Premio Strega: L’uomo che guarda

 

È un paio di giorni che si ripresenta lì. L’uomo che guarda appare sempre all’improvviso. Non so da quale direzione, non so quando di preciso, so che ad un tratto me lo trovo di fronte. Io seduta sulla sdraio e pochi metri dalla riva, lui in acqua. Fermo.
Anche se è ormai già luglio, la spiaggia è ancora quasi semi deserta, e la sua presenza così statica non passa inosservata. Lui se ne sta lì e guarda. Asettico, inespressivo. Se ne sta lì, senza nuotare, con solo la testa a fuoriuscire dall’acqua, la schiena rivolta al mare alto, gli occhi verso la spiaggia. Guarda come potrebbe guardare una cosa, lo sguardo vuoto, se cambio posizione mi segue ruotando appena gli occhi. Intorno a lui l’acqua è immobile. Resta lì così anche mezz’ora, poi esce si asciuga e poi rientra in acqua e si ferma più o meno nello stesso punto.
Non fa nulla.. Da quel poco di lui che lascia in vista quando è in mare non traspare nulla. Sembra in attesa che qualcosa accada. Quel suo sguardo m’infastidisce. Inconsciamente faccio attenzione a come mi muovo. Serro le gambe, aggiusto continuamente i triangoli del costume. Di tanto in tanto lo fisso, per provocare almeno una reazione, un turbamento, lo guardo come per dirgli lo so brutto porco perché stai lì  ma niente. Lui non si scompone. È lì come se non ci fosse annullando così anche le mie occhiate infastidite. Lui guarda con freddezza e il giusto calcolo.
Siamo al mare: io sono lì mezza nuda e lui fa il bagno col suo sguardo anestetizzato da cui non traspare niente. Non c’è dentro quegli occhi libidine o piacere o imbarazzo o vergogna quando vengono sorpresi. Niente. Quegli occhi sono cose a cui manca il coraggio di essere cose. La loro inespressività equivale ad un attacco alle spalle da cui non ci si può difendere, forse per questo mi sembrano ancora più invadenti. Quello sguardo atono è la punta massima della eroicità dell’uomo che guarda. L’uomo che guarda probabilmente non ne avrà mai altri, non solo su di me o sulla signora sdraiata poco distante, ma su tutto. Vernicerà la sua esistenza di un unico colore grigio e piatto e finto. Nel mondo dell’uomo che guarda né io né lui esistiamo o siamo mai esistiti, e neanche quel mondo lo è o lo è mai stato.
Non mi piacciono le persone che mistificano o  che non lasciano trapelare mai le emozioni , quelle incapaci di mettere in disordine le stanze interiori se ne vale la pena,  e vivere una qualche straordinarietà con abbandono. Mi piace invece quando, senza creare disagio nell’altro, certe spinte emotive riescono a volte ad incanalarsi in gesti, in parole, in una mimica non trattenuta, genuina.
Ieri sera, raggomitolata in un angolo del divano, me ne stavo da sola a guardare in tv la serata per la designazione e la consegna del Premio Strega.
Delle polemiche che l’hanno accompagnato è quasi inutile continuare a parlarne, che sia avvolto nella fumosità dei giochi dell’editoria è da ingenui negarlo. D’altra parte, benché durante tutta la serata i vari intervistati abbiano cercato di esaltarne la prestigiosità nell’ambito letterario italiano, quasi sempre il riferimento, più o meno velato, agli Editori faceva la sua comparsa. Ma in modo molto chic. Mai la volgarità di dirne il nome, solo Elkann con la sfrontatezza datagli dalla sua erre moscia si è spinto fino a dire- Il mio voto a Scurati, per il suo bel libro e anche perché Bompiani è il mio Editore-
La serata ha galleggiato così, su questo laghetto tranquillo, senza scosse, accompagnata dalla voce di Giordano come sottofondo.
Il testa a testa fra Scurati e Scarpa, sebbene il presentatore abbia cercato di renderlo adrenalinico si è consumato quasi come lo scoppio di una bolla. Plop…
Vince Tiziano Scarpa. E mi fa piacere. È un bellissimo libro.
Già. Libro. Sembra quasi il grande assente nell’atmosfera del Premio. Il piacere e la fatica e il rispetto di scriverlo, il piacere e la fatica e  il rispetto nel leggerlo. Libri fra Libri.
Sono lì: la donna che guarda. Omologata alla staticità  di una realtà priva di realtà.
A parte qualche campionato di basket non ho mai vinto niente, e penso che sia bello vincere,ottenere una vittoria per qualcosa così intima come un libro, qualcosa che si è scritto. Penso anche alla delusione di una sconfitta per la stessa cosa.
Ma mentre sono la donna che guarda mi colpiscono  l’emozione di Scarpa, tale e tanta da fargli smettere i panni dello scrittore nelle poche semplici parole  che dirà, e  la rigida postura invece di Scurati, atona, controllata come lo è stata per quasi tutta la serata. L’uno nel guizzo eroico, vivo di Cecilia, l’altro spettatore dello spettatore della realtà.
Al momento della proclamazione per un attimo ho la sensazione che Scarpa stia per abbracciarlo, è una frazione di secondo, ma Scurati allunga rapido il braccio. La stretta di mano fra vincitore e perdente si consuma nella distanza di quel metro di spazio. La stessa che c’è fra  noi e le cose  e che evitiamo di conoscere o di annullare. La stessa che c’è fra reale  immaginato e realtà. Misurata e astratta. Come un’invisibile ultima riga di un libro che svelerebbe tutto. E noi stessi ormai cose : nei gesti, nelle parole, in quello che facciamo e che siamo.  Non sapremo mai che ce ne siamo andati.

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