Il mio nome è Legione: Demetrio Paolin

legione

 

Ogni buon scalatore sa che è necessario coordinare il corpo affinché abbia sempre tre punti di appoggio, e che non bisogna mai lasciare la presa di una mano, l’incavo su cui poggia un piede senza averne prima trovato un altro a cui sostenersi.
Così la lettura di “Il mio nome è Legione” è semplice se nel suo procedere si è capaci di non perdere il contatto con ciò che si è appena letto, se ci si lascia aderire alla sua realtà e alla sua scrittura privi di preconcetti, è semplice se ad ogni passo che verrà mosso non si assume la baldanza di chi crede che raggiungere la cima sia solo e semplicemente andare avanti seguendo un sentiero già tracciato perché sarà invece toccare un territorio su cui non ci sono segni, indicazioni, tracce che possano facilitare la nostra lettura.
È semplice se accettiamo di essere soli in questa salita o discesa, perché in questo romanzo i due concetti sono complementari, o forse si sovrappongono così come si fondono gli eventi, e si è soli nel senso che non ci accompagneranno personaggi in cui ameremo riconoscerci ma una moltitudine vera e sfiancante che darà un nome e un volto a quel lato oscuro che si nasconde in ogni ideale, in ogni bellezza, in ogni gesto o atto d’amore e misericordia. È semplice se accettiamo anche lo smarrimento da cui si viene colti nel constatare che il terreno su cui stiamo procedendo ha una strana natura e questa è pulsante, caotica, mobile, e le direzioni che crediamo certe sfuggono al nostro senso di orientamento e svaniscono ai nostri occhi per ricomparire su un piano diverso, in un tempo diverso, e si sgranano come una nuvola per poi addensarsi all’improvviso alle nostre spalle,costringendoci a ritornare sui nostri passi.
Anche Demetrio, la voce narrante esterna e allo stesso tempo protagonista del romanzo, è un uomo semplice. È semplice se riusciamo a sovrapporci, ad aderire a questa sua dualità che fin dal principio ci pone davanti sia a un Demetrio che nasce nel suo stesso guardarsi, sia al Demetrio che ci accompagna e avanza con noi da un punto che è sì esterno, ma che parla dal suo didentro che diventa anche il nostro.
Quello che fa dunque Demetrio è metterci di fronte al fatto di aver avuto e accettato, in un momento preciso della sua vita, la consapevolezza del suo essere un uomo semplice ed è proprio questa cognizione che ad un tratto rende il suo sguardo scrostante, scarnificante, apparentemente privo di pietas.
Questo momento coincide con l’urlo di sua madre che sconquassa il silenzio che protegge il sonno di Silvio, fratellino di Demetrio. – A Silvio qualcosa è andato storto- dirà il padre – ma tutto tornerà apposto– ma Demetrio, bambino egli stesso, ha capito che il Male è ormai affiorato, è diventato visibile e da quel momento in poi il suo sguardo non potrà fare a meno di coglierlo se non nella sua natura che resta irreparabile finché non lo si riconosce come unica via del Bene, come unica possibilità in cui il Bene esplica il suo senso, la sua funzione di salvezza.

L’urlo della madre è la dichiarazione che quel Male esiste, il suono acuto che quel grido genera è disumano perché deflora la madre della grazia della maternità che ad un tratto diventa invece genitrice del Male, e in cui il Bene riuscirà a compiersi solo nell’accettazione di questa stortura dell’Essere. Le sarà mai possibile ?

Ma questo è solo l’inizio perché la vita di Demetrio, da quel momento, assume l’aspetto di uno spesso telo nero in cui egli stesso produce enormi squarci privi di ogni compassione, incapaci di concedere a se stesso e agli altri il benché minimo sollievo, squarci che gli incontri e accadimenti nel corso della sua vita, che si susseguiranno reali o immaginati o semplicemente possibili, tagliano nel suo stesso vivere.
Il Male di Demetrio diventa così una materia esposta, orribile e desolante, riconosciuta e annotata a volte in modo chirurgico in una scrittura che diventa quasi soffocante, plumbea, opprimente ma allo stesso tempo forza centripeta e essenziale del romanzo.
Ogni cosa, che sia essa privata o pubblica, che sia nell’immaterialità che tracciano le linee degli sguardi, dei pensieri di Demetrio, o nella concretezza dell’incrociarsi delle strade di Torino, o dei tetti di Casale Monferrato, o dei filari delle vigne su per le colline, o della fuga dei binari, tutto concorre al moto vorticoso di questo scrivere che interpreta nella sua forma il male che scopre.

http://www.ibs.it/code/9788875800512/paolin-demetrio/mio-nome-egrave-legione.html

3 pensieri riguardo “Il mio nome è Legione: Demetrio Paolin”

  1. cavoli. io ho scritto un pezzo su lankelot mediocre, devo dire, forse l’ho scritto troppo presto, o tardi, dopo la lettura. non saprei. questo tuo è spettacolare.
    grande!

    p.s. ma ricevesti la mail? (mandata con immenso ritardo su quanto avevo detto, sì)

  2. ho ricevuto, e contavo di scriverti in questi giorni,grazie.
    e grazie per i complimenti…non so, anch’io avevo letto in rete autorevoli recensioni di questo romanzo e ho cercato di scrivere semplicemente una mia lettura. il fatto è che non è semplice, dopo tanti anni passati a scambiarci appunti, a volte negativi a volte no, trovarsi fra le mani il romanzo di un amico, romanzo tra l’altro che già prima della sua pubblicazione aveva fatto discutere.
    sono andata a leggermi il tuo pezzo su lankelot e sono d’accordo su quello che tu hai colto del “dire” che è forse, nei termini in cui tu ne parli, il fattore che funge da mediazione nella scrittura di demetrio.

    http://www.lankelot.eu/index.php/2009/08/31/paolin-demetrio-il-mio-nome-e-legione/

    (dimmi se per te va bene che io abbia messo il link)

    ciao branco
    lisa

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