La luce e il silenzio di Edward Hopper e Andrew Wyeth :The sun of this month cures all*

 

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Quando piove mi sembra che piova ovunque. I luoghi diventano universo globale, impersonale e allargato fino al limite estremo dei confini. Li immagino stesi come enormi pozzanghere appena tremolanti in superficie, indistintamente grigi e piatti, disciolti fino a formare un’unica pastetta che col passare dei giorni uniforma i colori, gli odori, e perfino la gente. I paesaggi diventano lisci, come se l’abbassarsi del cielo li piallasse. Se piove in primavera all’aria già spugnosa, gravida di umori, si aggiunge una sorta di delusione e, nei piccoli paesi come il mio, anche una patina di silenzio in cui si slarga il frangersi del mare sulla roccia e sulla battigia.
È un’eco che, mano a mano che i giorni piovosi si susseguono, diventa parte del silenzio e ovatta lo scorrere quotidiano fino a renderlo uniformemente assordante come una composizione musicale composta da una sola nota ossessiva, tanto che finisco quasi col non sentirla più.
Ma è il diluirsi dei contrasti, l’assenza delle linee d’ombra a rendere la luce plumbea e bituminosa quasi angosciante, perché in questo bianco e nero mi sembra di perdere il rilievo del mio essere. Sembro sparire, perdere spessore. Ogni consistenza della carne sembra spianata. Annullata. La mia presenza ad un tratto pare essere fagocitata dal grigio che incombe. Gestire i movimenti, anche quelli più naturali, sembra richiedere energie enormi per vincere il viscido dell’asfalto, il salmastro alito dell’aria, l’umidità opprimente degli abiti. Anche nel chiuso delle stanze non c’è scampo.
Quando il sole viene a mancare per lunghi periodi e la pioggia diventa padrona dello scorrere del tempo è come se mi sentissi abbandonata a me stessa, senza alleati, fragile e smarrita, esclusa dal ticchettio delle ore e schiacciata dalla consapevolezza di un infinito in cui divento insignificante. Privata di una vita che forse si compie altrove.
E qui piove da giorni. Non so più da quanti. È una pioggia che sembra quasi un destino. Un drappo opaco che opprime.
Guardo fuori e ho l’impressione di sentire i movimenti soffocati della terra pregna d’acqua. Sembra agonizzante. Io con lei. Forse è questo stillicidio continuo della pioggia, forse è questo il motivo che mi ha fatto soffermare su questi due dipinti, uno di Andrew Wyeth,  che ritrae Christine Olson , e l’altro di  Edward Hopper, Morning Sun: in entrambi il sole è protagonista.
Una giornata di sole sembra essere sempre egoisticamente privata. L’abbattersi della luce sui muri, il suo caracollare fra le strade, i luccichii sui vetri e sui metalli diventa una proprietà esclusiva, un bene personale. Anche con questi due quadri mi sembra di violare un momento intimo.
Ma mi è stato facile precipitare nella nitidezza della luce dipinta, in quella luce mattutina che da giorni qui manca e immedesimarmi in Christine e nella figura femminile di Morning Sun.
I due quadri mi appaiono molto simili nella geometria della composizione. In entrambi le due donne polarizzano la luce che viene dall’esterno e su di essa appaiono sospese.

                                                           – like a bird on a wire…* –

sì, perché in essa sembrano cercare quel sentirsi libere proprio come l’uccello sul filo di cui canta Leonard Cohen.
Ma pur nelle coincidenze che si sovrappongono e che mi spingono ad associare i due dipinti, è nella serie di particolari che c’è in essi, che li differenzia e che allo stesso modo li fonde in me, a creare la completezza di quel sentimento che un mattino di sole mi procura.
È l’oltre che Mark Strand percepisce in Morning Sun

Anche lei è destinataria del calore del sole. Anche lei sembra assorta in qualcosa che si colloca “oltre” il territorio del quadro.”*

che catalizza la mia attenzione, l’oltre che è presente anche nel dipinto di Christine e che è rappresentato, sì dalla luce, ma anche dal modo in cui le due donne vi si offrono.
Christine è seduta sul gradino, appoggiata alla porta aperta. La porta è in legno grezzo, anche il pavimento della stanza lo è. I colori delle venature così come l’abito della donna, sembrano essere presi, intingendovi il pennello, dagli arbusti che s’intravedono dal varco della porta dando un armonioso effetto alle tonalità che compongono il dipinto.
Sulla porta e nello squarcio che essa inquadra dell’esterno si disegna un trapezio di luce netto, interrotto da un triangolo d’ombra su cui pare appoggiarsi Christine che del trapezio è centro.
Lei guarda fuori, verso un punto che non è dato a chi osserva il quadro ma tutto lascia immaginare che di fronte a lei ci sia uno spazio ampio di campagna dove la vegetazione è appena smossa dal vento.
Il viso e l’abbondono con cui le braccia si poggiano sulle gambe sembrano dirne la docilità con cui si offre al sole e al suo tepore.
Ma è la postura della donna, la sinergia che il suo corpo crea con la luce che la investe a dare la giusta tensione al dipinto, che va ben oltre la semplice raffigurazione del godimento di un mattino soleggiato .
Il fascio luminoso infatti sembra spingere Christine leggermente all’indietro quasi a costringerla ad abbandonarsi, ad arrendersi al sole del mattino. La schiena dritta sembra invece opporvisi. Christine sembra trovarsi nel mezzo della lotta fra il buio alle sue spalle e la prepotenza della luce che ha di fronte. È in questo contrasto che la sua bellezza e quella del quadro emergono. Il fascino della donna si rivela nella sua complessità, la sua semplicità diventa apparente, la luce del sole non fa che esaltare il mistero che c’è fra il corpo “fisico” e il corpo “interiore.

Diverso è l’impatto con Morning Sun dove la stanza è in gran parte illuminata dal sole e la donna  

“sembra scolpita dalla luce”*

Qui, l’istante fissato da Hopper pare scolpire anche l’intensità di quel pensiero in cui la figura femminile sembra essere concentrata. Anche i colori nei loro toni luminosi, come l’arancio della sottoveste che si equilibra con quello dell’edificio di fronte creando una connessione fra l’interno della stanza e il fuori, partecipano a coagulare l’attenzione su quell’oltre in cui il mattino di sole sembra condurre la donna, e la spinge al di là della città che si scorge dalla finestra completamente spalancata. La sua posa raccolta, innocente e quasi infantile assottiglia l’ombra alle sue spalle e le dona leggerezza .

                                                        Come un uccello su un filo.

Infatti pur nella staticità dell’immagine, la donna pare tendersi verso lo spazio esterno, accettandolo nella sua lontananza e accettandosi nella sua solitudine. Il rettangolo di luce che le fa da sfondo e il cui lato sembra nascere dalla cima del suo capo accentua la sensazione che quel pensiero la spinga verso l’alto, e che la luce dia vigore a quella spinta, a quel desiderio silenzioso di esserne parte. La curva accennata nella postura della schiena mi fa ripensare in qualche modo ad un verso bellissimo letto pochi giorni fa

                                               
“[…]oppure mi sarei fatta altissima”*
 

in cui ritrovo lo stesso desiderio di andare oltre il  silenzio e la solitudine.
A differenza del quadro di Wyeth in cui Christine cede alla luce come se sentisse dentro di sé la schiacciante grandiosità della Natura e della sua Bellezza e la fa sua in un senso di quiete, qui la donna si spinge verso il sole, sembra cercarlo, cercarne il calore. Lo affronta, ma senza arroganza, quasi ad armi pari nutrendo la sua forza dalla forza della stessa luce.
I due quadri è come se mi mostrassero i due poli della stessa energia che, invece di annullarsi rispettando le leggi fisiche, si sommano ricreando nel loro insieme l’esatto sentimento che provo svegliandomi al mattino in un limpido giorno di sole, in cui le ombre non spariscono per effetto della luce ma continuano a seguirmi quasi a dar prova della mia esistenza, accorciandosi e allungandosi mano a mano che il giorno abbandona il suo posto per fare spazio alla notte.
E forse è proprio questo ciò che manca nel grigio della pioggia, è come se ogni cosa si mostrasse incompleta, ne manca l’interezza: quel lato oscuro che anche se resta  inespresso  riempie e che quando c’è il sole si riunisce al suo lato in luce. Diventano inscindibili l’uno dall’altro. Un positivo e un negativo che poi forse è proprietà di ogni cosa, spesso negata.
I due dipinti infatti pur indirizzando l’attenzione di chi li osserva sulla luminosità puntata sulle due figure femminili mi attirano proprio perché non speculano sull’effetto gioioso che può derivare da una giornata di sole, non sono banalmente romantici. Christine e la donna di Morning Sun si rivelano nella loro più intima complessità umana. I loro corpi illuminati non sono lì esposti al nostro voyeurismo, sono la crosta di un mondo interiore che la luce rivela nell’inquietudine di quello sguardo che sembra andare oltre lo spazio fisico, ma che finisce con lo sconfinare dentro loro stesse e le lascia in equilibrio in quel silenzio, che è  lo scorrere della vita. Perché il sole non cura tutto, non cura il male. Forse lo attenua con una sorta di pudore che diventa rifugio. Una pausa apparente dove la solitudine si ricompone all’Essere con una pennellata di luce.
 

 

 

1)* Anne Sexton – The Sermon of the Twelve Acknowledgments
2)* Bird on a wire- Leonard Cohen- Songs from a room- 1969
3)* pag 47- Mark Strand-Edward Hopper-Un poeta legge un pittore – Donzelli Editore
4)* pag 47-Mark Strand-Edward Hopper-Un poeta legge un pittore – Donzelli Editore
5) * Claudia Ruggeri – Inferno Minore -peQuod 2007

https://lunamareterra.wordpress.com/2008/03/29/the-sun-of-this-month-cures-all/

https://lunamareterra.wordpress.com/2008/03/29/the-sun-of-this-month-cures-all/

 

[Ringrazio Cecilia che gentilmente mi ha permesso di correggere una mia imprecisione dandomi il titolo esatto del dipinto di Wyeth che ritrae “Christine Olson” e non Helga come erroneamente avevo scritto. Il dialogo fra chi scrive e chi legge è sempre più pieno e soddisfacente quando va a creare dinamismo fra le due parti.]

2 pensieri riguardo “La luce e il silenzio di Edward Hopper e Andrew Wyeth :The sun of this month cures all*”

  1. In Cristine’s World posò la stessa moglie di Wyeth, non saprei dirti Cecilia se in questo dipinto il ruolo di Cristine abbia avuto ugualmente un’interprete.
    Ti ringrazio comunque, perchè per quanto avessi cercato il titolo del dipinto non avevo avuto alcun risultato. I tratti spigolosi dei soggetti di Wyeth mi hanno tratto in inganno, ma spero che questa imprecisione non abbia un peso in negativo eccessivo su questa mia breve riflessione sulla luce e il silenzio nei dipinti di Hopper e Wyeth.
    Correggerò.
    grazie della lettura
    lisa

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