Un bene contenuto

don cherry- ole brask

Ieri finalmente mi sono stati recapitati alcuni libri che aspettavo. Non ho scartocciato subito il pacchetto che è rimasto per un po’ ben sigillato sul tavolo. Credo sia una mia abitudine allungare i tempi, è come se adottassi per certe cose una specie di sabato leopardiano con cui “orno” la quotidianità per prolungare la fanciullezza che è racchiusa in ogni cosa prima che si sveli.
Poi il momento è giunto e finalmente mi sono messa tranquilla a sedere nella mia stanza con i libri fra le mani. Ho cercato subito le poesie che avevo intenzione di tradurre. Le avevo sentite già dalla voce del poeta ma dall’audio non avevo compreso alcuni versi, e le ho lette con attenzione cercando conferma di quel piacere provato nell’ascolto. Poi, sfogliando qui e là, ne ho lette altre ma molto rapidamente, lasciando alcune lacune laddove di alcuni termini mi sfuggiva il significato e avevo bisogno di controllarlo sul dizionario, di qualche altra mi sono detta entusiasta – bellissima, traduco anche questa per il mio blog –
Quando la soglia di concentrazione si è abbassata ho interrotto la lettura, ma mi sono soffermata sulla copertina di uno dei libri.   È una bella foto in bianco e nero che ritrae  in primo piano un giovane uomo che stringe sotto il braccio quella che mi è subito sembrata la custodia di una tromba. Alle sue spalle un ragazzino e un uomo aspettano la metropolitana. È una gran bella foto. Mi piacciono le vecchie foto in bianco e nero, e quella valigetta nera mi ha incuriosita. Sono andata perciò a cercarne l’autore sul retro del libro. Il giovane uomo è il trombettista jazz Don Cherry e la foto è di Ole Brask.
C’è uno strano effetto ottico in questa immagine che me l’ha resa particolare. Le figure appaiono ferme, fissate dallo scatto, ma la galleria della metro sembra in movimento, e questo movimento sembra dato da qualcosa che è  poi sfuggita  all’immagine. Soprattutto Cherry, stranamente statico e nitido, appare quasi ritagliato e poi sovrapposto a questo effetto di moto, ma questo contrasto e la sua posa sono il punto focale e narrativo della foto. Cherry tiene la custodia sotto il braccio, sembra che la protegga da tutto quanto sta scorrendo via velocemente alle sue spalle – il passato? – o come se appena giunto in una città nuova, volgendo lo sguardo verso l’uscita, cercasse nella sua tromba il coraggio per affrontarla. – il futuro?-
Uno dei motivi principali per cui queste vecchie fotografie mi piacciono è proprio questa attrazione che esercitano con la quale mi inducono a restringere lo sguardo, a racchiuderlo in quell’attimo per afferrarne ogni minimo particolare. L’istante è contenuto in una dimensione percepibile che non mi sovrasta, né si disperde, e pur nell’assenza di colori mi sembra appartenere ad una realtà più reale della realtà stessa.
Ieri era così: libri, poesie, una vecchia foto di un jazzista nella subway di una qualche città americana. Se mi fossi trovata a raccontare di qualcosa ieri avrei parlato di questi piccoli svelamenti che mi si erano presentati come una mano di poker vincente.
Ma non sempre si può. A volte scrivo qualche e-mail a qualcuno di cui so che potrebbe forse essere interessato, o almeno penso che possa essere così, ma dopo averle inviate quasi me ne pento.
Ieri mi portavo addosso questo senso d’insoddisfazione.
Avevo scritto un paio di e-mail, lasciato qualche commento, ma in questa corrispondenza, dopo, ho sempre l’impressione che ci sia una sorta di perdita cruenta, un qualcosa d’indefinito, di cui non riesco a descriverne la percezione, né cosa sia concretamente, come quando qualche giorno fa in un telefilm, uno di quelli che imperversano e che si svolgono fra reparti di incredibili ospedali dove il corpo si scatena in ogni possibile aggressione verso se stesso, guardavo l’immagine di una fuoriuscita di liquido cerebrale da un orecchio e pur sapendo che era una semplice riproduzione di una realtà possibile mi chiedevo – chissà cosa succede? cosa si prova? cosa si perde?-
Ma non si può rispondere e, anche se si tenta, alla risposta manca sempre la pienezza.
Queste relazioni scritte, a volte telefoniche mi paiono filtrate, versate in un setaccio anche quando sono consolidate da anni di frequentazione, resistono nei residui imbrigliati nelle maglie, sedimentano in una visione d’insieme i cui componenti sottili ma necessari spesso scorrono via lasciando, come nella foto di Brask, il loro non esserci come effetto del loro passaggio – chissà cosa succede? cosa si prova? cosa si perde?- e nel tentare le risposte i vuoti lasciati non diventano mai totalmente vuoti, ma una loro essenza in movimento che corre senza sosta, avanti e indietro, lungo una invisibile linea sotterranea fra un male e un bene senza mai diventare o l’uno o l’altro.
Oggi era così. Avevo un paio d’ore libere prima del pranzo. Volevo dedicarle a tradurre quelle poesie, ma invece di farlo al computer, nel chiuso della stanza, ho messo in borsa libri, penna, fogli e occhiali, e sono uscita.
Al solito bar sulla spiaggia si stava bene. Poche persone, che parlottavano discretamente.
Ho ordinato un caffè americano e una bottiglia d’acqua. Poi con la concentrazione di un chirurgo prima di una operazione ho tirato fuori dalla borsa libri, fogli, penna occhiali e sigarette sistemandoli, seguendo una certa strategia, sul tavolo.
C’era una poesia che più di tutte mi premeva tradurre al meglio. L’ho letta e riletta più volte sorseggiando il caffè finché tutta la tenerezza che mi suscitava ad ogni lettura non è diventata chiara, trasparente concreta, come ogni tenerezza dovrebbe essere, e mi  é sembrato di essere lì, in viaggio, in un punto fra “Paris to somewhere” e quello che accadeva, la pioggia, il fumo, Pavese,  potevo finalmente trascriverlo nella mia lingua.
Ho scritto, riletto, corretto finché la traduzione  mi è sembrata aderente . Allora ho riletto più volte la poesia in una sorta di stereofonia in cui le due lingue si fondevano. Mi sono resa conto solo dopo un po’ che stavo leggendo ad alta voce, ma ho continuato concedendomi questa piccola bizzarria, complice il suono della risacca che attutiva la mia voce.
Ancora col gusto dei suoni che si rincorrevano nella testa, ho acceso una sigaretta che ho fumato guardando il mare. Ed ero in quell’attimo, anche se poi non ne sarebbe rimasto niente né nella traduzione né se avessi cercato di dirlo, ed era già così mentre parlavo con una mia conoscente che intanto mi si era avvicinata.
Non c’era niente di quel bene, ma non c’era neanche alcun male nelle nostre chiacchiere sui chili di troppo, sui piccoli traumi d’identità che ogni taglio di capelli comporta ( che siano confessati o meno), delle rughe intorno agli occhi, del pranzo ancora da preparare. Non c’era nessuna mancanza, nessuna colpa, era la stessa realtà in cui sempre qualcosa va perso, il cui bene o male scivolano dagli interstizi diventando un bene o un male mai totale, mai pieno verso chi in quel momento ci ascolta.
Forse per questo quando un amico mi ha telefonato e mi ha chiesto – come stai?- ho risposto – bene…- ma poi mi sono corretta – insomma, un bene contenuto- ho detto. Oggi non mi andava di mentire.

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