Era mio padre – di Franz Krauspenhaar

 

Un errore che si potrebbe fare nel leggere “Era mio padre” è quello di pensare di avere fra le mani il romanzo di una saga familiare che attraversa un’epoca della storia europea  rappresentata, nel susseguirsi delle generazioni, in tutta la sua dimensione dilatata.

In realtà la narrazione anche se inserita in un contesto ampio è molto più intima.

Gli eventi che fanno da sfondo sono raccontati ” a vista” , il loro svolgersi non va oltre lo sguardo dei protagonisti, tutto è vissuto e narrato sulla pelle, perfino la guerra stringe il proprio scenario nello spazio della terra che viene calpestata, nei dossi dove morire o vivere è questione di centimetri, nelle frontiere che, lasciate alle spalle o varcate, spogliano e rivestono, nelle radici e i legami che invece perdurano senza confini. Senza latitudini o longitudini.

C’è un filo da riavvolgere e ai due estremi ci sono un padre e un figlio che si cercano. Che devono riunirsi. Nella morte dell’uno, nella vita dell’altro. Come navigando nel buio e senza bussola.

Ho letto “Era mio padre” in una notte. Ora che da quella notte è passato un po’ di tempo credo che sia stato un bene leggerlo nel respiro trattenuto dell’oscurità. Le tenebre mi hanno collocato in una posizione privilegiata  perché questo libro ha della notte lo stesso scenario, la stessa mancanza di punti di riferimenti, e la stessa assenza di pietà.

 Non ci sono luci che entrano dalle finestre, non ci sono ombre che determinano un’ora, non ci sono rumori. Le scene scorrono e, anche lì dove qualche dialogo serpeggia nel silenzio dei ricordi, anche lì dove la luce della riviera ligure e la calura di un Sud dell’infanzia s’intrecciano al profilo di una Germania scarnificata dalla guerra per implodere nel presente di una Milano ostica e amorevole, tutto sembra scorrere  in bianco e nero, e senza sonoro. È un libro in 8mm.

La sua scrittura  sembra consistere nel fermare ad uno ad uno i fotogrammi per poterne scoprire tutti i particolari, ingrandirli con una lente togliendoli dai contorni sfumati dei ricordi e ridefinirli in un’ottica nuova e, con una nuova consapevolezza comprenderli, smussarli per incastonarli in un sentimento d’affetto nuovo. Sostituirlo a quello che vive ormai quasi in forma astratta.

E poi riavviare di volta in volta lo scorrimento, e fermarlo nuovamente, e così via, fino alla fine. Fino ad arrivare al padre, alla concretezza dell’amore per lui. Pieno. Reale. E finalmente espresso.

Infatti il montaggio narrativo sembra seguire una struttura dove i piani della trama si avvicinano, s’intersecano e si allontanano continuamente, sottoposti come sono a questo lavoro di recupero quasi fosse un affresco sul soffitto di una stanza ricoperto dalle scorie del tempo e a tratti andato perso nei frammenti caduti in terra.

La figura del padre diventa un’immagine da restaurare, da riportare alle sue tinte originali, da ricostruire facendone ricombaciare  perfettamente i minuscoli  pezzi, raccogliendoli ovunque lo si può: nelle fotografie, nei racconti di chi lo ha incontrato, e nei ricordi.

Ecco allora la scelta di chi scrive di fare se stesso, la propria stanza, la propria  vita quotidiana da canovaccio alla trama  rinunciando al privilegio di essere “voce fuori campo”, di essere spettatore asettico della storia e assumere invece una consistenza fisica, di carne e sangue, forse anche per una sorta di rispetto verso un padre che, in un certo senso, è protagonista indifeso, quasi violato nell’intimo in questo suo cercarlo.

Chi scrive cerca di porsi così  alla pari offrendosi, non al lettore a cui invece un po’ cinicamente toglie ogni idea romantica e patinata del suo mestiere di scrivere, bensì al padre, mostrandosi a lui come l’uomo che è diventato, colui che lui non ha potuto vedere andare oltre la giovinezza, l’uomo che ora scrive di lui. Del padre.

-Ecco- sembra dire – questo è tuo figlio – E mentre lo cerca, ne cerca le radici, mentre osserva ogni minuscolo tassello che possa ridefinire il disegno di quel loro rapporto interrotto, gli racconta di sé, da uomo a uomo, perché ciò che deve essere colmato è anche questo. Forse soprattutto questo:  potergli parlare ancora e ridargli così il ruolo di padre.

Allora gli racconta delle sue donne, che entrano ed escono dalla sua vita, dell’amore e delle scopate, degli amici vicini e di quelli da cui si sente tradito o dimenticato, delle delusioni, della solitudine, delle difficoltà contro cui sbatte anche nello scrivere, gli parla di chi lo ha conosciuto e amato e che resta ora in questa sua assenza, e perfino delle cose apparentemente di nessun rilievo come i piccoli malesseri con cui lotta ogni giorno, dei pasti consumati in cucina, delle baruffe webbiche. Stralcia morsi del presente per trarne la linfa vitale e rianimare così le immagini statiche di un tempo passato. Un paradiso perduto.

Chi scrive  si mostra nella sua quotidianità e  nella stessa semplice e forse inadeguata umanità con cui lui, il padre, ha probabilmente dovuto affrontare  invece  una Storia invadente che ha terremotato la sua esistenza. Con le stesse macerie a pesargli sulla schiena e con la stessa fatica per rimetterle in piedi. Con la stessa fragilità di uomo che può opporre all’immensità dell’esistere solo il proprio esistere come uomo: una identità, il lavoro, la famiglia. Le piccole grandi cose che fanno la vita…quando c’è.  

Era mio padre – Franz Krauspenhaar-fazi editore

http://www.ibs.it/code/9788881129126/krauspenhaar-franz/era-mio-padre.html

 

Un pensiero riguardo “Era mio padre – di Franz Krauspenhaar”

  1. Cara Lisa,
    la solitudine è la nostra condizione inevitabile. La pelle ci separa dal mondo e linguaggio o scrittura altro non sono che vani tentativi, effimeri e insufficienti codici per comunicare. In realtà, il linguaggio, che pur abbiamo perfezionato in millenni di storia, è inadeguato ad assolvere il compito al quale è chiamato. Ed è proprio il corpo e la sua pelle quelli che ci consentono un miglior livello di comunicazione. Conoscerai, per quanto mi leggi, il mio rapporto ambiguo con la scrittura/lettura, diffidente. Ed è vero che quanto più si comunica più si percepisce la solitudine alla quale siamo condannati. E comunicare, come mangiare, è una necessità che comporta dei danni collaterali. Mangiando ci nutriamo e nel contempo violentiamo il nostro corpo. Comunicando, invece, sacrifichiamo la nostra libertà, vendendola ai compromessi. Eppure continuiamo a urlare. Ma esiste qualcosa che sia veramente libera da ogni forma di sofferenza?
    In ogni caso, la mia notte è stellata. Dalla grande finestra del soggiorno si stende la vista dell’immensa pianura padana con le sue risaie già allagate e le colline basse e nere del Monferrato a racchiuderla all’orizzonte. Ma c’è umidità e le zanzare, fuori, sono impegnate all’assalto della zanzariera. E’ un’estate umida, afosa e precoce, in questo basso Piemonte. Domenica andrò al Lingotto a godermi(?) questa Fiera del Libro…
    Noi ci si risente.

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