Francesco Forlani : Autoreverse

autoreverse

Io in una camera d’albergo ci sono nata. La numero 16. E sotto c’era il mare. Mi è sempre piaciuto pensare che l’appuntamento fra quell’evento insolito e il mare avesse un significato, che in qualche modo dovesse incidere sul corso della mia esistenza,o forse che la mia stessa esistenza potesse essere la ricerca di quel senso. Ma questo ancora non lo so. Ora quella camera è un ristorantino dal romantico nome “Rendez-vous”. Appuntamento. Anche “Autoreverse” di Francesco Forlani sembra segnato dagli incontri. Infatti tutto inizia in un albergo, quello dove Pavese decide di togliersi la vita. Strano per me pensare anche a questo incontro fra il nascere e il morire che vanno a consumersi entrambi in una camera di un hotel, luogo che più di ogni altro dà un’idea di provvisorietà, di transito, in cui la vita diventa per l’uno e per l’altro quella cosa che non c’è, un tempo che accadrà o che non accade più.
In realtà sia il romanzo sia ciò che ne ha preceduto la mia lettura sembra accompagnato da una sorta di segnali di predestinazione. Il primo risale ad alcuni mesi fa, prima ancora che il libro uscisse nelle librerie. In quel periodo rileggevo “Lavorare stanca” e scrivevo cose del tipo “leggo Pavese senza un perché solo per mettermi dentro l’aria e non sentire le voci dei muri…” e più o meno nello stesso periodo mi capitò di leggere uno stralcio del romanzo che Francesco Forlani aveva pubblicato in rete. Mi colpì che fosse la voce di Pavese e la sua ricerca, da parte dell’autore- personaggio, ad essere il perno intorno al quale la storia ruotava.
La voce è una di quelle cose che più somigliano allo scrivere. Ognuno ascolta e riconosce la propria voce, ma non quella che gli altri percepiscono. E nella voce di un poeta è forse racchiuso il segreto più intimo della sua poesia. Mi colpì di quel brano anche la scrittura quasi tenera, sospesa, come se volesse cercare di non violare la morte con quel suo scavare – non fate troppi pettegolezzi- scrive infatti Pavese nel suo appunto di addio.
Quando qualche giorno fa ho iniziato a leggere “Autoreverse” però mi prende una sorta di delusione, che non è una vera e propria delusione, ma piuttosto un mettermi sulla difensiva.
Il primo capitolo si apre infatti con una presentazione. Angelo Cocchinone inizia a parlare di sé. In modo quasi istantaneo nella mia testa la “voce” di Angelo inizia a risuonare con una marcata inflessione napoletana. Che l’autore avesse origini campane non era un mistero per me e in questo nulla di male c’è, lo sono anch’io tra l’altro, ma mi spiazza in un primo tempo il pensiero di essermi sbagliata e di ritrovarmi fra le mani l’ennesimo libro che cavalca l’onda di una certa napoletanità che trainata dagli ultimi successi di Antonio Pascale sembra essersi scatenata fra gli scrittori campani. La mia momentanea apnea è dovuta alle perplessità che nutro a volte di fronte ad un tipo di linguaggio che a mio avviso si presta a cedere nel tempo, non perché manchi d’intensità o spessore ma perché quella stessa struttura linguistica finisce col formare come un velo trasparente attraverso il quale è possibile seguire la narrazione ma impedisce di penetrarla oltre la superficie. Ma forse questa è solo una mia idiosincrasia.
Comunque continuo la lettura anche perché Angelo fa il suo ingresso e mi introduce al romanzo in modo ironico, divertente e quasi un po’ timido laddove fa un breve accenno alla sua Helena, altro personaggio che si aggiungerà alla narrazione in seguito, che mi ricorda, con quel suo rallentare il passo quando la incontra sul suo tragitto, la strategia disegnata da Pessoa per calcolare il percorso per stare più a lungo con l’amata.
Angelo è il portiere di notte dell’Hotel Roma. Francois ha prenotato la camera di Pavese per la sua ultima notte in Italia. Francois è uno scrittore. Francois è alla ricerca  di quella voce, quella di Pavese, quasi volesse trovare in essa il senso di quella morte.
Ho accennato all’inizio di essere nata in una camera d’albergo e più precisamente in quello gestito da mio nonno, quindi lì ho trascorso anche gran parte della mia infanzia. Conosco il fascino delle portinerie, di come da dietro i banconi di legno tutto appare diverso, so l’odore che si respira ai piani quando le donne vanno su e giù per riordinare le stanze, i rumori delle cucine.
È un universo che vive parallelo e sconosciuto a quello in cui vive  chi vi soggiorna da cliente.
Ed è in questo mondo che si muovono i personaggi di Autoreverse, giunti lì, prima ancora che da una Torino che incombe fuori con le sue linee rette e che quasi sfugge, da altri luoghi più o meno a Torino distanti.
Sono tutti emigranti, tutti lontani dagli affetti, dalle mura familiari, sospesi, anche chi scrive e indaga e cerca.
Ed ecco che ritorna il tema dell’incontro. L’Hotel Roma si fa crocevia, e è qui che gli eventi si dipanano in equilibrio fra questi due mondi gemelli. Due angolazioni, due lati, uno “a” e l’altro “b” della stessa storia. Come un nastro da sbobinare.
Ma come entra Pavese in tutto questo?
Credo che il punto di partenza del romanzo sia proprio in quelle ultime righe che Pavese scrive nella stanza 313, prima di togliersi la vita – non fate troppi pettegolezzi –
Poche parole, ingenue quasi, di sicuro semplici. Proprio come questi personaggi che si ritrovano a condividere il peso di quella morte ma anche a proteggere quelle ultime volontà, quasi a prendersi cura di lui, Pavese, come fosse un cliente che ha semplicemente lasciato la camera lasciando qualcosa che gli era appartenuta.
In quella camera Francois non entrerà. La camera stessa, a cui è stato cambiato il numero diventando la 346, nel corso del romanzo diventa così essenza di un luogo che è stato protagonista casuale di un evento, ma che nella sua oggettiva anonimità perde ogni incidenza su quella morte, ma permeerà gli amori, le delusioni, le amicizie, perfino i segreti dei personaggi che cercheranno invece di preservarla dallo sciocco fanatismo.
Pavese, con i suoi tormenti, i suoi amori, la sua scrittura, entra nelle loro vite come una presenza, sì inquieta, ma non come un’assenza nel vuoto di una stanza  e alla quale si debba trovare una giustificazione, ed è ascoltando le storie che essi narrano, sospese fra presente e passato, che l’autore percorre gli ultimi giorni di Pavese.
Il respiro delle loro vite diventa quello di Pavese, e forse quello dello stesso autore che crea un tessuto narrativo in cui di volta in volta assume il ruolo di personaggio e di autore del romanzo stesso, ma che nelle sue mille sfaccettature ne fanno una sorta di alter- ego di tutti i personaggi. La sua ostinata ricerca della registrazione della voce di Pavese, passando attraverso l’incontro con quell’universo parallelo che orbita fra la portineria e i piani dell’Hotel Roma, diventa la ricerca di quell’innocenza che quella voce racchiude e che appartiene alla scrittura stessa di Pavese, diventando così pretesto per la ricerca della propria innocenza sia come scrittore che come uomo.

 

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