La dislessia delle cose: dell’amore e del sesso

 Oggi che il cielo preme l’aria sul mare fino a disegnarlo senza più orizzonte, e lo fa impalpabile come l’apparenza di una coincidenza che mi attraversa per caso. Oggi che anche le tende hanno perso il vento e restano rigide come morte. Sgonfie. Come palloncini in attesa di una mano innocente che le salvi da un’inerzia di terra. E ora che siamo qui – lo senti il tempo?-  puntando l’ago nel tessuto di quest’istante, vorrei dirti che l’amore è come il tempo – è come la pioggia – Cade sottile e fa rumore solo quando batte sulle cose e le riconsegna al termine di un’attesa in cui riposa il mondo. Traccia ogni linea, riempie ogni vuoto, e poi ti fa credere che quello che vedi era già qui per te e resterà qui per sempre.

Come me che oggi ho tinto le unghie di un profumo salmastro per darti il mare alla pelle senza che tu possa vederlo, per  poi farti credere che ero già qui per te  e resterò qui per sempre.

Ma tutto è un inizio che continua in un altro inizio che qualcuno ha lasciato andare.

Restare è un verbo disumano.

 

–        lo vuoi?-

 

Amare è un disordine selvatico. È senza ossa.

Dirlo è una forma di affetto senza regole che precipita di corsa giù a cercare il fondo. Scavalca la solidità dei pavimenti.  Corre oltre la pressione dei silenzi delle foglie che avviliscono le finestre su cui si disegnano i nostri volti. Fissi, nella stessa identica attesa che tutto si compia.  Rotola giù nella strada e s’insinua fra la gente. E lì ti raccoglie prima che anche un solo suono possa toccarti perché lo so che non ci saremmo mai incontrati senza questa dislessia che ci governa e che ci mette in movimento.

 

– mi vuoi?-

 

Saperlo è il niente da conservare. È un punto, un’estremità senza un’origine che, ora che siamo qui, lascio in apnea nell’aria svogliata per una consuetudine che presto si abbandonerà fra i cuscini del divano, così come si lascia un vecchio giornale sulle cui pagine sono già scritte tutte le nostre storie. Saperle è inutile come togliere un lato al vuoto.

 

 

E tu  lo vuoi, ti dici.

Con la stessa bellezza,

che si agita nelle simmetrie delle tue gambe

e le spalanca in un amore indenne che distilli a gocce

dandogli le spalle

perché non resti negli occhi nessun ricordo

come in un autunno senza foglie.

E con la stessa delusione che si avventa sul mare

quando il sole tramonta.

L’amore è una stanza dentro una stanza che già conoscevi

dove il quadro squadra le finestre

in un’ora nuova che colpisce i vetri

senza solitudine

senza impazienza.

 

 

Ed è  già un’altra sera a volte quando ti parlo. Ma noi restiamo qui fermi prima dello stesso incontro. Mille volte mille istanti per tornare sempre indietro al primo livore delle nostre ombre, quando dentro le stanze si appiattisce la consistenza di tutto quanto è stato in movimento e i corpi diventano bassorilievi scavati in un tempo che si fa di marmo.

Restiamo fermi come due gocce d’inchiostro che non sanno ancora come potranno cambiarsi il senso prima di colare nel fiato opprimente di qualche memorabile parola.

Guardiamo fuori per cogliere la giusta vicinanza che c’è fra le cose, impariamo l’ammorbidirsi dei passi di quelli che sono stati qui prima di noi e ascoltiamo l’allontanarsi innocuo delle luci  –arrivò la sera, ricordi?- mentre l’ultimo chiarore racconta le nostre forme riflesse l’una sull’altra in lettere braille ancora invisibili sulla pelle.

Quando arriva la sera, prima di metterci in linea con i pianeti, ritorniamo alla stessa pagina per ricordare la natura morta  che c’era prima che tutto accadesse per ripeterla poi esattamente come una memoria che qualcuno aveva già previsto.   

-mi vuoi?-

 

 

 

 

 E il sesso è il suono di una porta che si chiude

e grandi pareti bianche. – ecco, ho le chiavi

Ci si perde nelle stanze? ti chiedi,

e intanto entri dentro e la tocchi con la tua ombra che avanza e ingoi l’aria per prendere la misura dello spazio che occuperà il tuo corpo dentro la stanza.

Quando lo guardi c’è qualcosa che si dissolve,

forse sono i suoni di un pensiero d’olio che si rompe

e arrotonda ogni gesto,

ma non ne sei sicura

e intanto entri dentro e tocchi la tua ombra che avanza e ingoi l’aria per prendere la misura dello spazio che occuperà il tuo corpo dentro di lui.

Non sai più quanto di lui potrai sentire ora,

allora aggiungi una parola alle altre,

a quelle che credevi di aver capito e la scrivi sul muro che si spalanca

per farti ricordare dove tutto è iniziato 

e poi la guardi oscillare tra una stagione di sole

che oscura il peso dei rumori

e  una stagione di neve

che invade col silenzio ogni bianco delle lenzuola.

Lo spazio che percorre è un candore torbido che ti travolge.  

Ti scorre sotto i piedi. Ti avvolge le caviglie.

Perché tutto inizia dal basso di un altro luogo

che non era già tuo anche se non lo sapevi.

E intanto entri  dentro e lo tocchi con la tua ombra che avanza e ingoi l’aria per prendere la misura dello spazio che occuperà il suo corpo dentro di te. 

Ti appoggi al legno della porta

e aspetti che lui t’insegni su quale mattonella dovrai trovare l’equilibrio.

 

 

 

 

 

Il primo bacio sbarra ogni via di uscita e si oppone ogni volta alla mano del vecchio che per primo ha scritto il suo verso sui miei seni. Fra i pini di un tempo sospeso la villa del padrone era il serraglio di un desiderio che non voleva invecchiare. Il padrone allora bestemmiava con lo stesso rumore di un sorriso, e  si prendeva il primo brivido di me, breve come quello di  una stella quando s’accende, e poi toccava con la lingua una ad una tutte le mie punte. Io mi disegnavo un buio nello stomaco per non guardare come ogni notte sarebbe sfiorita prima o poi nel freddo limpido di qualche  mattino.    

Mi rimane negli occhi il debole balenio dei cocci di bottiglie lasciati sui muri di cinta e il filo tagliente del vetro puntato verso il cielo che veglia con un ghigno.

Ma oggi che siamo qui m’insegni ancora una volta  come far aderire perfettamente le gambe agli angoli in cui  le pareti si uniscono -è così che si crea il mondo- dici, mentre con i corpi facciamo un vuoto piccolo  seguendo gli unici confini che sappiamo certi e ne riempiamo la stanza sperando che ne resterà una traccia per ritrovarci.

 

 

 

 

Il sesso è una posizione della mente che ti guarda da un’altra distanza.

Cambia le sequenze, le frammenta, le nasconde in lettere inverse

che scorrono sul display in un’immagine che dentro di te diventa immobile,

come un sentimento che ti contende al tempo

e intanto tu cominci a muovere un passo alla volta per non cadere dagli orli.

–        dammi la mano

E quello che senti  quando la tocchi è qualcosa nella pelle

che si concentra in un solo punto,

una nota che non sapevi di avere

ed è ora

e  allora senti ogni parte di te infilarsi nella tua mano che si stende.

Poi ti metti sulla sua terra come miele sul pane e dici la prima sillaba

passandogli un dito fra i solchi che uniscono l’attimo all’attimo all’attimo.

Ecco, pensi, scaviamo insieme la prima parola.

E cerchi di fare attenzione a restare dentro gli spazi, a non sfiorare le righe

ma poi ti accorgi che è facile ricalcare i segni già messi in evidenza e

aggrapparsi al vivo degli spigoli come ad una roccia da scalare.

I punti di appoggio sono piccoli incavi che riconosci

mano a mano nell’equazione del movimento

quando la schiena si ricurva ad uncino

che infila l’aria  e la ferisce di un piacere schiuso

mentre ti sorregge come un burattino che sorride.

L’incognita è il modo in cui riuscirai ad inventare il tuo nuovo nome

senza staccare la mani dal suo corpo guardandolo dritto negli occhi.

 

– ora mi vuoi-

 

 

 

E quando mi vuoi inizio dalla fine. Dall’ultimo bottone. Dall’unghia del piede.

Prima di toccarti stendo sulle lenzuola tutte le parole che restano. Arredo la stanza con un solo suono da cercare fino all’alba -parlami ora-

Io ti resto sulla bocca come un niente da dire come quando la notte viene ed è una vita che preme in basso e il buio scuote l’aria in una sconcezza di silenzio e la frantuma in due.

 

 

 

 

Lui per trovarti segue la scia del tuo profumo- che buon profumo che hai-

che buon profumo che ho-

ed è già un altro luogo che si apre,

in cui ci si riconosce dagli odori.

Il tuo corpo steso si ricorda a pezzi. Uno alla volta. Senza più altezze. Senza più larghezze.

E si ricompone nel suo corpo.

Il tuo braccio.

Il suo braccio.

La tua gamba.

La sua gamba.

La tua mano.

La sua mano.

La tua bocca.

La sua bocca.

Il tuo sesso.

Il suo sesso.

Solo gli occhi vanno a due a due.

Chiusi.

Aperti.

Ad intermittenza. Per confondere la storia che si proietta sulle pareti.

Il respiro invece a malapena smuove l’aria. Non c’è spazio. Non c’è spazio.

La voce è una macchia che si spande sulle lenzuola.

Domani non ce ne sarà  più traccia.

 

 

– conosco vite in continuo allestimento- 

 

 

 

Lui allora ti entra dentro nel lato del sorriso. Ancora una volta.

Poi accosta gli occhi

come si accostano le tende, per non farsi guardare dentro.

Anche tu giri la chiave

e poi ti sleghi come un nastro – ancora-  e tagli a dritto filo un bacio

che lasci colare dall’indice sulla sua bocca -ancora

La carezza che lui ti versa sulla coscia è una superficie di cenere

rovente, compatta

come d’asfalto e combacia alla pelle. Perfetta. Come quando arriva una fine.

Tu invece arrivi  solo ai bordi con la tua mano

e quello che senti è una mancanza di te così enorme

che quando ti sporgi verso l’oscurità riesci quasi a toccarla

– è tutto ciò che sono – ti dici, e quello che vedi

è solo la tela ruvida del tuo respiro nell’aria

che si fa di cristallo in una bolla di tensione

in cui sparisci come l’immagine di un punto che sta tornando indietro

lì, dove era già stato affinché accadesse.

E si fa nuovamente buio intenso e calmo e vuoto

come una notte che dipingi ad occhi chiusi

e la fai bella e chiara  ed esatta come la pensavi ad ogni tuo ritorno

ad ogni istante della tua pelle

fuori dall’apparenza  che vigila sul tuo corpo

e che ti tiene stretta al tempo delle cose.

 

                                                                                                                                                                                                   Vorrei che tu m’incontrassi ora.

Vorrei che tu mi ascoltassi ora. Ora. Quando il sonno rimette  dentro di me ogni cosa al suo posto.

 

 

 

 

 

 

 

 

3 pensieri riguardo “La dislessia delle cose: dell’amore e del sesso”

  1. me ne ha creata scrivendola, e forse un po’ di quella che sentivo è passata. era ed é un punto di frattura da cui poi ho ricominciato.
    grazie rodolfo. il tuo commento sulla dislessia mi è particolarmente caro.

    ciao
    lisa

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