel problema della libertà che tanto frequentemente ritorna nelle tue parole. La responsabilità è legata cioè al fatto che noi possiamo scegliere, e che le nostre scelte possono talvolta essere incaute, sbagliate, e possono arrecare, volontariamente o meno, un danno a chi ci sta vicino. Ma il punto cruciale è proprio questo: volontariamente o involontariamente. Pensa ad un giudice, che deve decidere la pena da comminare per un omicidio. Tale pena sarà molto diversa se il decesso è stato accidentale, oppure dovuto ad un comportamento incauto, ma non volontario, oppure ancora ad una decisione volontaria; il massimo della pena verrà comminato per una decisione volontaria e premeditata. Tanti livelli di responsabilità, come vedi, che si basano su un unico criterio: l’intenzione. Se un reato viene compiuto con una precisa volontà di compierlo, la responsabilità è totale. Altrimenti verranno addotte delle attenuanti. E qui si innesta un altro tema che ritorna sempre nelle tue parole, e di cui abbiamo già parlato: l’oggettività. Ebbene, l’oggettività, nel caso dell’omicidio di cui sopra, è sempre la stessa, totalmente indipendente dall’intenzione, ed è che una persona è morta. Ma nei quattro casi indicati, il livello di responsabilità è molto diverso.
    Perché ti racconto tutte queste cose? Per dirti, con tutto il mio affetto, che non puoi continuare a collegare il tuo problema morale a quella che tu avverti come una carenza di oggettività in ciò che scrivi, a sua volta dovuta ad una sua presunta imperfezione. Scusa la banalità, ma la perfezione non è di questo mondo, e la cosiddetta oggettività non è altro che un dato di fatto che da solo non ha alcun significato, e che lo acquisisce solo una volta interpretato alla luce dell’intenzione.
    Mi torna in mente un aneddoto raccontato da Montaigne in cui un soldato romano viene trafitto ad un fianco dalla spada di un nemico, e tale ferita va ad incidergli un ascesso profondo, che se non fosse stato inciso avrebbe sicuramente portato a morte il malcapitato, cui invece il nemico, così, inconsapevolmente, salva la vita. Il problema morale che Montaigne si pone è come giudicare il feritore: colpevole per la sua intenzione di uccidere, o innocente per aver provocato un’involontaria guarigione? E la risposta, ovviamente, è che decide l’intenzione di uccidere.
    Per cui, mia cara, a meno che tu non covi dentro di te intenzioni omicide, vai tranquilla! Scrivi, parla, confrontati, scontrati, difenditi, o attacca, se preferisci, perché in ogni caso nessuno mai potrà rimproverarti, o dirti che hai sbagliato, se tu sai, dentro di te, che le tue intenzioni erano e rimangono buone.
    Un grande bacio.
    Rozzamente, ste.

  8. ciao lisa (e stefano)
    la compassione sta nella serie b dei sentimenti, tra la tolleranza e la solidarietà.
    la compassione non mi serve. ma una vita è lunga e nessun uomo, per quanto siano chiare le sue idee, è capace in un momento di prevederne tutti i momenti. la libertà di non giocare di rimessa può trasformarsi nella dignità di accettare un’illusione. cosa scelgo: ciò che mi dà gioia. ciò che mi serve. mi faccio influenzare dalla realtà, sì, come potrei evitarlo, e ringrazio il mio cuore quando si abbassa a tanto. non so quanto possa avere a che fare la scrittura con questo. a volte la felicità serve, per quanto inconsueta o ignobile o casuale ne sia la provenienza.
    (ah, sull’odio per la compassione, proprio perché è, e lo è, un sentimento di serie b, ho fondato la mia personalità. poi col tempo questo odio si è evoluto e ad esempio ho litigato in modo irrevocabile con la mia psicanalista più o meno su questo, ho cercato di spiegarle che non volevo stare meglio, volevo stare bene. sono un’esperta di compassione)

    a parte questa assai personale disquisizione – è andata così – ti leggo con molto piacere. mi attrae la tua scrittura. c’è molto di affine e più di una cosa respingente per me.
    grazie di cuore, francesca

  9. Questo congedo si sta trasformando nell’addio più lungo del mondo ed io per quanto lo vorrei non sono Soriano :-) tra l’altro mentre scrivo di sottofondo ho “Never let me go” suonata da Bill Evans :-)
    Spicer diceva della poesia, ma credo valga anche per la prosa… e per il resto, “Some poems are easily laid. They will give themselves to anybody and anybody physically capable can receive them. They may be beautiful (we both written some that were) but they were meretricious. From the moment of their conception they inform us in a dulcet voice that, thank you, they can take care of themselves. I swear that if one of them were hidden beneath my carpet, it would shout out and seduce somebody. The quiet poems are what I worry about – the ones that must be seduced. They could travel about with me for years and no one would notice them. And yet, properly wed, they are more beautiful than their whorish cousins.”[Dear Lorca, When you had finished a poem]
    siamo noi capaci, per poterle o saperle distinguere, di farci insensibili o mansueti come chiede Borges?
    Io onestamente non lo so. Non lo so, ma allo stesso tempo penso che è importante chiederselo magari non sempre ma di tanto in tanto, e comunque se fosse solo una questione di scelta io preferirei non solo scrivere cose che si avvicinino ai “quiet poems” piuttosto che a quelle bellissime meretrici, ma anche leggerle. Vorrei capire se è possibile o meno riparare le falle del ciò che sono che trasmetto in ciò che scrivo, e magari da qui riconsiderare il ciò che sono e mi aspetto lo stesso da ciò che leggo, non è che pretendo le coordinate di una qualsivoglia morale e assolvere così i miei tradimenti, ma neanche l’affossamento ad una morale del semplice apparire, una da reality show che ciò che si scrive si limita a sceneggiare.
    Bah… avete presente quando Paperon de Paperoni fa su e giù nella stanza con le mani incrociate sulla schiena e dalla testa gli viene fuori un fumetto… mumble…mumble? Ecco in fondo queste cose qui che scrivo sono semplicemente il mio “mumble…mumble”, ho provato a rendere meno tedioso questa specie di frullato fatto di cose che ho visto, che ho fatto, che ho letto o che io stessa ho scritto con cui mi confronto. è una sorta di dietro le quinte, perfino quelle che per semplificare chiamo “poesie” lo sono, in fondo le considero bignamini di mumble… mumble…però devo riconoscere che anche l’immagine della pustola mi piace moltissimo :-)

    grazie a voi
    lisa

  10. … io adoro il tuo mumble mumble…
    … e credo che tu non abbia ancora capito che quel mumble mumble sei tu, visto che ne parli come fosse qualcosa d’altro e diverso da te stessa, che si può sospendere, o abbandonare, a piacimento. Sarebbe un semplice trattenere il fiato. Per un po’ o per sempre.
    E comunque dal nostro amore non potrai mai scappare.
    ste

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