Edward Hopper: La poesia del silenzio

     

Il breve testo che segue è stato scritto in collaborazione con Paola Lovisolo per Bombasicilia.
Edward Hopper e Mark Strand ritorneranno ancora nelle piccole cose che scrivo…e scriverò.

Avete mai pensato al percorso che precede l’acquisto di un libro? Le motivazioni, le spinte sono molteplici, potremmo dire infinite: sarà un consiglio di un amico, una frase che ci ha colpiti sfogliandone le pagine, una recensione letta in un giornale, ed ecco che dallo scaffale della libreria il libro passa nelle nostre mani.
L’atto dell’acquisto di un libro rappresenta, spesso in modo inconsapevole, il finale di una storia che si aggancia all’inizio di un’altra : leggere il libro.
Ad acquistare questo libro sono giunta in modo del tutto casuale e spinta dalla curiosità verso un quadro di Edward Hopper: Nottambuli.
Il quadro è fra quelli più conosciuti di quest’artista della “solitudine” e la raccolta poetica che ne accompagna le immagini nasce dal desiderio di cogliere in versi ciò che il pittore aveva voluto fissare con i colori. È proprio la sua copertina con i volti familiari dei “nottambuli” ad aver attirato la mia attenzione: il pub, la sua luce al neon, le ombre cariche di silenzio, i personaggi bloccati come prima del “ciak” di una scena di un set cinematografico, è così che “Edward Hopper: La poesia del silenzio” mi ha conquistata.
Le poesie, raccolte in questa antologia da Gail Levin che ne ha curato anche l’introduzione, hanno il pregio di non voler dare voce all’immagine, non stravolgono l’istante di solitudine fissato sulle tele. Ciò che i versi aggiungono è altro silenzio.
Ma se quello che aleggia nelle stanze spoglie, nelle case apparentemente disabitate, nelle strade sterrate dà corpo ai colori, le parole dei versi colmano i vuoti che i personaggi di Hopper sembrano invece lasciare sulla tela, riportandomi ad una poesia di Mark Strand, poeta americano che non è rimasto insensibile al fascino di quell’America del silenzio delle piccole città di provincia e delle grandi metropoli che Edward Hopper seppe così bene interpretare.
“Keeping Things Whole” (1) ci ricorda proprio il vuoto che quelle figure scavano nella solitudine dei luoghi :
 

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.
When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.
We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.

La poesia diventa una di quelle ragioni. La poesia muove, smuove emozioni (to move è anche commuovere) e crea movimento nello statico abbandono in cui pone la solitudine. Lo fa in tono sommesso, mettendosi in disparte, narra ciò che il colore trattiene per ricomporre la solitudine al silenzio di quelle figure insignificanti nel loro essere “gente comune” chiuse fuori anche dalla loro stessa voce. La poesia affranca il silenzio dall’impalpabilità e la rovina della sua essenza e lo restituisce al corpo. Ne fa una sola cosa. Una sola carne.
Ecco allora la poesia diventare complice delle luci con cui Hopper dà dignità ai volti chini, ai rossetti sbiaditi, alle nudità sorprese dietro le finestre lasciate aperte, agli sguardi sconfitti, al fallimento che aleggia nelle vite, perché è lì gran parte del suo pregio. Hopper non abbandona nel buio ciò che ritrae, ne ha cura, ammorbidendo l’oscurità con squarci di luce.
Così come forse la poesia si prende cura di quel silenzio che si fa materia muta e densa dentro di noi, e ci appesantisce fino a renderci immobili in un vuoto che oscura e ci divide da tutto quanto accade intorno. La poesia ne attenua le eco dei rimbombi, lo riempie con la nostra storia. Qualsiasi essa sia.

Edward Hopper “Nottambuli” 1942

I tre uomini son vestiti da capo a piedi, maniche lunghe,
cappello, anche se è un interno,e ben illuminato,
e c’è una donna. La donna indossa
un vestito rosso a maniche corte, tagliato per esporre
le braccia, una curva del suo petto cremoso, osserva
una sigaretta nella mano destra pensando
che il suo compagno ha finalmente lasciato la moglie ma
può fidarsi di lui? Gli occhi dalle palpebre pesanti,
la bocca imbronciata coperta di rossetto, ha il vero e proprio pallore
delle teste rosse, come latte scremato, maledettamente
attraente e lei crede di saperlo ma cosa di preciso
l’ha fatta arrivare così lontano, e dove?- fra qualche giorno
comincerà ad avere sensi di colpa, lei conosce i segni,
un odore reale, di sudore, rancido, come
calzini sporchi, lui sgattaiolerà via per telefonare
e lei giura che non ha intenzione di passarci di nuovo,
non ha intenzione di crollare a piangere o implorare
né ha intenzione di urlargli qualcosa,lei ha chiuso
con queste cose e lui è silenzioso al suo fianco
non è il tipo che parla molto ma sta pensando
che ha fatto la mossa giusta infine, grazie a Dio
è un po’ intontito, come un uomo che sogni-
è un sogno, questo?- tanto è vasto, fermo.
muto, orizzontale, – e il barista vestito di bianco
chinato com’è, immobile, e l’uomo
sull’altro sgabello, immobile, se non per sorseggiare
il suo caffè, ma si sente benissimo, lui,
è innanzitutto un senso di sollievo, stavolta è sicuro
al cento per cento che farà funzionare la cosa,
lo deve a lei
e a se stesso bontà divina e lei sta pensando
che la luce è troppo luminosa in ‘sto posto, forse
non proprio lusinghiera, detesta quando il suo
rossetto
si consuma e il trucco si rapprende, vorrebbe usare
una toilette per signore ma qui non ce n’è
e, Cristo, quanto ci vuole perché apra un
distributore
di benzina? È il cuore della notte e lei sente
che il tempo non cambierà idea. Questa volta
comunque non ha nessunissima intenzione
di umiliarsi-
lui comincia a parlare di sua moglie, dei suoi
marmocchi, di
come li abbandonò, avevano fiducia in lui e lui
li abbandonò, lei uscirà dalla dannatissima camera
sbattendo la porta
e se lui la chiama zucchero o baby con quella voce
gli darà un ceffone LO SAI CHE LO DETESTO:
SMETTILA.
E lui la smetterà. Gli conviene. Più si arrabbia
più diventa silenziosa, non dice una parola
da dieci minuti, non una ciocca
dei suoi capelli che si muova, e odorano un poco
di cenere, o come l’henné che usa per schiarirli
ma l’odore è lieve comunque, è pazzesco per lei
che un tipo come lui non se ne accorga e non ci badi-
mentre seppellisce la sua faccia ardente nel suo collo,
fra i seni freddi, o fra le gambe- ogni volta che
lo avrà
e ovunque lo avrà. Sta ancora osservando la sigaretta
che brucia nella mano, il barista è ancora chinato,
a bocca aperta, e lui non ci bada, perché no,
di fatto, fin quando lei non restituisce lo sguardo
lui pensa di essere l’uomo più fortunato del mondo
ma allora per quale motivo non è più felice?
Joyce Carol Oates

Qui invece la mia interpretazione di “Nighthawks”

Edward Hopper: la poesia del silenzio -Rizzoli

https://lunamareterra.wordpress.com/2008/02/24/edward-hopper-la-poesia-del-silenzio/

(1)
In un campo/ io sono il vuoto/ del campo/ È ciò che accade/ sempre./ Ovunque io sono/ io sono ciò che manca// Quando cammino/ divido l’aria/e sempre/ l’aria s’infila/ a riempire gli spazi/dove il mio corpo è stato.//Tutti abbiamo qualche motivo/che ci fa muovere/Io lo faccio/ per mantenere le cose intere.
(Trad: lisa)

2 pensieri riguardo “Edward Hopper: La poesia del silenzio”

  1. Mi viene in mente, a proposito di quel libro di Dyer, che un nome ricorrente in molte pagine è proprio quello di Hopper, quasi una pietra di paragone per una scuola fotografica, quella americana di Evans, Strand, Lange, ecc.
    E un’altra cosa strana che mi sfugge: Diane Arbus, continuamente mensionata, centinaia di volte. Eppure, tra le tantissime foto dei tanti fotografi che corredano il libro, nemmeno una, dico una, della Arbus…
    Ciao, Lisa

  2. Il libro l’ho prenotato e sarà fra le mie letture.
    Credo che Hopper sebbene imprima sulla tela,sia ai protagonisti che alle cose, un effetto di fermo immagine,questo lo sia solo in apparenza.Il suo vuole essere un attimo in movimento che precede e segue se stesso. é “un attimo infinito” , lo stesso cercato da Evans,Strand ecc.Un attimo che non resta fine a se stesso,ma ch vuole diventare storia e dunque memoria. ecco perchè credo che anche Mark Strand abbia sentito affine alla sua poetica l’opera di Hopper.
    C’è un poemetto di Strand ( di cui forse parlerò) che s’intitola “The untelling” in cui il tentativo di afferrare attraverso la narrazione quest’attimo circolare ha un effetto ipnotizzante.lo stesso che mi provoca guardare alcuni quadri di Hopper, o alcune foto. C’è un tempo che vi passa in mezzo che non è narrabile perchè è continuo.
    La Arbus credo condividesse con gli altri fotografi di quegli anni i temi sociali, ma da un punto di vista diverso. I suoi soggetti diventano rappresentazione di quei temi, ma estrapolati dalla storia, sebbene ripresi spesso nel loro ambiente. La posa è più statica e meno narrativa.
    ovviamente rodolfo mi baso su mie sensazioni.
    grazie a te.
    lisa

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