Il giallo e il nero

Monet- tavolozza

 

In certe ore estive la linea breve con cui il paese si distende verso l’interno sembra che s’inclini, e si corrughi, e allora tutto scivola ammassandosi verso il mare: la gente, i rumori, gli odori; tutto sobbolle, come un sugo concentrato d’umanità, nella sottile striscia dei pochi metri di spiaggia e del lungomare.
Sono queste le ore in cui il sole si conficca perpendicolare nella carne del paese, e chi non è al mare è nel chiuso fresco delle stanze.
Basta spingersi però poco oltre la linea di confine, allontanandosi dal mare, e il paese appare come svuotato da se stesso in tutta fretta, del suo passaggio restano poche tracce : qualche cicca di sigaretta, pezzetti di merendine cadute dalle mani dei bambini, il breve tempo che separa l’attesa di tazzine e bicchieri prima che i tavolini dei bar vengano rigovernati, le sedie lasciate nell’atto fermo e scomposto dell’abbandono.
Tutto è immerso in un silenzio che però non è puro e totale, ma è viscoso come resina e se ci entri dentro t’imbatti nei minuscoli suoni che vi sono intrappolati dentro.
Mi piace allora, soprattutto quando mi rendo conto che in fondo non ho nulla di memorabile da aggiungere, starmene lì, in questa specie di pelle di serpente, in questa cosa né viva né morta. Scelgo un tavolino al bar che però sia esposto al sole e me ne sto lì. Da un lato contenta di non essere di fastidio allo scorrere consueto dell’esistenza, dall’altro inquieta, triste ma soprattutto delusa del fatto che l’esistere a quanto pare non faccia lo stesso nei miei confronti. La malinconia dopotutto è qualcosa di indefinibile e fastidioso proprio perché ti si impianta dentro ma non si sa mai da dove provenga realmente.
Ma sostanzialmente ,in questa particolare situazione, mi piace il contrasto che si genera . Me ne sto lì, completamente esposta alla luce piena relegando nell’oscurità ogni traccia di sentimento.
Mi piace l’idea che venga sovvertita l’iconografia classica che vede illuminato ed esaltato l’animo mentre d’intorno è il buio che incombe. Nella maggior parte dei casi è il volto del soggetto ad essere delegato ad esprimere i moti interiori, è nel volto che sembra risiedere il corpo dell’anima, ma poi è la luce a dargli la sua umanità e a darla al sentimento provato, ma non sempre è il viso e la sua mimica ad essere protagonista dei dipinti.
La Maddalena Addolorata del Merisi è china, il volto quasi del tutto nascosto. La luce investe le sue spalle e accentua la curva del collo che, nel contrasto con la compatta oscurità dello sfondo, appare in tutto il suo disperato abbandono al dolore tanto che pare di sentire il pianto sommesso di Maddalena, ed è così dolente quella luminosità che l’avvolge che saremmo tentati di cingerle le spalle per consolarla. È la luce  che fa sì che ci sembri quasi di vivere di Maria Maddalena la stessa sofferenza.
Nelle arti figurative si è sempre dato rilievo alla luce e al buio per dare l’anelito di vita alla bidimensionalità della raffigurazione. E vita è tutta la gamma di sentimenti che l’essere umano riesce a contenere.
Anche quando scriviamo o semplicemente parliamo, ovviamente senza raggiungere in molti casi l’acme figurativo di Caravaggio, ricorriamo a quelle aggettivazioni che sono proprie della raffigurazione iconografica: il sorriso illuminava il viso, scuro in volto, si rabbuiò in viso, una luce ti accende gli occhi, ti vedo raggiante di felicità, etc… Le metafore in questo caso sono null’altro che tentativi di ricreare chiaroscuri per porre in evidenza quel corpo dell’anima che pensiamo avere e  essere nel viso, è questo che, a differenza di ogni altra parte del corpo, mostriamo sempre agli altri, e in cui confidiamo.
Ma nella vita reale  noi siamo esseri per lo più opachi, non riflettenti. Io, seduta lì, sono come un colore semplicemente spremuto da un tubetto. Non c’è nessuna vera luce che m’illumina né tanto meno ne emano, non c’è nessun buio che mi isola o che mi accoglie; che sia il mio in quel momento uno stato di grazia o di triste senso di abbandono o sia presa da un semplice sentimento meschino, esso resta celato o svelato mai del tutto.
Alla mostra dedicata a Monet e alle sue ninfee sono rimasta a lungo a guardare la sua tavolozza . A dispetto di quanto avrei potuto supporre vi erano poche tracce degli azzurri, dei pervinca, degli eterei verdi,  degli impalpabili rosa ma spiccavano sul legno chiaro due grosse chiazze di colore: il giallo e il nero. Due masse dense di luce e buio rimaste informi, come un mistero insoluto. 
E anche la mia  in fondo è una malinconica resa raggrumata di  un’anima cercata e che forse neanche esiste così  come anche qualsiasi bene possa esservi racchiuso, e quella luce, a cui a volte credo a tal punto che vorrei che qualcuno ne avesse cura, come dicono gli scienziati  è probabilmente solo  il frutto di reazioni chimiche più o meno spontanee , più o meno minuziosamente programmate.

Grazie della lettura! Ora se vuoi lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...