A great day in Harlem: 1958

La foto è una di quelle che non puoi non amare al primo sguardo. Forse perché le foto di gruppo mi fanno pensare sempre ad un’invisibile ma potente sinergia fra gli elementi. Mi fanno pensare che fra quelle persone ci sia qualcosa di forte che le tiene insieme, le lega indissolubilmente. Qualcosa che messo lì, mentre sono gomito a gomito, le rende quasi invincibili e certamente uniche.
Questa foto la amo anche prima di sapere che quel gruppo riunisce in un solo scatto i grandi del jazz o quelli che lo diventeranno di lì a poco. Anche se molti di loro non li conosco né nei visi e tantomeno nei nomi. Anche prima di sapere che quella foto rappresenta invece un momento storico nella storia della musica , quella di cui ne conosco a malapena poche righe.


Guardarla è come avere uno di quei colpi di fulmine che ad un tratto ti mettono addosso quella sensazione che non ha nulla di razionale e per cui dici a te stesso – questa, ora, oggi, questa e non altre- e ne sei già innamorato.
Io l’ho vista per la prima volta alcuni giorni fa e a guardarla ci sono rimasta incollata per un bel po’.
-Perché?- potreste chiedermi- perché, se quello che stavi osservando è un mondo che in fondo conosci molto poco?- E io non saprei cosa rispondere, se non che a volte t’imbatti in cose che ti risucchiano e tu ci finisci dentro, vuoi o non vuoi. Un colpo di fulmine appunto. E allora che fare se non startene lì a goderne ogni più piccolo particolare. Perché averle viste non basta. E neanche averne lette le storie. Devi farle entrare nella tua storia, in un modo o nell’altro. Forse semplicemente a modo tuo.
È estate. È agosto nella 126th Street, fra la Fifth e Madison Avenues. Harlem, New York City. E sono pressappoco le dieci del mattino.
Non dirò altro che riguarda la dinamica che portò a scattare questa foto, se non questo: l’ora, il mese e il posto. Guardo il gruppo.

Siamo al numero 17, sì lo vedo scritto in alto sui battenti del portone. I vecchi film in bianco e nero che ho visto me lo rendono quasi familiare quel portone di legno scuro, e anche quelle finestre, le loro veneziane tirate su a metà come palpebre ancora assonnate in un risveglio mattutino, il vasetto con la piantina dai rami secchi sul davanzale. C’è un senso d’infanzia senza tempo che ne attutisce l’estraneità. Così come familiare è la strada, che immagino come una delle tante nel cuore di New York.
Siamo ad Harlem. E siamo nel 1958. Il gruppo riunisce ben cinquantasette musicisti jazz. Siamo nel 1958 e le questioni razziali erano ben lontane dall’essere risolte, ma il jazz ha già creato attraverso la musica la sua incredibile bestia a due teste,una bianca e l’altra nera, in un unico corpo e un unico cuore.
È estate. È ancora abbastanza presto, ma deve far caldo quel giorno di agosto a New York. Gli abiti delle uniche tre donne sono scollati e leggeri, gli uomini indossano quasi tutti la giacca e la cravatta, le giacche sono in gran parte chiare e molto simili nel taglio dalle spalle scese e il bavero a punta, così come le cravatte quasi tutte scure e strette. Alcuni alla giacca vi hanno rinunciato e sono in camicia, altri calzano un cappello.
L’impressione che se ne ricava è che comunque tutti abbiano indosso il loro abito migliore, e l’impatto visivo che traspare è quello di una eleganza semplice che sa di pulito, di capelli ben pettinati, di barbe appena rasate, di profumi e dopobarba.
È estate. E loro sono lì. Con gli occhi divertiti. E con la stessa intemperanza di una classe di liceo che deve stare in posa per la foto di fine anno, e non ci riesce. Fra loro alcuni staranno scambiandosi qualche battuta, lo si capisce dalle loro bocche che non hanno nulla di forzato, colte nel momento in cui le risate si sono scatenate. Forse qualche joke è rivolto anche al fotografo, a quel pazzo che li ha tirati giù dal letto quella mattina di agosto, anzi forse sarà stato proprio lui il loro bersaglio preferito. Sì, perché a guardarla, in questa foto se c’è una cosa che manca è il silenzio.
Sono lì con quello stesso sguardo che probabilmente abbiamo avuto noi solo da ragazzi, nella nostra foto di gruppo che ci ha fermato nel tempo, in quell’istante in cui sentivamo la terra pulsare sotto i nostri piedi, e noi lì insieme, energia allo stato puro e compressa, pronti ad esplodere come lava da un vulcano.
Così loro. Che da quel portone chiuso alle loro spalle sembrano sgorgare come un fiotto d’acqua da una fontana.. Liquidi. Con la forza dirompente di un fiume in piena che va a scorrere sull’asfalto delle vie di New York.
Colpisce nella foto la presenza dei bambini. Unici elementi estranei, se non per l’ombra di una figura che s’intravede appena dietro i vetri della finestra sulla destra.
Tre bambine guardano dalla finestra sulla sinistra. Sembrano osservare il tutto molto serie in volto, diffidenti o forse solo imbronciate per non aver avuto il permesso di uscire. Gli altri, tutti maschietti, sono seduti sul bordo del marciapiede. Con le loro magliettine estive e i jeans. Alcuni invece indossano una camicia bianca, ben stirata che pare essere quella della divisa della scuola, come se in qualche modo fossero pronti per l’evento. Perché nel quartiere si sa sempre tutto di tutti, e anche se siamo a New York , il quartiere è come un paese e tutto ciò che lo riguarda fa presto a girare, ad entrare nei vicoli e nelle case. È la sua musica. Il life-motive dell’esistenza.
Forse al fotografo,Art Kane, inserire anche loro nella foto sarà sembrato l’unico modo possibile per contenere la loro curiosità, la loro eccitazione nel vedere quello strano raduno in quell’ora del mattino e il suo armeggiare dietro la macchina fotografica.
I bambini non sembrano intimiditi. Tutti guardano verso l’obiettivo con una leggera aria di sfida, e anche con un pizzico di soddisfazione.
-Questa è la nostra strada- sembrano dire. E se qualcosa accade lì, loro devono esserci, esserne in qualche modo protagonisti.
I ragazzini formano una lunga fila che solo apparentemente sembra fare da argine al gruppo, ma in realtà ne è parte, come a voler rappresentare un senso di continuità che fluisce verso il futuro e allo stesso tempo un appartenere a quel momento.
E più guardo ad uno ad uno i volti dei musicisti che vi sono ritratti più mi accorgo che in questa foto non è rimasto fissato solo un istante di un giorno eccezionale per il jazz. Questa foto non parla solo di musica, di un’epoca, ma a poco a poco ha iniziato a svelarmi un modo di essere, e di essere insieme. Essere nella strada, nel quartiere, nella città, nella musica, in una qualsiasi forma d’arte, essere se stessi, e riconoscersi l’uno nell’altro nella stessa passione e nella stessa volontà di travolgere, coinvolgere, trascinare, portare con sé, nella propria avventura, tutto ciò che si è: la strada, il quartiere, la città, gli amici, la gente.
E se la straordinarietà di questa foto fu allora la pazzesca idea di riuscire a radunare così tanti talenti della musica jazz a quell’ora del mattino, la straordinarietà nel guardarla oggi è il pensare che questa foto sia stata scattata. Che ci sia stato un momento in cui c’era un’energia che viaggiava alla velocità della luce e c’era l’irrefrenabile desiderio comune di cavalcarla per superare ogni limite di spazi e di tempo a rendere possibile che quello scatto si realizzasse. Great day in Harlem!
Irripetibile? Io la mia risposta ce l’ho. Ma è la mia, e spero di sbagliarmi.

La foto, altre considerazioni e notizie è possibile trovarle qui
http://t-rossa.blogspot.com/2008/02/harlem-una-fotografia-del-1958.html

a cui aggiungo qui un immenso ringraziamento

e qui

 

2 pensieri riguardo “A great day in Harlem: 1958”

  1. Lisa,
    innanzitutto ti ringrazio per il rimando al sottoscritto e per questa cosa che hai scritto che mi sembra un pensiero fluente e incontrollato e, perciò, molto carico di tensione.
    In secondo luogo, non che faccia il venditore porta a porta di libri ma, se non lo possiedi già, sempre di Dyer, mi preme segnalarti Natura morta con custodia di sax, edito da Instar.
    Ciao, a presto

  2. mi fa piacere che tu sia passato a leggere, così come mi fanno piacere le tue segnalazioni,io sono sempre a caccia di suggerimenti! grazie ancora.
    ciao
    lisa

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