Andata e ritorno

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Esci, e c’è sempre una direzione che prendono i tuoi passi. Il basalto del selciato è duro e butterato come una pelle invecchiata, malata di passato e spenta. Ti accordi alla sua superficie, regolando i tuoi movimenti finché ti accorgi, anzi ti ricordi, che c’è fra te e la strada un senso di equilibrio. È un benevolo patto che ti permette sempre di stare in piedi. E ora quasi puoi illuderti di avere la certezza che quella, sì proprio quella, solo quella è la tua direzione.
La fermata dell’autobus ti accoglie come una piccola cappella, e tu te ne sta lì racchiuso in quell’icona e aspetti. Se piovesse sarebbe ancora ieri.
La strada sgocciola auto in corsa sul rettilineo. Rivoli in viaggio su vetri grigi. Vanno, come se non potessero far altro che andare. E sono come te che aspetti di andare, e intanto guardi l’alone bianco che una piccola goccia ti ha lasciato sulla punta della scarpa.
Eri qui anche ieri, quando la pioggia sottile s’infilava nelle crepe dei muri come un male inguaribile, sedimentandosi in una tristezza scura che orlava i bordi delle terrazze.
Guardi quel piccolo cerchio cristallizzato e sembra l’unico segno del muoversi del tempo, l’unica testimonianza del tuo passato. Non hai neanche più motivo di chiederti se eri lì ieri.
Dietro di te una bocca sorride da due anni e ti augura un benvenuto in tutte le lingue. Una ragazza così non la incontrerà mai nessuno, neanche chi arriva da un’altra direzione. E neanche tu la incontrerai, ma lei è lì per farti credere esattamente il contrario e tu ci credi , almeno fino all’arrivo del tuo autobus. Cerchi di non voltarti a guardarla, ti convinci che quello è il posto giusto, perché è lì che s’incrociano le vite, benedette, santificate da quell’altare in ferro che scolora impercettibilmente colandoti addosso macchie di tempo.
Tu cerchi di crederci, sì che sei tu quello a cui lei sta parlando, che quel sorriso è vero, forse altrove, non qui, ma durerà finché tu sarai lì ad aspettare.
Welcome…wilkomen…bienvenido…bienvenue. È un mantra che reciti a memoria ormai . Un rosario. welcome…wilkomen…bienvenue…bienvenidowelcome…
Guardi a terra. La tua ombra è ancora troppo lunga, è uno stecco che punta ad est piantato nell’asfalto. Quella luce pallida sembra solo una prova generale sul mondo, solo qualche fortunato assisterà allo spettacolo se ne avrà voglia. Se ne avrà il coraggio. È ancora presto adesso.
Se si aprissero tutte le finestre ora, tutte nello stesso istante, l’aria si riempirebbe dell’odore pesante delle stanze avvolte nell’oscurità e del sapore della saliva secca sulle labbra, e gli ultimi sogni, quelli che danno più amarezza a ricordarli nella lucidità invadente delle prime luci, quelli che sembravano più veri, quelli che stavi per afferrare, sì proprio quelli, si spegnerebbero tutti sulla tua faccia, scoppiando silenziosamente come bolle di sapone, svanendo in un invisibile sbuffo del tuo fiato. Puff…Puff…Dormite ancora un po’, c’è tempo.
Sì, è ancora presto, e anche il mare si muove come se fosse ancora fra le lenzuola. Tu non ti volti perché ti fa soffrire guardare la sua solitudine. Immensa, profonda, silenziosa in quel chiarore lattiginoso che non appartiene a nessuna ora. Somiglia alla tua solitudine, quando i pensieri ti si rimescolano dentro senza una via di uscita e hanno il suono soffocato di un’onda che va a morire sulla battigia. Quel mare insonne che si rigira impotente ha la tua stessa inquietudine perché tu lo sai che anche il mare non sa dove andare.
L’autobus arriva. L’odore acre delle gomme ti orla le narici. La porta automatica si apre come se stesse esalando l’ultimo respiro, ansima con piccoli scatti agonizzanti finché il varco diventa abbastanza ampio, e quelle labbra fredde ti invitano ad entrare in quella gola.
Dentro l’aria è una gomma masticata che ti ritrovi in bocca. Caffè, latte, una sigaretta. È sesso orale che si consuma, rubandolo su una zattera di sopravissuti allo sbando. Loro, come te, senza opporsi seguono la corrente. L’aria è umida, calda, densa, troppo intima per essere volgare. Ti si appiccica al palato e tu non la mastichi. La ingoi come un’ostia perché il suo mistero è la vita stessa, ed è l’unica possibilità che ti viene offerta per non sentirti solo, e abbassi gli occhi perché non vuoi che gli altri se ne accorgano, perché perfino uno sguardo sarebbe un sacrilegio in quel momento di elemosina.
Ci sono dei posti liberi. Fila a destra, fila a sinistra, qualcuno è in fondo, qualcuno alla rinfusa fra quell’inizio e la fine. E scegliere dove sedersi, significa scegliere in quale altra vita, passata di lì prima di te, tu debba entrare, a quale esistenza accoppiarti fugacemente come in un appuntamento al buio.
Un cappotto grigio è seduto al primo posto come sempre, quello dietro all’autista. Lui ha smesso di scegliere, gli basta ritrovare la sua impronta, si accontenta di accucciarsi nella tana che giorno dopo giorno si è scavato. Guarda la nuca del conducente. È la sua stella polare. La può ritrovare anche se per un istante dovesse cedere a qualche sogno che incautamente ha lasciato appiccicato in qualche angolo della mente e che ora lo tormenta.
Fila a destra. Decidi di guardare verso il vuoto che si abbandona oltre il muretto. Il mare ora ha indossato la sua maschera piena di piume e lustrini e quasi non ti da più pena, non quanta te ne dà guardare il tuo riflesso sul vetro del finestrino.
Davanti a te un paio di spalle addormentate strette in una giacca scura. Sembrano stanze vuote quelle spalle, abbandonate, in cui cadono già i primi calcinacci. Presto saranno le tue. O forse lo sono già.
Ma si alzerà il vento, sì speraci almeno per un poco, un vento secco e caldo che si porterà via tutto, perfino tutte le cose che ora non riesci a dimenticare.
Tu non vorresti essere lì fra tutti quegli specchi, allora cerchi un punto, un punto esatto e vuoto messo lì a casaccio. Lo trovi sul bordo della manica della tua giacca e ora ti ci puoi infilare, perderti nella tua stessa inesistenza.
La giapponesina accanto sembra conoscere tutte le coordinate. Loro arrivano dovunque. Cazzate. Ce l’avevi anche tu una mappa solo che hai dimenticato in quale cassetto sia finita. Così ora lei ha una collezione di tramonti, tu invece ogni tanto ne cerchi  qualche immagine in un libro. Anche quelli sembrano veri, ma sbiadiscono più in fretta.
Il tuo braccio è vicino al suo, vicino che quasi si toccano. Non allontanarlo, gridi, non farlo se questo viaggio ti fa paura. Restiamo vicini e ignoriamoci. Saremo due amanti clandestini con un biglietto senza destinazione.
La porta si apre e si chiude preceduta da una piccola processione. Non c’è più tempo ora, non puoi tornare indietro. La ventiquattrore resta semi aperta, quell’ultimo bottone forse potrebbe salvarti dalla vita, ma devi andare, un cellulare squilla. La porta ha fremiti di vita, li stilla goccia dopo goccia. Non c’è tempo per le domande, quelle restano ancora solo per un po’ nei tuoi occhi.
Ma chi ha voglia di rispondere.
Scendi. Anche l’ultimo sogno ha saldato il suo conto.
Quando ritorni la luce è cambiata, e il tempo che è trascorso sono altre pagine mancanti al tuo libro. Il tempo è andato avanti senza di te che ancora ti chiedi quale fosse la tua parte.
Sei un Oscar di latta dato alla comparsa più anonima, quella che non compare nei titoli di coda, quella che s’intravede solo per un attimo ferma sotto una pensilina, illuminata dalla luce mesta di un lampione prima di svanire, senza una storia. Grazie. Non hai molto di più da dire. Intanto cerchi con gli occhi se qualche foglio sia rimasto intrappolato in qualche angolo. Ma tutto è in movimento, tutto va troppo in fretta. Il tempo è vento.
C’è comunque sempre una porta che si apre da dove puoi ricominciare, se vuoi.
C’è troppa luce quando sali. Ma tu non guardare, lo sai che c’è sempre qualcosa di cui ci si vergogna a quest’ora. Forse è l’odore. Siediti, anche se tutti abbassano gli occhi per non essere trovati. Siediti, le luci si spegneranno presto.
Recita una preghiera a questa oscurità. Recita una preghiera a questo dio clemente che ti salva. Prega affinché si prenda lui i tuoi occhi ancora malati di speranza, l’ultima ombra di rossetto rosso sulla sua bocca e anche l’orlo delle unghie sporche.
Prega e sarai salvo. Il buio ha sempre qualche posto che si prende cura delle tue miserie.
Ora i respiri non fanno rumore, ma le cose sembrano vive. Una busta scricchiola, una cerniera graffia l’oscurità opprimente e lascia un’imbarazzante cicatrice. I corpi sono più pesanti e ingombranti. Restano fermi, sconfitti, le cose invece si ribellano. Hanno fretta di tornare.
Tu sei indeciso.
C’è un cuore che batte proprio sotto i tuoi occhi. 23-2-2002 ti amo. Non guardarlo se ti fa male, oppure lascialo entrare nel tuo petto, non è un furto e nessuno ti punirà per questo. Prendilo in prestito, così per un po’ ne avresti uno diverso che qualcuno potrebbe provare ancora ad amare. Ti amo… ti amo, ricordati il suono di queste due parole, magari annotale sul promemoria, ti potrebbero servire prima o poi.
Nessuno sale più ormai. A poco a poco una, due persone scendono, lentamente come brevi e stanchi orgasmi consumati nella semioscurità, troppo brevi perché tu o qualcun altro possa ricordarsene quando la porta si richiuderà dietro le loro spalle.
Tu sei uno dei tanti rigurgiti.
Scendi e ti sembra che la strada ti abbia già dimenticato, allora cerchi quel poco che rimane delle tue orme. Poi non puoi fare altro che aspettare.

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