La primavera?

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Sarà per la luce che cambia, sarà che non basta più il telefono, la musica, la tv. Sarà che nella tua stanza ci sono troppe eco, troppi silenzi . Sarà per tante cose che forse vuoi staccarti di dosso, o che vorresti ti si appiccicassero sulla pelle, come plastilina per arrotondare  gli spigoli. Per ammorbidire lo sguardo.
Allora decidi di andare al mare, anche se il mare è sempre lì tutto l’anno. Ma quando la primavera arriva ti appare diverso. Un po’ più grande, un po’ più avvolgente. Un divano nuovo. Sembra quasi che voglia scuoterti da un torpore molesto, da quella ruggine che infetta lo scorrere del tempo e t’immobilizza. Si muove languido, sensuale in quel risveglio acceso d’eccitazione e ti sembra di sentirlo sulla pelle  -seguimi… – ti dice- e freme di piacere.
Ti senti toccata, affascinata dalla sua libertà, dalla sua sfacciata indecenza, e hai quasi una sensazione di ribellione e vorresti seguirlo, ma dura poco.
Te ne resti lì in bilico, sospesa e attratta da quel fluire senza direzioni. La curva delle onde è un presagio di avventura, d’ignoto, pensi . – vieni… – continuano a ripetere e ti tentano. La tua inquietudine si addensa.
Diventa un’urgenza aggrapparti all’orizzonte che si staglia lontano e netto. Il suo fascino è nel suo equilibrio, ti dici, è in quel suo essere in armonia con lo stare e l’andare, saper vivere di entrambi. E tu vai lì in primavera a raccogliere quell’ illusione, che forse è anche la tua, di quel filo steso fra l’immobilità del cielo e il vagare senza meta del mare.
Lo sai bene quello che cerchi lì, su quella terrazza del bar sulla spiaggia mentre lo guardi. Vorresti il suo segreto. Quel segreto racchiuso nell’orizzonte. Pensi che se tu avessi la sua esattezza sapresti da dove incominciare.
Non sei sola e al tuo tavolo si parla. Chissà perché in primavera la gente ha più voglia di parlare, di radunarsi in piccoli branchi, come fanno gli animali ad una pozza d’acqua quando la sete è tanta e fa abbassare le difese. Uscire allo scoperto sembra meno rischioso. Ora c’è il sole a mascherare tutte le paure con i riverberi della luce.
Ma è primavera. E quelle che senti sono solo parole messe ad asciugare. Il chiacchiericcio è l’alito della sopravvivenza.
– Ci sei? torna fra noi!- ti dice Anna
– Ci sono- dici – ehi, ma qui non ci può neanche rilassare un attimo che mi saltate addosso, ci sono ci sono-
-eh sì… chissà dove sei…io vado ad ordinare comunque…-
-ah sì…
– ché qui sennò ci fanno aspettare un casino…
-bene…io…non so…un bitter… anzi no, un caffè…sì solo un caffè
– va bene…allora caffè per tutti… a te ti trovo quando torno?
– e dai…vai vai ad ordinare-
Sì vai. Il suono delle voci dovrebbe essere come sono i ricordi a volte. Potresti decidere di prenderlo o posarlo in qualche angolo quando non serve, come i ricordi, sì, come i ricordi quando non ti bastano.
Sì vai.
E tu lo sai che siamo tutti in un altro posto.  Sempre lontani. Anche Anna lo sa, ma chiude gli occhi e fa finta di essere lì. Prendere un caffè sulla terrazza al mare è un copione facile da interpretare anche per un guitto.
C’è voglia di tepore intorno a te, fra te e la gente che mimetizza con i colori chiari delle magliette il grigio acquoso dell’inverno. Gocciola ancora, ma dentro, un lento stillicidio che si ha fretta di dimenticare.
Rosa, rosso, azzurro. Macchiano gli occhi, è un’imitazione scadente di una fioritura. Ma per ora è sufficiente, poi arriverà qualcosa di vero. Forse. Tu indossi una maglietta bianca e te ne stai zitta. Ascolti.
Un tizio e una tizia forse stanno litigando – non capisci, è inutile…parliamo d’altro…- dice lei- no, non voglio cambiare discorso…- le sta dicendo lui- Lei è biondina, ha il seno bene in vista. Alla fine lui avrà torto. Lo si capisce dagli argomenti di quelle forme che non l’avrà vinta. Lei lo sa fin dall’inizio, ma continua il gioco.
La vita è fatta di tante piccole finzioni, piccoli inganni. La vita è un gioco d’illusionismo. Un gioco d’ombre che si stagliano gigantesche su uno sconfinato muro bianco. Capita che tu non te ne accorga ma intanto qualcuno ha cambiato l’angolazione delle luci. Cambia la regia. Il trucco si svela. La verità si confonde. La scenografia resta sempre immensa, tu scopri di essere quello che sei, un minuscolo attore che balbetta la sua parte.
C’è una famiglia poco più in là, alla tua sinistra. Lui se ne sta seduto appoggiandosi con tutto il peso allo schienale. È grasso. Il corpo rilassato allarga di più la sua massa. Sembra quasi che ad ogni piccolo movimento stia per colare lungo i bordi della sedia. Un soufflè mal riuscito, pensi. Solo la pancia sembra spingersi in fuori, tanto che un bottone della camicia è fuori linea rispetto agli altri, il tessuto si tende nello sforzo formando grinze azzurrine più scure che partono fitte a raggiera dall’asola e poi via via si allargano. Poi l’uomo cambia posizione, si tende in avanti e la tensione della stoffa si allenta. Sulla camicia restano alcuni segni sottili come graffi – tu cosa prendi?- chiede a lei con voce decisa – un caffè – risponde lei. Come se si fosse allenata per anni a rispondere alle sue domande. Lui sembra soddisfatto. Anche questa piccola certezza non è andata delusa.
Un caffè.
La vita dovrebbe essere così, sapere quello che si vuole quando qualcuno te lo domanda. E tu cosa vuoi? Lo sai, ma non sai se la risposta è quella giusta E cosa prendi dalla vita? Non lo sai – ancora non lo so- ti dici. In primavera guardi l’orizzonte e gli affidi le domande a cui non sai rispondere.
Poi anche la donna si gira verso il mare. Alza leggermente il mento verso l’alto, il collo magro stende il lieve accenno delle rughe. Porge il viso al sole e chiude gli occhi. Gli angoli della bocca si distendono in una specie di sorriso che però rimane dentro. Lei non è bella, il suo naso carica il profilo di un volume che crea uno squilibrio nel contorno, dritto grosso e imponente, troppo su quei lineamenti scarni. Ma ora in quell’atteggiamento sembra che il viso sia cambiato donandole una innocente e inconsueta bellezza. È minuta, o forse lo sembra solo perché è accanto a quell’uomo così grosso – voi cosa volete?- chiede lui ai bambini.
Lei riapre gli occhi di scatto al suono della voce. Sembra essere ritornata da un lungo viaggio fino a quell’attimo in cui quel che si ha intorno acquista una vaghezza in cui non sai più muoverti. Il momento in cui solo una porta ti separa dalla tua vita di sempre. Entri, lasci cadere le valigie  sul pavimento dell’ingresso e ti guardi intorno e non riesci a capire se sei felice di rivedere tutto questo oppure no. Chissà , ti chiedi, se è proprio qui che la tua vita ha un senso.
Ma lei è qui ora, il suo viaggio è durato un solo istante.
Dove sarà andata? Cosa cercava?
Intanto lascia che sul viso si dipinga un’aria materna, rapidamente come una nuvola che svanisce e spoglia il sole. Poi lei guarda i bambini.
– volete un gelato?- chiede
– sì, io sì- dice uno dei due
– io una coca cola – dice l’altro
– una coca cola? Sì allora voglio anch’io la coca , non voglio il gelato-dice il primo. Sembra più piccolo dell’altro e lo imita in tutto, anche nei gesti.
-tu vuoi la coca solo perché l’ho chiesta io- dice il maggiore
– non è vero, la voglio e basta!-
– decidete bambini, gelato o coca?- dice lei
È l’uomo grosso ad interromperli – allora per loro due coca – ordina al cameriere.
L’equilibrio ritorna. I ruoli si ricompongono intorno al tavolo. I bambini ritornano bambini. Lei rientra nei confini della sua tazza di caffè. Lui decide.
Forse la vita è questo, ti dici. È rimanere nei ruoli, rimanerne prigionieri e imbrogliare le stagioni con una infinita primavera.

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