Stabat Mater : Tiziano Scarpa

“Signora Madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta a scrivervi”.
L’incipit di “Stabat Mater” è perfetto. Con tredici parole l’autore introduce il lettore a quelli che saranno gli elementi strutturali su cui il romanzo è costruito: un Io narrante femminile, la condizione in cui questo personaggio si muoverà,  che è quella del buio della notte piena e degli ambienti, la forma che il personaggio userà per narrare e narrarsi,  quella epistolare. Inoltre il “Signora Madre” e il voi con cui la voce narrante alla madre si rivolge  indicano un contesto temporale non contemporaneo, così come il linguaggio semplice lascia intuire che a scrivere la missiva è una giovane donna, la cui inquietudine è presto svelata. “ Tanto per cambiare anche stanotte l’angoscia mi ha preso d’assalto”. Così prosegue in quella che sarà la prima delle lettere che andranno a susseguirsi , e  che saranno così strettamente legate l’una alle altre tanto da tradursi quasi in una unica lunga missiva.
A scrivere è Cecilia, interna all’Ospitale di Venezia , dove all’epoca dei fatti trovavano ricovero le neonate abbandonate e dove, come le altre orfanelle riceve una severa educazione in cui lo studio della musica è l’elemento principale. Saper suonare uno strumento, o cantare rappresenterà per le ragazze, una volta diventate adulte, la sola opportunità di reinserimento nel mondo esterno.
Ed è così che appare il convento, un luogo di pareti di buio, attanagliato dal rigore con cui le bimbe crescono e diventano donne la cui sola dote da portare con sè e offrire sarà la grazia della musica. “ Noi siamo sepolte vive in una delicata bara di musica” dirà Cecilia .
Cecilia è l’adolescente che scrive alla sua Signora Madre pur non avendola mai conosciuta, pur non sapendone nulla. Lei , ingenua e tormentata, trova unico conforto, quando il convento tace, in quelle lettere scritte nel buio della notte e nella musica del suo violino di giorno. Come compagna di quelle ore notturne e solitarie ha la sua stessa paura della morte che le appare come una figura mostruosa, ma anche comprensiva e misericordiosa e sincera. Con lei conversa e si confida come qualsiasi adolescente farebbe con l’amica del cuore.
L’oscurità, in cui questi incontri avvengono, è il mondo in cui Cecilia si sente a suo agio benché popolato da deliri, e dove  il  suo corpo e la sua  mente, privati di quel contatto materno, generano incubi che prendono forma di feti, di figure spaventose che le rassomigliano e che li partoriscono, defecandoli negli antri più bui e dimenticati dell’edificio. Ma l’oscurità non è per Cecilia il male. “Il buio è solo un’apparenza, il vero sottofondo è la luce.” Il buio le è necessario per conoscere, per sapere la vita. Nel buio cerca di appagare il desiderio di trovare la sua identità di donna in fiore, quella di cui la madre l’ha privata abbandonandola e che le è negata  ora dalle rigide regole dell’Ospitale. Le lettere sono il percorso faticoso e tormentato di questa sua ricerca. Alla sua Signora Madre affida le sue confidenze, le angosce , le mille domande pur sapendo che non troverà risposta. L’oscurità è la madre stessa, una madre che accoglie e abbandona, l’oscurità è quella che lei sente come assenza di se stessa, in cui perfino la musica, che pure ama tanto, appare muta.
Il buio è Cecilia, che lo abita in tutte le sue forme: nelle grate che la nascondono quando suona la sua musica, nei corridoi e nelle scale e nei ghirigori rugginosi delle ringhiere, nei canali lagunari  percorsi a volte per recarsi a suonare fuori dall’orfanatrofio da Cecilia e dalle altre orfane sempre nelle ore che precedono l’alba, e in cui la Venezia settecentesca non appare mai con i suoi colori, restando essa stessa una città sommersa dal buio, una madre oscura.
Ma “Il buio è solo un’apparenza”.
E la luce appare quando all’Ospitale giunge Vivaldi che con la carnalità della sua musica scuote Cecilia. Il suo corpo riaffiora dall’oscurità, e acquista consistenza diventando la cassa di risonanza della musica che finalmente trova quella “ corrispondenza perfetta che c’è fra una nota scritta e una nota suonata” la stessa che l’autore ha saputo creare in un romanzo che, come Venezia, sembra sospeso fra la ricchezza poetica della scrittura, che però mai cede  alla prosa poetica, e l’intensità di un personaggio sostenuto da un Io narrante che, con pudore settecentesco ma anche con moderna schiettezza, esplora l’universo femminile senza mai diventare confessionale.

 

http://www.ibs.it/code/9788806171247/scarpa-tiziano/stabat-mater.html

4 pensieri riguardo “Stabat Mater : Tiziano Scarpa”

  1. Cecilia mi è parsa più mostro della Morte, delicata, comprensiva, accogliente. Cecilia riescce a diventare, a tratti, persino ripugnante…il lettore troverà difficile darle un volto, costruire un immagine mentale.
    deliziosa la scrittura nella prima parte anche se il limite entro cui diventa puro esercizio di stile è sottile. Il libro si gogngola in un italiano raffinato per chiudere tropo frettolosamente nel finale.
    Valentina

  2. Intanto Valentina ti ringrazio della lettura e del commento.
    Il libro di Scarpa a mio parere è stato un libro coraggioso proprio nel suo proporre una lingua un po’ “barocca” ( ma non dimentichiamo che siamo nel Settecento e l’Io narrante è una fanciulla che vive una particolare situazione di quell’epoca).Che Cecilia appaia come materia oscura credo serva a ricomporre una sorta di quadro narrativo in cui il gesto di ribellione emerge con toni quasi carvaggeschi. La figura di Vivaldi, oltre ad essere un omaggio ad un compositore che Scarpa ammira, credo serva alla narrazione per creare un effetto di realtà, affiancare un personaggio reale ad uno di fantasia porta a scrostare quest’ultimo della sua forma in-definita, e mostruosa se vuoi, e proprio in quelle ultime pagine, apparentemente frettolose, Cecilia diventa vera.

    Ovviamente ogni libro è attraversato dalla propria personale lettura, ma ecco, io in questo caso non definirei la scrittura di Scarpa gongolante, direi che sia, nel caso di Stabat Mater, più al servizio di una realtà e di un personaggio complesso visto anche con una poetica che è propria della scrittura di Scarpa in generale.

    grazie mille
    lisa

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